Monti si fa intervistare da Radio Vaticana e Osservatore Romano. E sulla crisi…

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“Non fuggire davanti ai lupi”. Riprende la parole di Benedetto XVI a inizio Pontificato, il premier Mario Monti, per rispondere a una domanda sul “rinnovato attivismo dei cattolici”. “Penso che anche di fronte a una tempesta così prolungata che stiamo vivendo – dice il premier – dobbiamo coltivare sapientemente, e anche pazientemente direi, la speranza. Alla crisi, cittadini e istituzioni non devono rispondere fuggendo come di fronte ai lupi, ma restando saldamente uniti”. È in una intervista concessa all’Osservatore Romano e Radio Vaticana che Mario Monti consegna il bilancio della sua prima volta in Vaticano, oltre a delineare i suoi programmi. Non è una novità. Quando nel 2008 Berlusconi andò in visita in Vaticano, la Radio lo intervistò il giorno prima della visita.  Non successe, invece, nel 2006, con Romano Prodi. È il segnale che qualcosa, nei rapporti tra istituzioni vaticane e governi nazionali, è cambiato?

 

Certo è che il governo di Mario Monti ha trovato sponde inaspettate Oltretevere, anche dalle parti di quell’Osservatore Romano il cui direttore sembra si sia molto speso in favore di un’udienza papale che arrivasse nel più breve tempo possibile. Mario Monti ringrazia le gerarchie vaticane, strizza l’occhio ai cattolici con citazioni preparate sin nei dettagli (da Toniolo a Benedetto XVI a un Ratzinger d’annata), e con questo gioco di sponda lavora per rafforzare la fiducia nel suo governo.

Si deve ritornare al dono che Mario Monti ha fatto a Benedetto XVI in occasione della visita nel Palazzo Apostolico, a quel libro “Il governo dell’economia e della moneta” (Longanesi) da lui pubblicato nel 1992, e dalle cui teorie si ispirarono anche gli architetti del trattato di Maastricht. Regole, sì, ma per rendere più libero il mercato. Un mercato che – come dicono i teorici del laissez-faire – non ha connotazioni etiche. Così, alla domanda se Monti condivide le parole di Benedetto XVI, e cioè che le difficoltà dell’Occidente vengano da una crisi etica e di valori, prima ancora che economica, il premier non risponde direttamente. “Nessuno – dice – è in grado oggi di stabilire quando finirà l’attuale crisi economica e finanziaria, poi diventata sempre più crisi sociale; ma ciascuno di noi ha il dovere di scegliere come chiudere il tempo della povertà, interrogandosi seriamente su quale sia la ricchezza vera”. E concede che, sì, la crisi è “meno conosciuta, ma non meno grave, per le povertà nascoste”, e cioè “l’emarginazione, la perdita di speranza, la denatalità, la disgregazione delle comunità delle famiglie, delle realtà associative”. Ma afferma anche che, perché la crisi sia “superata in tutti i suoi gravi profili, richiede quindi di guardare in avanti con coraggio, con speranza, ma anche di riscoprire le proprie radici”.

Quali siano queste radici, non viene esplicitato. Anche se la stessa bandiera europea le porta impresse. Le stelle – che sono 12, a prescindere dal numero degli Stati dell’Unione –  sono quelle della corona della donna vestita di sole dell’Apocalisse, che, per la tradizione cristiana, è la Madonna. A vincere il concorso per la bandiera fu Arsene Heiz, un giovane e allora sconosciuto designer che, devotissimo della Madonna, portava al collo una medaglietta miracolosa, e su quella modellò il bozzetto. Vinse a sorpresa, in una commissione giudicatrice che comprendeva anche un ebreo. La bandiera fu adottata in una seduta solenne, che si tenne l’8 dicembre 1955, ovvero il giorno dell’Immacolata Concezione.

Anche – e forse soprattutto – di questo si è parlato, nell’incontro tra Monti e Benedetto XVI. Nell’intervista, il premier chiede “una maggiore coesione europea, e serve a combattere un rischio grave, cioè che l’euro, punto di arrivo, perfezionamento di un processo e pinnacolo molto audacemente innalzato sulla cattedrale dell’integrazione europea, si trasformi invece in un fattore di disintegrazione, di conflitto psicologico”. Perché pensare che la causa della crisi sia l’euro “è non solo un errore economico, ma un pretesto, o peggio un tentativo di scaricare sull’Europa problema anche di altre realtà”, ed il riferimento è ad interessi finanziari di Usa e Cina. Rinunciare all’euro oggi – sostiene Monti – significherebbe abbandonare all’incertezza i più deboli e i più poveri”.

La ricetta è quella di risanare il debito pubblico – del quale “non è più possibile gravare le future generazioni” -, di moltiplicare la lotta all’evasione – perché “chi oggi evade pensa di trarne vantaggio, sicuramente reca danno ai concittadini e offre ai propri figli un pane avvelenato”, e una via italiana alle liberalizzazioni, che “valorizza e rende più solide e genuine le tradizioni del nostro Paese”.

Ma i problemi sul piatto riguardano le famiglie, la necessità di un quoziente famigliare chiesto da molti, a partire dal Forum delle Associazioni Familiari. Monti tende la mano al mondo cattolico, ricorda che un “primo segno” è il fatto che l’Imu, la tassa sugli immobili, sarà modulata a seconda del numero dei figli. E cita Giuseppe Toniolo: “Chi più può, più deve; chi meno può, più riceve”.

In sostanza Monti chiede collaborazione al mondo cattolico, ricorda che il Papa “ha chiaramente affermato la distinzione tra piano politico e religioso”, sottolinea che il rapporto tra gli Stati e la Chiesa “può essere un ponte, un varco che abbatte i muri degli egoismi nazionali e rinsalda il senso di un’appartenenza che significa rispetto, responsabilità, solidarietà”. E “la tradizione diventa ‘identità arricchita’, risorsa, riscoperta della comunità come possibilità di riscatto per ogni persona, storia e prospettiva di vita”. Poi. Monti si lascia andare con emozione all’incontro con il Papa, le cui “mani forti sostengono il peso di molti”. E conclude citando un Ratzinger del 1968: “Tanto il credente quanto l’incredulo, ognuno a suo modo, condividono dubbio e fede. Nessuno può sfuggire completamente al dubbio, ma nemmeno alla fede. E chissà mai che proprio il dubbio non divenga il luogo della comunicazione”.

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