L’ Impero angosciato

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“L’Età dell’Angoscia da Commodo a Diocleziano” è la mostra che si può vedere fino al 4 ottobre 2015 a Roma ai Musei Capitolini. Si tratta del quarto appuntamento del ciclo “I Giorni di Roma” che ha inteso di ripercorrere, attraversando un parte significativa del patrimonio artistico e archeologico dell’antica Roma, la vicenda ultramillenaria dell’Impero romano. Come ha ricordato il Soprintendente Claudio Parisi Presicce, il ciclo ha avuto inizio nel 2010 con la mostra “L’età della conquista. Il fascino dell’arte greca a Roma”, per proseguire con i “Ritratti. Le facce del potere” (2011) e con “L’età dell’equilibrio. Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio” (2013).

Anche la mostra su “Augusto” (2014), alle Scuderie del Quirinale, può innestarsi in un programma espositivo che ha utilizzato le cronologie ed i riferimenti della storia romana per scandire e illustrare la sequenza di statue, busti, bassorilievi, dipinti, vasi che ha sostanziato le varie mostre.

La mostra ai Capitolini si fa notare per la sapienza dell’allestimento, per l’accurata selezione dei pezzi – 239 opere, fra le quali 30 prestiti di istituzioni museali non romane – e per l’impaginazione storica che ha lo scopo di stimolare una fruizione culturalmente avveduta e non turisticamente superficiale ed affrettata.

Questa nuova e importante mostra dell’arte antica romana ha per oggetto un periodo di grandi cambiamenti: l’età compresa tra i regni di Commodo (180 – 192 d.C.) e di Diocleziano (284 – 305 d.C.), Si tratta degli oltre novant’anni che intercorsero tra l’anarchia militare successiva all’uccisione di Commodo (31 dicembre 192) e l’ascesa al potere di Diocleziano (20 novembre 284), un periodo che – sia sul piano sociale che per i fenomeni artistici – segnò un momento di rottura rispetto alla precedente tradizione imperiale. Nella storiografia artistica molta fortuna ha avuto, al proposito, il concetto di “decadenza”. Tale giudizio negativo era legato a una concezione del valore dei prodotti artistici che contrapponeva le opere dell’antichità classica e dell’età augustea (“perfette e apparentemente create senza sforzo”) a quelle successive (“dure, contorte, talvolta grossolane”) e che ipotizzava un marcato declino delle capacità tecniche e creative. Dalla serenità e olimpica potenza del messaggio artistico si sarebbe passati ad una certa cupa e rassegnata compostezza delle figure. Di qui il titolo – un po’ inquietante – de “l’età dell’angoscia”.

Oggi che le categorie storiografiche sono mutate, si pensa che quel periodo di crisi dell’organizzazione imperiale, di modificazione delle credenze religiose, di ristrutturazione dei poteri e di sviluppo delle prime “invasioni” barbariche, sia stato – piuttosto che un periodo di mero smarrimento – un periodo di cambiamento e di impellente trasformazione, per molti aspetti generatore di una nuova cultura.  Una cultura che avrebbe influenzato le epoche successive, fino all’Alto Medio Evo. Anche la storiografia artistica ha dovuto aggiornare la proprie categorie e classificazioni e valutare – accanto all’indubbio sgretolarsi dei valori civili, morali e politici tradizionali e classici – la comparsa di nuovi stili e di un complesso di influssi culturali, religiosi ed estetici nuovi per l’Impero. Una età primitiva in quanto aurorale.

Come sottolinea nel saggio in Catalogo Annalisa Lo Monaco, la complessità religiosa di questo secolo, se scaturisce da profondi rivolgimenti sociali, ha avuto grande risonanza nei fenomeni artistici. Si pensi agli scritti dei maestri neoplatonici Porfirio e poi Giamblico, alla diffusione dell’esoterismo e alla circolazione a livello mediterraneo degli oracoli apollinei, come pure alle opere di Tertulliano, Novaziano, Origene, Clemente Alessandrino, Lattanzio o all’influenza di vescovi quali Ireneo a Lione, Cipriano a Cartagine, Massimo ad Alessandria che è collegata allo strutturarsi della gerarchia ecclesiastica e ai contrasti interni e alle eresie cui andarono incontro le comunità cristiane. Della complessità politica e religiosa di quel tempo non poté non farsi specchio la produzione artistica.

L’età dei Severi – come per primo indagò Ranuccio Bianchi Bandinelli – comportò un significativo cambiamento in quello che era allora il principale, se non l’unico, sistema di comunicazione pubblica:  la statuaria e, in generale, la scultura. I 50 imperatori che si susseguirono dall’età dei culti solari e della divinizzazione dell’Imperatore, fino all’instaurarsi della Tetrarchia, videro sconvolto il confine fra sfera pubblica e sfera privata, fra dimensione religiosa e dimensione civile,  fra affiliazione esoterica e libertà personale. Il Cristianesimo – pure sottoposto a intense persecuzioni – dilatò la sua diffusione e modificò sia la percezione del fenomeno artistico che la funzione della pratica statuaria e illustrativa sottomettendola ai linguaggi, essenziali ma anche semplificati, della nuova devozione. Nel crogiolo delle nuove sensibilità religiose e politiche prese forma un’arte non più classica bensì venata di intensa angoscia e ansia di mutamento e di incertezza.

Nella foto: “Statua maschile in toga”, 253-260 d.C., marmo lunense cristallino,  altezza cm. 183, Villa Doria Pamphili – Casino del Bel Respiro, Roma.

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