La Cei presenta il cambiamento demografico in Italia

Condividi su...

Mercoledì 5 ottobre è stato presentato a Roma, alla presenza del presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, la ricerca di duecento pagine sulla demografia in Italia dal titolo ‘Il cambiamento demografico. Rapporto-proposta sul futuro dell’Italia’ (Laterza), curato dal Comitato stesso, con le relazioni del cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale della Cei, del prof. Gian Carlo Blangiardo, docente di statistica all’Università ‘Bicocca’ di Milano, del prof. Francesco D’Agostino, professore di Filosofia del Diritto all’Università di Roma 2, e del prof. Antonio Golini, docente  emerito di demografia presso l’Università ‘La Sapienza’ di Roma. Dalla ricerca è emerso che la caratteristica determinante del cambiamento demografico in Italia è l’invecchiamento costante della popolazione: i nonni superano i nipoti, mentre i matrimoni, dagli anni ’70 ad oggi, si sono dimezzati passando da 400.000 a 200.000.

 

 

Infatti, secondo gli studiosi che hanno curato la ricerca, ‘il grande fenomeno che fa da sfondo al panorama del cambiamento demografico nell’Italia del XXI secolo’ resta quello dell’invecchiamento della popolazione: “la transizione dal sorpasso (già realizzato) tra nonni e nipoti a quello (in un futuro non così lontano) tra bisnonni e pronipoti”. Questo aspetto suscita ‘molto allarme’ per la tenuta del sistema di welfare, la salvaguardia del sistema produttivo e ‘la capacità di garantire una pacifica convivenza sociale’.Perciò nel definire ‘selettive e frammentate’ le misure fino ad oggi adottate in Italia per sostenere la natalità, il Rapporto ha confermato che “la misura più significativa è l’equità fiscale, intesa come modalità strutturale di trattamento equo della famiglia sotto il profilo del reddito effettivamente spendibile dai suoi membri”. Da questa analisi la ricerca ha proposto l’adozione del ‘fattore famiglia’ con la determinazione di una ‘no tax area’, cercando in contemporanea di ‘potenziare i servizi di qualità per la primissima infanzia’, in particolare i nidi, e valorizzare il ruolo dei consultori.

Ma occorre, ribadiscono i ricercatori, soprattutto ‘un piano nazionale per la famiglia’ con ‘carattere sussidiario’, oltre ad ‘una strategia dinamica e di lunga durata che la collochi al centro della società’, invitando a  conciliare famiglia e lavoro e a elaborare adeguate politiche abitative. Inoltre la ricerca ha ribadito che il “rallentamento dei processi di formazione di nuove coppie, che è passato dagli oltre 400.000 matrimoni degli anni Settanta agli attuali poco più di 200.000, va di pari passo con il diffuso prolungamento della permanenza dei giovani adulti nella casa dei genitori, l’innalzamento oltre i 30 anni dell’età media al primo matrimonio, sino al rinvio delle scelte procreative sempre più verso la soglia dei 40 anni; di conseguenza anche le nascite sono in diminuzione: da molti anni sono nati nel 2010, secondo i dati Istat, 561.944, mentre negli anni ’70 nascevano 900.000 figli con un gap negativo di 150.000 figli in meno di quanto sarebbe necessario ‘solo per garantire’ nel tempo l’attuale dimensione demografica, e lo stato del welfare sociale.

Nel saluto iniziale il card. Angelo Bagnasco ha sottolineato che “la ragione del calo delle nascite non può essere soltanto di tipo economico. Si tratta piuttosto di una povertà culturale e morale, che ha di molto preceduto lo stato d’innegabile crisi che caratterizza la congiuntura presente. La ricetta dunque non può essere quella che ci ha portato a un presente difficile: non è con più consumo e meno figli che risistemeremo l’economia, quanto con una revisione radicale delle priorità. Tale richiamo non vuole essere evidentemente un giudizio per chi affronta con fatica la precarietà del quotidiano, bensì un invito a mutare prospettiva e una critica decisa a una cultura nichilista, che ha lavorato sistematicamente alla decostruzione di uno dei valori che fonda l’umano e lo sostiene e cioè la famiglia e la maternità”. Quindi occorre “sostenere con maggiore decisione i soggetti che si adoperano per rendere più affrontabili le complessità della vita familiare; occorre incoraggiare nuovi modelli di solidarietà interfamiliare e intergenerazionale, facendo in modo che i genitori non si sentano abbandonati proprio dalla società che contribuiscono a tenere in vita. Non vi è dubbio che una società in cui s’interrompe la catena generativa e si blocca il circuito della testimonianza tra le generazioni è una società impoverita e destinata a isterilirsi, oltre che a rivelarsi miope sotto diversi profili”.

Nell’introdurre la struttura dell’inchiesta il card. Ruini ha precisato che “le proposte che vengono avanzate sono pertanto rivolte soprattutto a ritrovare, per quanto possibile, un effettivo equilibrio demografico. Non ci si nasconde la grandissima difficoltà e i possibili rischi di un simile compito, ma non lo si ritiene a priori irrealizzabile. Il confronto con altre nazioni non troppo dissimili da noi, come in particolare la Francia, che si sono mostrate in grado di affrontarlo, aiuta a non cedere alla rassegnazione, sebbene il Rapporto-proposta non trascuri di mettere in luce le profonde differenze tra le due situazioni italiana e francese e tra le loro cause, anche remote nel tempo. Il Rapporto-proposta individua due ordini di fattori capaci di influire sull’andamento delle nascite. Il primo è costituito dagli interventi pubblici, cioè da una serie organica di provvedimenti di lungo periodo rivolti non a premere sulle coppie perché mettano al mondo dei figli che non desiderano, bensì semplicemente ad eliminare le difficoltà sociali ed economiche che ostacolano la realizzazione dell’obiettivo di avere i figli che essi vorrebbero. Giustificare una politica di questo genere è abbastanza facile: i figli, o le nuove generazioni, sono una necessità essenziale per il corpo sociale e quindi rappresentano un bene pubblico, e non soltanto un bene privato dei loro genitori. Il secondo ordine di fattori si colloca a un livello più profondo, quello delle mentalità, degli insiemi di rappresentazioni e sentimenti, in altre parole dei vissuti personali e familiari e della cultura sociale, che influiscono potentemente sui comportamenti demografici. Tra questi due ordini di fattori, il secondo appare quello maggiormente decisivo per le scelte concrete delle coppie, ma il primo è anch’esso necessario, perché senza di esso il desiderio di procreare spesso non si traduce in comportamenti conseguenti. I due ordini di fattori sono quindi interdipendenti e non vanno separati l’uno dall’altro”.

Il prof. Blangiardo ha sottolineato che l’intento del Rapporto è nato per creare una ‘consapevolezza capace di indurre l’azione’: “Il rapporto documenta come dietro alle ‘novità’ dell’oggi e alle prospettive del domani siano identificabili importanti cambiamenti negli eventi che determinano il ciclo di vita individuale e familiare. Sia direttamente, attraverso i meccanismi del movimento naturale (natalità e mortalità) e della mobilità territoriale (immigrazioni ed emigrazioni), sia indirettamente, mediante l’azione di fenomeni intermedi quali i nuovi modelli di formazione e dissoluzione familiare, la diffusione delle convivenze extramatrimoniali, le novità in tema di comportamenti contraccettivi e di abortività, l’affermazione di importanti iniziative sul piano degli stili di vita e dell’educazione sanitaria in chiave preventiva… Per questo occorre dare forza a un Piano Nazionale per la famiglia, che abbia un carattere non dirigistico, ma sussidiario.

Per questo, l’iniziativa di cui il Rapporto-proposta si fa promotore è l’adozione di un family mainstreaming che consiste in una strategia di sostegno alla famiglia in quanto tale, basata su quattro pilastri fondamentali: si va dall’equità nell’imposizione tributaria e nelle politiche tariffarie, alla conciliazione famiglia-lavoro, ai contratti relazionali sino alle politiche abitative a misura di famiglia. La speranza insita nel Rapporto-proposta è di poter contribuire a diffondere una nuova mentalità che renda più generativa ed equa la società italiana. Una società che alla legittima preoccupazione per l’ecologia centrata sul rispetto dell’ambiente naturale associ anche una doverosa attenzione all’ecologia umana. Rispettando quelle forme sociali di vita che rendono dignitosa la nascita dei figli e la possibilità di allevarli e educarli entro un contesto che, come l’esperienza ci insegna, non ha altri validi sostituti o equivalenti funzionali: la famiglia, per l’appunto”.

Il prof. D’Agostino ha detto che senza figli ci si indebita, in quanto crescono i ‘costi fissi’, quindi meno figli comporta più tasse e meno investimenti e viene meno il lavoro, portando il caso della delocalizzazione del lavoro all’estero: “La famiglia può far superare l’inverno demografico… Lo Stato si deve guardare di intervenire coercitivamente, perché fare figli è compito della famiglia, mentre lo Stato deve rimuovere l’ostacolo. Gli uomini e le donne vogliono i figli, a patto che non ci siano gli ostacoli”. Il prof. Golini ha parlato di ‘debito demografico’: fino al 2050 la popolazione sotto i 60 anni diminuiranno di 6.500.000, mentre gli over 60 aumenteranno di 9.000.000.

151.11.48.50