Don Serafino Stramucci: il volto misericordioso della Chiesa

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Papa Francesco nella bolla di indizione per il prossimo giubileo straordinario della misericordia ha scritto: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. E’ fonte di gioia, di serenità e di pace. E’ condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità.

Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”.

Mi pare che questa frase si possa ben affermare per il mio ex parroco, don Serafino Stramucci, morto a Tolentino un mese fa a 90 anni e dopo 65 anni di sacerdozio. E’ difficile condensare in poche righe una lunga vita sempre spesa ad essere attento e premuroso alle difficoltà dell’altro, sia che chiedeva o non chiedeva aiuto. E’ stato un sacerdote che si interessava di tutto, in quanto è stato sempre fedele a Cristo ed alla Chiesa, quindi aveva una cura particolare per l’essere umano, come recita la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, ‘Gaudium et Spes’:

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Nei ricordi, purtroppo, qualcosa si affievolisce, ma una immagine rimane sempre scolpita: quella dell’accoglienza. Per questo nei suoi anni ha dato vita all’Azione Cattolica Italiana, alle Acli, alla Caritas, al Centro Sportivo Italiano, al Cgs ‘Vittorio Bachelet’, all’Avulss.

A Tolentino è stato il primo, negli anni 60/70, ad iniziare una mensa sociale per gli operai e gli studenti ed ha anche attivato, coinvolgendo professori e maestre, per i ragazzi in difficoltà il ‘doposcuola’ sul modello di quello di Barbiana. E’ stato l’unico ad essere molto attento per una pastorale verso gli ‘zingari’. Ma il ricordo più bello risale a due episodi ‘accoglienti’.

Il primo durante la guerra nell’ex-Yougoslavia, quando si presentò l’occasione di accogliere una squadra di giovani ragazze di pallamano di Mostar, che erano venute per un torneo. Senza pensarci troppo dapprima le ospitò nell’oratorio, le portò nei campi scuola facendo fare amicizia con i giovani della parrocchia. Poi coinvolse le famiglie nell’accoglienza e finché tutte non furono ‘sistemate’ in famiglia se le prese in carico.

Il secondo episodio è simile, ma riguarda l’Albania nei primi anni di questo nuovo millennio, dando ospitalità ad un’intera famiglia fuggita da quel paese. Ed essendo la vicenda un po’ più complicata non esitò ad ospitarla nella ‘cappellina’ della chiesa, sottostante il cinema, come nuova ‘Santa Famiglia’ fuggita in Egitto, finché non fossero sistemati tutti i permessi necessari per rimanere in Italia. Questi sono solamente due episodi di tanti altri, perché non chiudeva mai la porta a chi era in difficoltà, ma aveva sempre pronto un piatto a chi chiedeva.

Altro suo segno che mi ha colpito è stata la sua ‘lettura’ dei ‘segni dei tempi’: era profondamente convinto che si poteva e doveva raggiungere il cuore delle persone attraverso la cultura. Per questo negli anni 70/80 ha animato il ‘vecchio’ cinema ‘Don Bosco’, lasciato in ‘sua dote’dai salesiani (era un grande estimatore di san Giovanni Bosco) con i famosi ‘cineforum’, eppoi costruito, si può dire prima della chiesa il nuovo cineteatro ‘Don Bosco’, un’opera polifunzionale, coinvolgendo e dando fiducia ai giovani.

Quando il cinema iniziò a muovere i primi passi, nel 1990, ci chiamò e ci disse che si doveva coinvolgere nella programmazione tutte le associazioni culturali esistenti nella città; ma al contempo il cinema doveva seguire anche una programmazione adatta per la famiglia. Ci condusse per mano a dare vita anche ad una associazione culturale, il Cgs legato alla spiritualità salesiana, per attirare i giovani a riflettere e discutere sui temi più importanti della società.

Non imponeva mai decisioni, ma con garbo e finezza ‘intellettuale’ era aperto ad ogni opinione, ribadendo però in modo fermo l’amore di Dio per l’uomo. Ogni volta che programmavamo una rassegna cinematografica ci ripeteva la definizione di san Giovanni Paolo II al IV Congresso Nazionale dell’ACEC del 1984: “La Sala della Comunità diventi per tutte le parrocchie il complemento del tempio, il luogo e la spazio per il primo approccio degli uomini al mistero della chiesa e, per la riflessione dei fedeli maturi, una sorta di catechesi che parla delle vicende umane”.

Con questa sua opera don Serafino è stato il precursore del Progetto Culturale della Chiesa in un mondo che cambia e a lui ben si addice questo verso pronunciato da Pietro di Craon nel dramma ‘L’annuncio a Maria’ di Paul Claudel: “Santità non è farsi lapidare in terra di Paganìa o baciare un lebbroso sulla bocca, ma fare la volontà di Dio, con prontezza, si tratti di restare al nostro posto, o di salire più in alto”.

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