A 100 anni dal genocidio armeno il papa celebra una messa

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Domenica 12 aprile papa Francesco celebra una messa per i fedeli di rito armenoper ricordare il centenario del genocidio degli armeni: “Invocheremo la Divina Misericordia perché ci aiuti tutti, nell’amore per la verità e la giustizia, a risanare ogni ferita e ad affrettare gesti concreti di riconciliazione e di pace tra le Nazioni che ancora non riescono a giungere ad un ragionevole consenso sulla lettura di tali tristi vicende”. Ad un secolo di distanza, il genocidio degli armeni resta in gran parte negato dagli eredi di chi lo perpetrò in territorio ottomano. E nonostante il riconoscimento sia stato firmato da una ventina di Stati e dalla Conferenza di Parigi nel 1920, il dramma non sembra che oggi abbia ancora condizionato per la sua natura la coscienza della popolazione mondiale.

Il massacro di circa 1.500.000 armeni avvenne verso la fine del XIX secolo, dapprima nel 1893-1894 ad opera del sultano Abdul Hamid II, poi con i ‘Giovani Turchi’, e infine la seconda ondata di morte e persecuzioni colpì il popolo nel 1915 con lo stesso Kemal Ataturk, padre della patria turca, durante la Prima guerra mondiale. Gli armeni furono oggetto di un vero e proprio genocidio perché cristiani, istruiti e appartenenti alla classe media, le loro scuole vennero chiuse, le loro chiese vietate e distrutte, e subito dilagò una vera e propria caccia con uccisioni, violenze, stupri, umiliazioni. A queste fecero seguito le deportazioni nel deserto, le fosse comuni, i treni ripieni di sfollati e incendiati.

Per non dimenticare questo ‘genocidio’ il Patriarca armeno ortodosso Karekine II ha scritto una lettera enciclica: “Nel 1915 e negli anni successivi un milione e mezzo di nostri figli e figlie ha subito la morte, la fame, la malattia; è stato deportato e costretto a camminare fino alla morte… La Chiesa armena non santifica. Essa riconosce la santità dei santi che è già riconosciuta dal popolo, e che è stata attestata con evidenza. La Chiesa riconosce solo quello che è accaduto, riconosce il Genocidio…

Il sangue dei nostri martiri innocenti e le sofferenze del nostro popolo gridano per avere giustizia”, denunciando ancora oggi i “santuari distrutti, la violazione dei nostri diritti nazionali, la falsificazione e la distorsione della nostra storia”. Nel frattempo il Parlamento armeno ha votato una risoluzione di condanna dei massacri contro gli assiri e i greci compiuti nell’Impero ottomano tra il 1915 e il 1923. La risoluzione è stata sostenuta da tutte le forze politiche presenti in Parlamento, e ha ottenuto il favore unanime di 117 parlamentari. Non si sono registrati voti contrari o astensioni.

Lo scorso febbraio, l’intenzione dichiarata dal Parlamento armeno di voler adottare una dichiarazione di condanna delle stragi subite un secolo fa da greci e assiri nei territori ottomani rimasti sotto dominio turco era stata commentata positivamente da associazioni e gruppi impegnati nella tutela della memoria storica di quei tragici fatti, definiti rispettivamente come ‘Genocidio greco’ e ‘Genocidio assiro’. Nella dichiarazione si ribadisce che tutte le minoranze etniche e religiose furono oggetto dei massacri perpetrati dai Giovani Turchi.

E nel convegno ‘La Storia & le Storie: narrazioni e testimonianze del genocidio armeno’, tenutosi nel mese di marzo a Roma per commemorare il centenario del Genocidio Armeno, Michele Wegner, figlio del Giusto per gli armeni e per gli ebrei Armin T. Wegner, ha ricordato l’opera storica del padre: “Già all’inizio del 1965, nel cinquantesimo anniversario del genocidio degli Armeni, Armin T. Wegner fu sollecitato da amici armeni a scrivere e far sentire la sua voce in memoria di quella importante ricorrenza.

Con il ritorno alla memoria della tragedia vissuta nel 1915, di cui fu testimone, Armin T. Wegner scrisse un articolo dal titolo La buona luce, che inizia così: ‘Pary Loues! Buona luce’ suonano le parole con le quali gli Armeni, popolo tra i più antichi del mondo, si salutano… ‘La luce non è portata solo dal sole, che ravviva il paesaggio dopo il buio della notte, ma in essa sono anche saggezza e fede. La luce è sacra.

Lasciatemi perciò elogiare il suo splendore prima di commemorare la catastrofe e le vostre sofferenze, che cinquant’anni addietro vi hanno afflitto nel vostro peregrinare verso il deserto, e di cui fui impotente testimone’… Ma a seguito della sua personale tragedia nel 1933, quando fu rinchiuso in sette prigioni e tre lager per aver osato protestare contro le persecuzioni antisemite di Hitler scrivendo proprio al dittatore, Armin T. Wegner dovette scoprire, in quello stesso 1965, che era necessario anche per lui dissotterrare i suoi ricordi, l’impegno che aveva portato avanti negli anni 1919-’22, le sue personali memorie.

Nella ‘buona luce’ leggiamo: ‘All’inizio, amici miei, quando mi avete esortato a ricordarmi questa primavera dell’Armenia, mi parve che la sofferenza per la mia propria terra e il mio popolo, la prigionia, la perdita della patria, quindi delle origini e della famiglia, ed infine gli anni dell’esilio, avessero affossato dentro di me tutto il resto.

Appena ho iniziato a ripensarci, tutte le immagini spaventose, di cui io allora avevo preso visione, riapparvero dentro di me. Esse si erano soltanto ritirate in una maggiore profondità, dove le custodisco quale cupo tesoro’”.

Nel 1965 Wegner in una lettera al capo redattore dell’Allgemeine Wochenzeitung ha sostenuto che: “L’espulsione armena è stato il ‘caso di scuola’ per la successiva persecuzione degli ebrei, ed il primo esempio di un orribile totale massacro di un popolo nel nostro secolo… Lo sradicamento degli armeni non differisce in nulla dall’eliminazione degli ebrei negli anni dal 1940 al 1945, solo che al posto delle camere a gas, troviamo la morte lenta per fame e stenti sotto il sole nel deserto, un susseguirsi di allora che oggi ci appare quasi più umano”.

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