A Roma il convegno su Gesù nostro contemporaneo

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A Roma giovedì pomeriggio si è aperto il convegno internazionale ‘Gesù nostro contemporaneo’, a cura del progetto culturale della Cei, che si pone come momento fondamentale di dialogo tra cattolici, protestanti, ebrei e non credenti; nel messaggio inaugurale papa Benedetto XVI ha affermato che Gesù è entrato per sempre nella storia: “E’ molto significativo che, all’interno dell’opera di elaborazione culturale della comunità cristiana, venga messo a tema ciò che non può considerarsi oggetto esclusivo delle discipline sacre, come ben mostra la vastità di competenze e la pluralità delle voci chiamate a raccolta nel Convegno…Gesù è entrato per sempre nella storia umana e vi continua a vivere, con la sua bellezza e potenza, in quel corpo fragile e sempre bisognoso di purificazione, ma anche infinitamente ricolmo dell’amore divino, che è la Chiesa… La contemporaneità di Gesù si rivela in modo speciale nell’Eucarestia, in cui Egli è presente con la sua passione, morte e risurrezione”.

Nel salutare i convegnisti il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, ha affermato che una Chiesa senza Cristo si riduce a ‘struttura’, stigmatizzando  il ‘riduzionismo mediatico’, che “fa spesso una lettura esclusivamente ‘politica’ e quindi univoca e parziale” della Chiesa, con il serio rischio di farla scomparire dal continente europeo: “Recentemente, parlando della centralità della quaestio fidei che Benedetto XVI ha proposto all’attenzione di tutta la Chiesa indicendo l’Anno della fede, strettamente legato alla memoria vitale del Concilio Vaticano II e ai vent’anni del Catechismo della Chiesa Cattolica, osservavo che oggi, nella nostra Europa, ‘sembra esistere qua e là una strana reticenza a dire Gesù, una sorta di stanchezza, uno scetticismo talora contagioso’.

Mentre in Africa, Asia, America latina, la freschezza del cristianesimo si tocca con mano e giovani Chiese (come la Corea del Sud) crescono a ritmi vertiginosi, da noi non si registra lo stesso slancio, il medesimo ardore nell’annuncio di Gesù Cristo Signore e Salvatore, per cui ‘la fede corre il pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più alimento’. L’abitudine ci ha sopraffatto? Siamo forse diventati ripetitori stanchi di un cristianesimo scontato e insipido, di una parola che non trafigge il cuore e non muove a conversione, di un’alternativa di vita che non affascina? Consapevole che in molti Paesi di antica cristianità la fede non va più presupposta ma suscitata e coerentemente sostenuta, che cristiani non si nasce ma si diventa, e che la missione cristiana sta diventando questione culturale e antropologica più che geografica, le nuove terre da evangelizzare sono vicine e spesso contigue, la Chiesa ha individuato come necessaria e urgente una stagione di nuova evangelizzazione perché la trasmissione della fede possa ritrovare fluidità e diventare frutto quotidiano di ogni vissuto cristiano”.

Citando Kierkegaard, Van Gogh e Quasimodo il presidente della Cei ha parlato di peccato e di santità della Chiesa: “Una conversione a Cristo che non fosse al contempo ingresso o inserimento più profondo nella sua Chiesa, mancherebbe del suo esito decisivo. Certo, anche la Chiesa può essere ferita dalla realtà del peccato, poiché nel suo seno raccoglie santi e peccatori. Lo scandalo, le infedeltà, le fragilità dei singoli sono sempre possibili, anche se va detto che il peccato e la santità si possono attribuire alla Chiesa solo a titolo diverso. Mentre la santità è qualità della Chiesa garantita da una delle quattro «note» contenute nel Credo, ed è inoltre compito della Chiesa accompagnare e sostenere i suoi membri nel cammino verso la santità, il peccato non può mai avere legittimamente come causa la Chiesa, anzi è quanto più la contrasta e deforma… E’ questa, non altra, la strada che Benedetto XVI invita a percorrere, sapendo che la Chiesa nella sua umiltà perpetua in sé l’incarnazione del Verbo di Dio, ne garantisce la presenza in mezzo a noi, e ne irradia l’amore per gli uomini”.

La prima relazione è stata tenuta dal prof. Klaus Berger, docente di esegesi al dipartimento di teologia protestante dell’Università di Heidelberg, che ha affermato: “L’Antico Testamento da una parte conosce il divieto di raffigurarsi Dio, dall’altra indica l’uomo, e soltanto l’uomo, come immagine di Dio. Quel che ne deriva è una feconda tensione che consente una nuova determinazione del rapporto fra Dio Padre – Cristo – Uomo”, richiamando il termine evangelico dell’amore: “L’impiego così frequente delle parole ‘amare’ e ‘amore’ nel quarto Vangelo si spiega non da ultimo con il fatto che il Vangelo è la vera filosofia. Se la verità è una persona, tutto sta nel rimanere, quanto più è possibile, a contatto stretto con questa persona. Questo contatto i Vangeli lo chiamano sequela, l’andare dietro a Gesù”.

E’ seguito un incontro con il rabbino David Rosen, direttore del Dipartimento per gli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee, il biblista Romano Penna, Membro della Pontificia Accademia di Teologia ed il giornalista Paolo Mieli, presidente di RCS libri moderato da Sandro Magister, sul tema ‘Gesù e la Gerusalemme di ieri e di oggi’. Il rabbino Rosen ha sottolineato che storicamente Gesù è visto dagli ebrei con terrore; occorre risanare le ferite affinchè anche gli Ebrei possano guardare alla figura di Gesù non solo storicamente. Però i cristiani hanno un ruolo fondamentale per portare la pace in Terra Santa. Paolo Mieli ha sottolineato gli impulsi dati dai papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI allo studio e all’approfondimento di Gesù ed ha lanciato l’idea di un confronto come ‘questo di oggi’ a Gerusalemme. Il biblista Penna ha evidenziato il fatto che l’antigiudaismo è ‘un atto di autolesionismo’, perché il cristianesimo non può far a meno del giudaismo.

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