Povera scuola!
Se proviamo a dare uno sguardo alla realtà scolastica di quest’ultimo millennio – parafrasando il sommo padre Dante – si potrebbe dire: “…mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”. Da un lato la categoria degli insegnanti, sempre più stanca, alla ricerca di nuovi progetti educativi, talvolta non sufficientemente stimolata a dare il meglio delle proprie competenze, più o meno preoccupata del futuro scolastico o peggio ancora rassegnata alla solita routine; dall’altro la vita dello studente denutrita dal punto di vista dei valori, parzialmente orientata al raggiungimento di quelle competenze essenziali utili per realizzazione personale, costretta a navigare verso un orizzonte economico-sociale sempre più distante! Insomma un ritratto cupo e dimesso della società scolastica attuale, dalle tinte scure e indefinite, come uno di quei dipinti dove la sagoma dell’uomo e ciò che egli rappresenta, a poco a poco, comincia a scomparire per lasciare spazio a strani segni colorati dalle tonalità eccessivamente forti, distribuite irregolarmente sulla tela senza nessun criterio artistico, metafore di una modernità sempre più incalzante, private di quell’unico elemento luminoso capace di esprimere la bellezza.
E’ davvero così triste la nostra realtà scolastica? Non c’è proprio nulla per cui valga la pena di continuare a studiare ed insegnare? “Se tutto si riducesse a un peso per l’insegnante e per gli allievi, – afferma Vittorino Andreoli – allora la scuola non sarebbe altro che un ostacolo da cui tutti cercherebbero di liberarsi attuando strategie di sopravvivenza per non crepare di scuola o non ammalarsi dentro la scuola e per non portare a casa solo angoscia e stress”. Eppure, per molti di noi (alunni ed insegnanti), la scuola è davvero il luogo nel quale trascorriamo gran parte del nostro tempo. Una grossa fetta di quotidianità dove scorrono alcuni dei momenti più importanti della nostra vita; momenti che rimarranno impressi nella nostra memoria, ricordi che prima o poi ritorneranno alla nostra mente per esprimere il loro disappunto su alcune scelte che abbiamo fatto o per rivedere, quasi con un pizzico di nostalgia, quelle particolari emozioni che abbiamo vissuto (i primi amori, l’amicizia, il rapporto con i compagni e con gli insegnanti ecc.). “L’educazione – affermava don Bosco – è cosa del cuore e Dio solo ne è il padrone e non potremo riuscire a niente se Dio non ci dà in mano la chiave di questi cuori”. Un problema di cuore, dunque, che ha a che fare con Dio… perfino lì, tra i banchi, tra la cattedra e gli alunni? La scuola ci deve aiutare ad esprimere tutte le nostre potenzialità attraverso un impegno serio e fruttuoso, con un senso del dovere che però non può essere finalizzato soltanto al raggiungimento di un buon voto o al conseguimento del “pezzo di carta” che ci permetterà di lavorare (?).
Edith Stein, la giovane filosofa carmelitana, a tal proposito scriveva: “Ero indignata dell’indifferenza con la quale i miei compagni di studio si ponevano nei confronti delle questioni di carattere generale: una parte di essi, durante i primi semestri, inseguiva soltanto il divertimento, altri si preoccupavano scrupolosamente soltanto di riuscire a mettere insieme le nozioni necessarie al superamento dell’esame, e assicurarsi poi il cibo… io li definivo idioti…”. E’ necessario, allora, imparare a crescere come persone capaci di andare alla radice della propria esistenza, esprimendo la ricchezza che c’è in ciascuno di noi, con un’attenzione maggiore al bisogno d’amore dell’altro. Vale la pena di studiare se a scuola posso essere aiutato a far crescere quel dono che c’è in me; se attraverso lo studio delle varie discipline sono aiutato ad aprire lo sguardo verso tutta la realtà che mi circonda, per arricchirla col mio lavoro e non per distruggerla; se imparo a guardare l’altro (il mio compagno, il collega o il datore di lavoro) non come un ostacolo da abbattere per fare carriera ma come un compagno di viaggio con il quale condividere questa esperienza.
Al raduno degli studenti d’Europa, Papa Benedetto XVI qualche anno fa disse: “Cari giovani, voi siete il futuro dell’Europa. Immersi in questi anni di studio nel mondo della conoscenza, siete chiamati ad investire le vostre migliori risorse, non solo intellettuali, per consolidare le vostre personalità e per contribuire al bene comune. […] La nuova sintesi culturale, che in questo tempo si sta elaborando in Europa e nel mondo globalizzato, ha bisogno dell’apporto di intellettuali capaci di riproporre nelle aule accademiche il discorso su Dio, o meglio, di far rinascere quel desiderio dell’uomo di cercare Dio […]. Contribuite, insieme con i vostri docenti, a creare laboratori della fede e della cultura, condividendo la fatica dello studio e della ricerca con tutti gli amici che incontrate”.


























