Giuseppina Bakhita: schiava per il Signore
Giuseppina Bakhita nacque nel 1869 ad Olglossa, nel Darfur, una regione a sud-est del Sudan. La sua era una famiglia ricca, possedeva terreni con piantagioni e bestiame. Nel 1874 dei mercanti di schiavi rapirono sua sorella maggiore e due anni dopo, nel 1876, uguale sorte toccò a lei.
I rapitori, due arabi, la rivendettero a un mercante di schiavi. Iniziava così, per lei, un’odissea drammatica – alla quale tentò invano di sottrarsi, fuggendo – sballottata da un paese all’altro, da un padrone all’altro. Ne ebbe sei di padroni e nessuno ebbe compassione di lei. L’ultimo padrone fu un italiano, il console Caalisto Legnani che la trattò bene.
L’avrebbe riportata al suo villaggio, sole se Bakhita, rapita in tenera età, si fosse ricordata quale fosse. Quando il console lasciò l’Africa, Bakhita ottenne di seguirlo in Italia, al seguito di un amico del Legnani, Augusto Micheli, ricco commerciante di Venezia, che la portò con sé nella villa di Zianigo di Mirano Veneto, perché facesse da bambinaia alla sua figlia Alice.
Presso la casa del Micheli, conobbe l’amministratore che la avvicinò alla fede. Giuseppina nel 1889, dopo un ennesimo viaggio in Africa al seguito del suo padrone, decise di affrancarsi, sostenuta dal Patriarca di Venezia, l’allora cardinale Agostini, e dal procuratore del re che la dichiara libera in quanto la legge italiana vietava ogni forma di schiavitù. Era il 29 novembre 1889.
Il 9 gennaio dell’anno seguente riceveva dal patriarca di Venezia il nome di battesimo di Giuseppina, Margherita, Fortunata e insieme il sacramento della Confermazione e la Prima Comunione. Fu per lei una giornata memorabile, incredibile. La consapevolezza di essere passata dalla schiavitù all’essere figlia di Dio la sgomentava e, allo stesso tempo, la riempiva di gioia.
Si rammaricava per non avere nulla da offrigli in cambio. “Ma tu ami il Signore – la consolava la sua catechista – e questo basta!” Nel frattempo, Giuseppina, vivendo e approfondendo la sua esperienza religiosa, maturò il desiderio di consacrarsi al Signore nella vita religiosa canossiana. Dopo tre anni di noviziato, l’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciava i suo primo voti.
Era felice e lo stesso patriarca di Venezia, cardinal Sarto, futuro papa Pio X, la incoraggiava ad andare avanti. Dopo la professione venne mandata presso il convento canossiano di Schio, dove rimase per quarantacinque anni, edificando le consorelle per la sua umile disponibilità ad accettare e a svolgere qualsiasi incombenza le venisse richiesta Visse le drammatiche esperienza delle due guerre mondiali. L’8 febbraio 1947 morì sopraffatta da una polmonite divenuta via via incurabile.
Giovanni Paolo II la inscrisse nell’albo dei santi il 1° ottobre 2000. Nell’enciclica Spe Salvi il papa Benedetto XVI la additò alla Chiesa universale come esempio di santità. La sua testimonianza può essere riassunta in un’affermazione che amava ripetere. Negli ultimi anni, ,infatti, della sua vita ormai vecchia e malata, Giuseppina rispondeva a chiunque gli chiedeva ‘Come sta?’ in questo modo: ‘Come vole el Paron’ con un tono che non era segno di rassegnazione, ma di bontà, di speranza e, soprattutto di una fede profonda in Colui che le ha dato la vera libertà.


























