Tor Sapienza: capire le ragioni delle periferie
Nei mesi scorsi Roma ha vissuto una storia di lacerazione attraverso la vicenda consumatasi nel quartiere di Tor Sapienza, che è passato dal quartiere operaio della prima metà del secolo scorso alle occupazioni abitative degli anni Duemila, dall’era dei palazzoni a quella dei campi rom senza poter curare le profonde lacerazioni del suo tessuto sociale. Una periferia composta di insediamenti casuali e frammentari, di enclave vissute nella cultura dell’emergenza e mai messe in condizione di poter comunicare o interagire, di crescere insieme per diventare società.
Qualche settimana fa il card. Agostino Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, ha indirizzato una lettera ai parroci romani per ribadire la necessità di costruire una convivenza ‘sempre più sicura’: “Si tratta di essere promotori ancora di più, non solo in occasioni e su temi come questo, della ‘cultura dell’incontro’ tra le diverse componenti sociali dei quartieri cittadini:
un aspetto non secondario di quella Chiesa ‘in uscita’ che il nostro Vescovo richiama insistentemente, facendoci carico in qualche modo della complessità della vicenda umana che si sviluppa fuori le mura delle nostre chiese e dei processi e mutazioni sociali che la accompagnano. A tale proposito il Consiglio Pastorale Diocesano sta elaborando un documento su questo tema, dal titolo ‘La Chiesa nella Città’, che speriamo possa essere portato a conoscenza di tutti al più presto…
Cari Amici, in questo scenario di giustizia negata e di diritto alla compassione scopriamo un ‘segno dei tempi’, in cui il Signore ci chiama ad essere ‘discepoli-missionari’. ‘Dio già vive nella nostra città e ci chiama… ad andargli incontro, per scoprirlo, per costruire rapporti di vicinanza, per accompagnare la loro crescita e incarnare il fermento della sua Parola in opere concrete’ (Card. J.M. Bergoglio). Dinanzi alle sfide del tempo cooperiamo perché cresca, insieme alla giustizia e alla legalità, la cultura della solidarietà, dell’accoglienza e dell’inclusione sociale. Adoperiamoci per abbattere muri e costruire ponti”.
Per capire meglio se quello che accade a Tor Sapienza era una situazione già annunciata, abbiamo contattato mons. Pierpaolo Felicolo, direttore diocesano dell’Ufficio per la Pastorale delle Migrazioni: “Direi di sì. Il malessere di Tor Sapienza come di altre realtà della periferia romana si è evidenziato ormai da tempo ed è purtroppo noto. Certe situazioni emergono improvvisamente, ma tante volte sono espressione di disagi presenti da anni e che sono conosciuti”.
Quali nuove strade politiche occorre attivare per preparare un territorio alla socialità?
“A mio avviso la politica deve tener conto delle reali situazioni di tante zone e deve costruire una maggiore coesione sociale e non esasperare i toni dello scontro, ma ricercare il confronto, magari aiutando tutti a lavorare assieme per il bene del proprio territorio di residenza”.
Quali sono le sfide dell’accoglienza a cui è chiamata la Chiesa?
“Negli ultimi giorni il papa Francesco, parlando ai partecipanti al Convegno Mondiale sulle Migrazioni ha ribadito il dovere dell’accoglienza per la Chiesa, mettendo in evidenza che ‘nella Chiesa nessuno è straniero’.
Siamo chiamati, come Chiesa, ad un’accoglienza ad ampio raggio verso tutti; innanzitutto a capire il perché si emigra (la maggior parte delle volte si fugge da guerra, violenza, si cerca un lavoro dignitoso…) e ad accompagnare i migranti in un percorso di integrazione, che è aiutarli a comprendere la lingua del Paese che li ospita, a vivere in un posto decoroso, con un lavoro dignitoso e a comprendere sempre più il luogo dove si trovano per rispettare pienamente leggi e costumi, che poi sono la strada principale per una maggiore integrazione”.
Come alimentare la cultura dell’incontro?
“Come Chiesa sentiamo il dovere di costruire, di coltivare la cultura dell’incontro che è far conoscere le persone e, nella conoscenza, far superare pregiudizi, paure, diffidenze, perché sempre più si veda nell’altro non un pericolo, ma una ricchezza. Perciò anche le nostre realtà ecclesiali siano luoghi di incontro, di conoscenza, di confronto, di amicizia vera. Questo incontro alla fine diventa un dono reciproco ed anche questa è una strada per una piena integrazione”.


























