Visitare gli ammalati

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Il messaggio di Gesù non è quello di Budda, che pretende di distruggere nel cuore dell’uomo il motivo del dolore. Non è neppure quello di Epitteto o di Marco Aurelio, che vorrebbero eliminare la coscienza e il senso del dolore. Gesù, invece, riconosce il dolore, lo accetta, lo soffre per quello che è e per quel che significa, e c’insegna a trasformarlo in sacramento di redenzione, cioè di espiazione e di santificazione.

La mentalità contemporanea, purtroppo, si discosta dall’ottica cristiana e relega l’infermo soltanto in uno stato di emergenza e, alterando il suo vero significato intimo, lo riduce a un problema tecnico. Affiora così il dramma del rapporto tra l’ammalato e le tecniche diagnostiche e terapeutiche moderne. Il paziente si sente, così, depersonalizzato e schiavo delle macchine. Questo aggrava la situazione psicologica del sofferente, perché gli aumenta la paura e gli fa perdere il senso profondo del dolore.

Una delle sofferenze più gravi dell’ammalato è rappresentata dalla solitudine e dall’inattività, per cui la visita all’ammalato dovrebbe essere considerata un fraterno e autentico atto di culto verso il fratello che soffre. In questo, Gesù è modello e maestro. La sua compassione verso chi soffre non è in lui sterile sentimentalismo o partecipazione superficiale. In Gesù, la compassione ha, infatti, uno scopo ben definito: dare valore divino alle singole azioni dell’uomo. Questa è la grande e attivissima compassione che nel modo più eccelso ha voluto condividere con i suoi fratelli in umanità. Questo è il grande segreto della redenzione!

Con la compassione, l’ammalato potrà riconoscere accanto a sé il Cristo che gli infonde speranza. L’ammalato, a sua volta, gli si accosta e rivolge alla sua azione misericordiosa il proprio grido d’aiuto: “Se vuoi, puoi guarirmi”.

Sappiamo che al centro della malattia sta la persona colpita dal disagio dell’infermità e ferita nell’intimo della sua personalità. L’ammalato si sente povero perché ha perduto, sia pure temporaneamente, l’unità della sua persona. La malattia, infatti, mette alla prova l’uomo e intacca il profondo del suo essere, atrofizzando le sue capacità comunicative. E poi, quando mancano i rapporti interpersonali, l’ammalato rischia di chiudersi in se stesso e avverte, in modo tragico, la propria solitudine di dolore. Così diventa difficile affrontare il proprio dramma. Gli altri possono soffrire con lui ma non per lui!

Visitare gli ammalati è, dunque, squisita opera di misericordia! L’incontro con il sofferente è il momento in cui il fratello buono che vive il vangelo di Cristo, fissando lo sguardo su Gesù sofferente che si fa carne della nostra umana natura, si fa guida del fratello sofferente.

Il Figlio di Dio viene nel mondo per partecipare al dolore che travaglia l’umanità, mediante una profonda condivisione. Gesù ha vissuto in maniera intensa il dramma personale ed esistenziale degli uomini, non solo sentendosi coinvolto nel loro dolore, ma affrontando anche il dramma della morte, e della morte in croce. Gesù non va in cerca né della sofferenza né della morte, anzi, cerca di evitarle. Tuttavia, le affronta con forza e coraggio leggendo in esse l’arcano volere del Padre suo, e così dona all’uomo la risposta più completa alla sofferenza. Egli è, infatti, il “Servo sofferente” per gli altri e al posto degli altri. Gesù vive il dolore degli altri in forza dell’esperienza personale della comunione col Padre suo e con noi fratelli in umanità.

Nel suo pellegrinaggio terreno, Gesù si pone davanti all’ammalato come una persona, come un amico, come un fratello, nella prospettiva di farsi suo prossimo e d’infondere in lui il desiderio di un nuovo tipo di esistenza. Cristo si affianca agli ammalati donando loro speranza. Gesù non incontra gli ammalati per predicare la rassegnazione – questa non è virtù cristiana – ma per condividere il dolore, le angosce, le paure e mettendo a servizio della vita la sua potenza. Le guarigioni da lui operate sono unite al mistero della sua compartecipazione alle sofferenze dell’intera umanità.

La santa Scrittura ci rivela che Dio ama sempre essere vicino all’ammalato, per cui ogni suo grido di dolore è sempre ascoltato. Pregando e sperando, rivolge gli occhi a Lui e, coinvolto nel suo destino di dolore, l’ammalato recupera fiducia e coraggio. Con questa visione di fede, attraverso l’incontro con il mistero di Cristo, visitare gli ammalati significa anche aiutarli a guarire, a dare loro la possibilità di ritrovare se stessi, di abdicare alla rassegnazione fatalistica e di sostenerli perché costruiscano il loro destino.

La Pasqua del Signore è il luogo in cui la vita umana acquista tutta la sua profondità e ricchezza. Nel Risorto, l’ammalato si sentirà più uomo capace di animare il suo cammino e, ritrovando la speranza, diverrà profeta dei veri e fondamentali valori della vita.

La prima comunità apostolica, seguendo l’esempio del Maestro, riservò un posto speciale agli ammalati, nella prospettiva evangelica di ripetere nei loro riguardi le parole e i gesti di Gesù che poi continueranno nelle comunità successive. Se l’incontro con gli ammalati si realizza con Gesù, Egli rimane sempre presente e operante accanto a loro. La visita all’ammalato, dunque, diventa una sorta di ministero speciale a favore dell’infermo mediante la fraternità e l’assistenza nei suoi confronti.

Come nella storia di Gesù, così anche in quella della Chiesa, l’ammalato diventa il luogo in cui, attraverso i ministri, si celebra il mistero della salvezza con i sacramenti dell’unzione degli infermi, della confessione e dell’Eucaristia. Nell’ambito celebrativo sono caratteristici due atteggiamenti: la preghiera e la fede. Chi prega con fede ottiene da Dio ciò che desidera. La preghiera fatta con fede manifesta la grande fiducia nella generosità divina. Visitare gli ammalati, allora, non è solo obbedienza alle regole di cortesia, ma è segno del prolungamento nel tempo dell’amore che Cristo aveva per loro.

Nella Lettera di Giacomo così leggiamo: Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode. Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con l’olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati. Confessati perciò i vostri peccati gli uni altri pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto potente è la preghiera fervorosa del giusto (5,13-16).

 

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