La dichiarazione ONU per lo sviluppo ha trenta anni. È ora che implementi la Dottrina Sociale

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I trenta anni della Dichiarazione ONU sul diritto allo Sviluppo sono stati celebrati dalla Santa Sede con un plauso, una osservazione e un auspicio, contenuti in uno statement del 2 dicembre di Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio ONU di Ginevra. Il plauso è per il documento stesso, sempre più necessario in un mondo in cui gli squilibri si sono moltiplicati. L’osservazione riguarda il fatto che molti dei principi della Dottrina Sociale della Chiesa sono contenuti in quel documento. E l’auspicio è che la Dottrina Sociale diventi sempre più uno strumento per lo sviluppo dei popoli, a partire dall’implementazione del concetto di solidiarietà.

Sono sei i concetti base di Dottrina Sociale della Chiesa che si trovano nella Dichiarazione ONU sullo sviluppo: il fatto che la famiglia umana abbia una unità di origine e un destino condiviso; il fatto che ogni persona e ogni comunità hanno una eguale dignità; il fatto che i beni della terra siano di destinazione universale; il fatto che lo sviluppo umano deve essere integrale e abbracciare l’intera persona; il fatto che la persona umana deve essere al centro di ogni attività sociale; e il fatto che solidarietà e sussidiarietà sono necessarie per un sano sviluppo.

Tomasi elenca e sottolinea questi principi, e ricorda che in fondo gli squilibri sono aumentati da quando la dichiarazione è stata redatta. Qualche cifra: secondo l’ONU, si stima che 2,2 miliardi di persone, vale a dire il 15 per cento della popolazione mondiale, vivono una povertà multidimensionale, in cui le mancanze di educazione, salute e stili di vita si sovrappongono.

“Il gap economico e sociale tra chi ha e chi non ha si sta allargando. Attori Statali e non Statali sono impegnati in numerosi conflitti violenti e seri” che “causano centinaia di migliaia di vittime,” in una situazione che Papa Francesco ha descritto come “guerra mondiale a pezzi.

“Queste ingiustizie e guerre inibiscono il progresso effettivo verso l’implementazione del diritto allo sviluppo. Alla lunga, si può dedurre che in alcuni casi una combinazione di interessi nazionali, traffico di armi, avidità e ambizioni di potere fermino la volontà politica di molti Stati dal percorrere in maniera seria il percorso della giustizia e della pace come descritto dai documenti fondanti delle Nazioni Unite”, denuncia Tomasi.

Ci vuole più convergenza tra la Dottrina sociale della Chiesa e la Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo, perché “per ogni realistico sviluppo della società, il punto di partenza più basico e semplice è il realizzare che ogni persona umana è creata libera e con una dignità uguale e inviolabile.”

Ma la persona umana viene messa al servizio di interessi materialistici, diventa “funzionale al consumismo o al potere politico”, e dunque “la dignità degli altri” viene in alcuni casi considerata degna di essere sacrificata per qualche bene materiale più grande”.

Tomasi avverte del rischio della divisione della società in classi, un “approccio pericoloso” che può avere effetti negativi” incluso il fatto che “non abbraccia la nozione di sviluppo nella sua interezza”, e dunque si deve reclamare la centralità della persona umana, la cui naturale conseguenza è “un effettivo esercizio della solidarietà”.

Perché – afferma l’Osservatore della Santa Sede – “la solidarietà è più di un mero sentimento di compassione per le vittime di ingiustizia e per quanti non sono privilegiati,” quanto piuttosto “un obbligo verso tutte le persone e tutte le nazioni a cooperare le una con le altre nel nostro mondo globalizzato”, in modo da eliminare gli effettivi ostacoli allo sviluppo”.

È necessaria una visione nuova, perché in questo modo si può rendere effettivo il diritto allo sviluppo, cioè a partire dai valori che lo sostengono. Da un punto di vista geopolitico, la Santa Sede mette in luce che ci vogliono “nuove forme di collaborazione” dopo che le ultime agende per lo sviluppo sono andate in crisi, come l’agenda di Doha. Da sempre, la Santa Sede chiede una politica più inclusiva per tutti gli Stati, e non solo per i pochi che guidano lo sviluppo delle nazioni.

Una agenda inclusiva, basata sulla persona umana. Che preservi il diritto allo sviluppo anche tenendo in considerazione i problemi dei flussi migratori, da vedere come una risorsa. “Il Global Forum sulla Migrazione e lo Sviluppo ha documentato come una migrazione gestita in maniera corretta può diventare una risorsa a beneficio e sviluppo delle nazioni di origine, di arrivo e per gli stessi migranti”. Ma ci vuole “una governance globale che metta in primo piano la persona umana e i suoi diritti”.

Torna, in controluce, la proposta di una sorta governance con competenze universali, racchiusa nel progetto di riforma delle Nazioni Unite proposto più volte dalla Santa Sede.

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