Card. Martini e noi
‘Quale immagine si conserverà di me? Non pretendo che si conservi un ricordo particolare. Mi basta essere stato uno dei tanti che hanno servito il Signore, la Chiesa e l’umanità’. Così rispondeva il cardinale Carlo Maria Martini alla domanda di un giornalista.
A tre anni dalla morte, avvenuta a Gallarate il 31 agosto 2012, è uscito in libreria il volume ‘Martini e noi’, che raccoglie 111 ritratti inediti del cardinale scritti da varie personalità (da Bartolomeo I a Romano Prodi, da Ferruccio Parazzoli a Giulio Giorello, da Gianfranco Ravasi a Giuseppe Laras), curato dal teologo Marco Vergottini, che nella prefazione ha spiegato il valore biblico del numero ‘111’ testimonianze:
“Con la sua proverbiale ricerca di ‘icone’ bibliche, Martini avrebbe in primo luogo messo in luce che la prima lettera dell’alfabeto ebraico א (alef), per le lettere che ne formano il nome, ha come valore numerico 111; inoltre, alef è anche la prima lettera di adam (uomo), la più nobile tra le creature di Dio. In secondo luogo, centoundici corrisponde alla somma: 1 + 110.
Ora, se tutti sanno che il numero uno simboleggia Dio, perché Dio è l’Unico, l’Altissimo, l’Onnipotente, forse qualcuno non rammenta che centodieci è il numero degli anni vissuti da Giosuè, che condusse il popolo di Israele nella terra promessa. Il Cardinale, per parte sua, aveva una particolare predilezione per il capitolo 24 del libro di Giosuè, ove è evocata la convocazione della grande assemblea di Sichem, quando il popolo ebraico dopo aver ascoltato il Credo d’Israele fu invitato a ribadire la promessa di fedeltà al Signore.
Questa suggestiva rievocazione biblica può costituire lo sfondo simbolico che restituisce il senso di questa raccolta: una sorta di convocazione di molti che intendono custodire la memoria riconoscente e rilanciare l’impegno di continuare il dialogo e l’amicizia con Carlo Maria Martini. Per il bene nostro, per il bene della Chiesa e per il bene della convivenza sociale”.
Romano Prodi ha ricordato la fermezza del card. Martini nella difesa delle radici cristiane dell’Europa, affidando la responsabilità della politica ai laici: “Dopo avere richiamato l’importanza del ruolo dei testi sacri nella costruzione europea egli elenca analiticamente i problemi e le difficoltà dell’oggi, causate in primo luogo dalla parcellizzazione e dalla frammentazione della vita, per cui la gente è sempre più ‘nervosa, stanca, divorata dalla fretta e sempre più bisognosa di stimoli e di eccitazione crescenti’.
In secondo luogo, aggiunge il cardinale Martini, il cristiano vive ‘convivenze logoranti e dirompenti’, per cui può vivere per alcune ore in un ambiente di tradizione religiosa e in altri in cui Dio è assente e si praticano modelli di vita estranei o difformi dal Vangelo… Questa frammentazione rende sempre più difficile la costruzione di un’Europa unita su valori spirituali comuni.
Per questo motivo, e anche perché quando lo ascoltavo ero presidente della Commissione Europea, ho scelto, tra gli infiniti insegnamenti che il cardinale Martini ci ha lasciato, una frase molto semplice sulle condizioni necessarie per costruire l’unità dell’Europa, un’unità che non si può basare su trattati e compromessi politici ma che si deve fondare su una ‘profonda unità interiore di vita, su convinzioni radicate, su una coerenza fra fede pensata e fede vissuta e, insieme una capacità di apertura, di dialogo, di valorizzazione dell’altro che permetta di guardare al futuro come a un futuro di pace e di collaborazione’”.
Il priore di Bose, Enzo Bianchi, ha ricordato il suo incontro a Gerusalemme: “E’ a Gerusalemme che ci siamo incontrati di persona la prima volta: padre Carlo Maria Martini era professore al Pontificio Istituto Biblico e teneva il consueto semestre di insegnamento in Terrasanta; io stavo vivendo alcuni mesi sabbatici in cui approfondivo la conoscenza dell’ebraico biblico. All’epoca già ero familiare con i suoi studi esegetici, che sempre mi impressionavano per la rara capacità di mettere in risalto la ‘lettera’ così da andare con maggior penetrazione allo ‘spirito’ dello ‘sta scritto’…
Incontrare con il cardinal Martini per me significava sempre riandare all’essenziale di cosa significa essere uomini della Parola: letta, studiata, meditata, pregata, amata, la parola di Dio per Martini era ‘lampada per i suoi passi, luce per il cammino’ ed era anche, e proprio per questo, chiave di lettura dell’agire quotidiano, luogo di ascolto, di discernimento, di visione profetica.
Ma l’aspetto ancor più impressionante del suo essere uomo, cristiano, vescovo della Parola, emergeva dalla sua grande capacità di ascolto: dialogare con lui era sperimentare di persona cosa sia un orecchio attento e un cuore accogliente, cosa significhi pensare e pregare prima di formulare una risposta, cogliere il non detto a partire dalle poche parole proferite dall’interlocutore, capirne i silenzi”.
Giovanni Colombo ha messo in evidenza il suo rapporto con la malattia e salute: “In padre Carlo, nel suo bel corpo, mi pare di aver intravisto una dura lotta tra il vento spirituale che si faceva sempre più forte con il progredire degli anni, merito della lettura continua di quel libro di aria e inchiostro che è la Bibbia, e la rigidità fisica anch’essa sempre più accentuata nelle posture, nell’abbraccio, nella stretta di mano.
Mi azzardo a leggere la sua stessa malattia parkinsoniana come il segno di una dinamica irrisolta: la spinta a far uscire il vento e la controspinta a non farlo, per non disobbedire a chissà quale autorità. Purtroppo alla fine la rigidità ha avuto il sopravvento e il Gigante si è trovato rinchiuso dentro una corazza”.


























