La Chiesa traccia il nuovo umanesimo
Il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, ha concluso a Firenze il V^ convegno ecclesiale, ‘In Gesù Cristo il nuovo umanesimo’, tracciando il cammino della Chiesa per il prossimo decennio con un discorso che non vuole essere una conclusione, ma piuttosto tracciare una prospettiva per la Chiesa italiana, facendo tesoro da una parte dal forte discorso di indirizzo rivolto martedì scorso dal Papa e dall’altra parte dalle voci che sono emerse nei lavori di gruppo dei 2.200 delegati delle 226 diocesi di tutta Italia, per oltre la metà laici:
“Ecco cosa significa che la Chiesa è madre: lo è verso di noi, che ha generato e istruito nella fede, e lo è verso tutti gli uomini, soprattutto gli ultimi, che da lei devono potersi sentire accolti, consolati e spronati. E’ nelle sue parole e nelle sue scelte, perciò in noi, che chi la guarda può incontrare un segno dell’amore e della tenerezza di Dio, e uno strumento di unità.
Tale consapevolezza ci fa percepire l’importanza che la nostra testimonianza sia limpida, che il nostro linguaggio raggiunga le menti e i cuori, e che sappiamo avvicinarci con compassione alle persone nelle tante fragilità che sperimentano ogni giorno”.
Quindi ha invitato i delegati, riprendendo le parole del papa, a vivere nel proprio territorio l’umanesimo cristiano per ‘trasfigurare’ le persone e le relazioni: “Spetta a noi mostrare a tutti l’infinito tesoro racchiuso nella sua persona, e la luce che da Lui si irradia sulle nostre inquietudini, sulle problematiche e le varie situazioni di vita.
Lasciamoci guardare da Lui, ‘misericordiae vultus’, consapevoli che la condizione primaria di ogni riforma della Chiesa richiede di essere radicati in Cristo. Contempliamo, quindi, senza stancarci l’umanità di Gesù: in Lui siamo ridestati alla vita, riconosciamo un’esistenza unificata, raccolta attorno alla costante ricerca della volontà del Padre, e al tempo stesso tutta protesa verso il prossimo”.
Il Convegno era iniziato sullo stimolo di papa Francesco con la relazione del prof. Mauro Magatti, ordinario di sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha tracciato la via del discernimento della società italiana e della responsabilità della Chiesa, richiamando la lezione dell’Umanesimo italiano:
“E’ dopo una gestazione durata più di mille anni che, dal grembo della cristianità, venne partorito l’Umanesimo (italiano). Da allora, la modernità ha fatto molta strada. E per quanto controverso possa essere stato il suo cammino, non dovremmo mai smettere di riflettere sul fatto che l’umanesimo è figlio della cristianità: l’idea di un uomo libero e capace nasce nel cuore dell’Europa cristiana”.
Ed ha invitato i delegati ad essere concreti: “La concretezza richiede, prima di tutto, di rimanere aperti alla vita e alle sue istanze. Nella serena consapevolezza che la vita va oltre ciascuno di noi. Per questo la concretezza è generativa. Una generatività che si esprime nei movimenti del desiderare, mettere al mondo (non solo in senso biologico), prendersi cura, lasciare andare”.
Mons. Giuseppe Lorizio, ordinario di teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense, ha affermato che la fede in Gesù Cristo genera un nuovo umanesimo: “Il nuovo umanesimo che si genera dalla fede è l’umanesimo della nuova alleanza, il cui memoriale si rinnova in ogni celebrazione eucaristica.
Questa nuova alleanza, realizzatasi in Cristo, va vissuta e attualizzata nelle alleanze, spesso infrante o compromesse, che ciascuno di noi e le nostre comunità, con sporgenza verso la società civile, è chiamato a porre in atto, custodendo legami e vincoli autentici e chiedendo e offrendo misericordia, perché avvenga ai diversi livelli una vera riconciliazione sul piano individuale e su quello comunitario”.
Dopo gli interventi introduttivi del prof. Magatti e del prof. Lorizio i delegati si sono recati nei 30 siti della città: un incontro con trenta esperienze di ‘vita buona’, con i loro aspetti positivi e le loro eventuali fragilità, da quelle delle origini del cristianesimo a Firenze a quelle odierne. I 203 ‘tavoli’ si sono confrontati sulle 5 vie del documento preparatorio: uscire, abitare, annunciare, educare, trasfigurare.
I delegati sono stati aiutati dalle riflessioni della Traccia elaborata all’inizio del cammino di preparazione. Nella prima via (trasfigurare) è emersa la linea che la Parola di Dio non deve incutere timore, perché trasfigurare significa guardare al mondo ed alle persone con gli occhi della fede. Nella via dell’ ‘uscire’ è stata ribadita l’attenzione al territorio: quella in uscita è una Chiesa attenta alla realtà che la circonda, che si fa interpellare da essa, che non pensa di avere tutte le risposte pronte.
Per la via dell’ ‘educare’ è stata sottolineata l’urgenza di una alleanza tra le istituzioni, la chiesa e la famiglia: “Sta maturando la consapevolezza che occorre riappropriarsi dell’educazione, cioè che gli adulti si assumano la responsabilità educativa, mettendosi in gioco per dare risposte a chi chiede ragioni”. Nella via dell’ ‘annunciare’ è stato ribadito l’impegno di tornare a portare l’annuncio ‘dentro’ alla comunità per dare vita a una Chiesa in grado di ‘uscire’ e offrire al mondo il Vangelo.
Per quanto attiene la via dell’ ‘abitare’ è necessario una presenza capillare nei luoghi, specialmente ‘politici’, attraverso l’accompagnamento alle persone impegnate in politica o che vogliono tentare questo servizio. Dopo la politica è necessaria la presenza nei luoghi ordinari:
il lavoro, innanzitutto, con un potenziamento dell’impegno per orientare i giovani e aiutarli a elaborare progetti innovativi; ma anche i social network, verso i quali prevale un atteggiamento non demonizzante; ed infine le scuole, dove organismi di rappresentanza come i Consigli d’istituto sono stati sviliti e abbandonati.
In ultimo è doveroso sottolineare la testimonianza di don Bledar Xhuli a papa Francesco, che da immigrato albanese clandestino è diventato sacerdote grazie all’incontro con don Giancarlo Setti: “Una generosità e accoglienza che mi hanno sconvolto. E mi fece capire una grande verità: ero clandestino, non ero un delinquente. E’ stato il primo incontro con Cristo sebbene non ne ero consapevole.
Grazie a lui trovai un lavoro come benzinaio, e ripresi gli studi diplomandomi come ragioniere. Iscritto poi alla facoltà di Scienze Politiche, ho continuato a lavorare come manager in una multinazionale… Scoprii gradualmente che il battesimo era un inizio nuovo. L’inizio di un cammino spirituale, che passando dallo studio e dal lavoro, mi ha portato a scoprire la vocazione al sacerdozio durate il giubileo del 2000”.



























