Da Anversa a Tirana per affermare che la guerra santa non esiste

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Mons. Avgustini Lucjan, vicepresidente della Conferenza Episcopale Albanese, ha dato l’annuncio; l’incontro del prossimo anno è l’Albania, che fra 10 giorni riceverà la visita di papa Francesco e dopo due anni dall’incontro di Sarajevo, davanti a molte fiaccole accese: “l’Albania è terra di sofferenza e di morte a causa della dittatura comunista. Tutte le religioni hanno sofferto ma abbiamo anche resistito al male con la forza della preghiera. Abbiamo capito che un futuro non è possibile senza un’intesa tra le religioni. Ma abbiamo bisogno dello Spirito di Assisi”.

E nel pomeriggio conclusivo ad Anversa tutti i partecipanti all’incontro delle religioni promosso dalla Comunità di Sant’Egidio si sono divisi nella propria tradizione religiosa per pregare per la pace nel mondo. Alla liturgia ecumenica svoltasi nella cattedrale cattolica di Nostra Signora hanno partecipato metropoliti ortodossi, pastori delle Chiese protestanti, vescovi e cardinali cattolici, pregando per i popoli del Sud Sudan, Israele, Palestina, Gaza, Nigeria, Ucraina, Corea.

Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese, ha incentrato la sua meditazione sulla lettera di san Paolo ai Romani, ‘Chi ci separerà dall’amore di Cristo’: “Gli imperi, grandi o piccoli, sono temporali. Essi possono e devono promuovere la giustizia e la pace. Ma essi promuovono anche interessi personali, spesso a spese degli interessi e del benessere di molti dei più deboli. Gli imperi nascono e cadono. Non hanno mai l’ultima parola. La giustizia di Dio dura per sempre. La giustizia di Dio non si manifesta nel potere degli imperi, ma nella fedeltà a noi. Si esprime nella morte, resurrezione e vita di Cristo. Tutto viene detto e incluso nella Croce. Se Dio ha potuto essere lì, Dio può essere con ogni essere umano in ogni situazione”.

A conclusione i delegati hanno consegnato ai giovani il messaggio finale, precedentemente letto da una ragazza belga e da un ragazzo tedesco per dire ‘mai più alla guerra’: “Ci assumiamo oggi la responsabilità della pace quando troppo pochi sognano la pace. Le religioni dicono oggi con più forza di ieri: non c’è guerra santa; l’eliminazione dell’altro in nome di Dio è sempre blasfema.

L’eliminazione dell’altro, usando il nome di Dio, è solo orrore e terrore. Accecati dall’odio, ci si allontana in questo modo dalla religione pura e si distrugge quella religione che si dice di difendere… La guerra si vince solo con la pace. Quando non si riesce a immaginare le vie della pace, restano solo le macerie e l’odio. Occorre avere l’audacia di pensare la pace, perché o il futuro è la pace o non c’è più futuro, sia per chi vince sia per chi perde.

Alle giovani generazioni diciamo: non fatevi ingannare dal realismo triste che dice che il dialogo e la preghiera non servono. Il mondo soffoca senza preghiera e senza dialogo. La violenza può essere fermata. Chi usa la violenza scredita sempre la propria causa. Tutto è perduto con la guerra. Sì, Dio conceda al mondo il futuro. Che è la pace”.

Nella seconda giornata di martedì si sono svolte molte tavole rotonde che hanno avuto come filo conduttore la testimonianza dei martiri, iniziando dalle parole di mons. Jesus Delgado, vicario generale di San Salvador, che ha raccontato il martirio di mons. Oscar Romero, auspicandone la beatificazione nel prossimo anno:  “E’ noto quanto san Giovanni Paolo II abbia sottolineato questa memoria, inserendo personalmente il nome di Romero nel testo della celebrazione di Nuovi Martiri tenutasi nell’anno giubilare, e dettando la frase: ‘Romero, assassinato all’altare’.

Poco tempo fa, il Papa Francesco ha manifestato la sua volontà di promuovere alla gloria degli altari non solo Monsignor Romero ma anche i sacerdoti e laici catechisti che in El Salvador furono uccisi per il loro servizio alla Parola di Dio, nello spirito della carità pastorale, al servizio della promozione umana dei contadini, come nel caso di Padre Rutilio Grande… Romero non sentiva di essere un eroe.

Aveva paura di morire. E più volte lo aveva manifestato. Tuttavia era convinto di dovere adempiere ai suoi doveri di cristiano e di vescovo. Quando cominciarono a giungergli minacce di morte, ebbe timore e angoscia, ma scelse di rimanere per senso di responsabilità e di carità pastorale. Romero non moriva per eroismo ma per fedeltà alla missione affidatagli”. Il vescovo ortodosso della Chiesa coopta egiziana, mons. Anba Epiphanios, ha sottolineato la fedeltà al cristianesimo grazie all’amicizia con i mussulmani:

“I copti d’Egitto nel periodo di transizione  seguito alla rivoluzione del 25 gennaio 2011 sono riusciti a resistere saldamente in giorni difficili grazie alla loro amicizia con i propri fratelli musulmani. Costoro hanno manifestato grande aiuto e sostegno ai copti finché la nazione è riuscita a tirarsi fuori, insieme da un’esperienza così paludosa. Inoltre, quando ci sono stati attacchi contro le chiese, i giovani musulmani hanno offerto i loro corpi come scudi umani per proteggere le chiese”.

Dalla Nigeria mons. Ignatius Ayau Kaigama ha parlato del problema della sicurezza nel Paese: “Sono convinto che la pace in Nigeria è possibile. Abbiamo bisogno di giustizia, di amore sincero e disinteressato e scaleremo le montagne più alte. L’amore è il prezzo della pace. La pace è qualcosa che possiamo permetterci. Servono buona volontà e una mente aperta, senza pregiudizi e stereotipi.

Dobbiamo credere nella nostra comune umanità, vedere nell’ altro un compagno, offrire solidarietà e amicizia a tutti senza distinzioni di nazionalità, colore o fede, e la pace scorrerà come un fiume nigeriano”. Anche l’emiro di Wase, Mohamed Sambo Haruna, ha concordato con il vescovo di Jos:

“Il Governo a tutti i livelli deve respingere e combattere la corruzione al fine di essere ad un alto livello di moralità, un’avanguardia del riorientamento della società finalizzato ad eliminare la violenza, minando le sue cause ultime, e facendo in modo che i nigeriani coltivino un atteggiamento positivo verso il governo e sviluppino una grande lealtà verso la nazione, rispetto per l’umanità e fiducia nella santità della vita… I capi religiosi dovrebbero formare dei comitati interreligiosi e il Governo dovrebbe regolare le loro attività e i modi di predicare. Dovrebbero vigilare sui loro discorsi”.

Il prof. Joseph Yacoub, docente all’Università cattolica di Lione, ha tracciato il diritto all’autonomia dei popoli del Medio Oriente, specialmente in Irak: “Dal 2004 una grande fonte di inquietudine pesa sulla sorte dei cristiani d’Iraq e sulle altre minoranze. Nel marzo 2003, un mese prima dell’invasione americana dell’Iraq, noi avevamo pubblicato un libro intitolato: Minacce sui cristiani in Iraq. Di anno in anno la situazione è peggiorata.

Ma a partire dallo scorso 10 giugno lo stato di sicurezza si decisamente deteriorato, in particolare a Mossul, città che conta più di 20 chiese, e nella provincia di Ninive, a seguito della presa di controllo della città da parte dei Jihadisti ultraradicali…

Questi cristiani sono una comunità cittadina, fedele e leale, che rivendica la sua sicurezza la sua integrità fisica, e il suo riconoscimento in nome di una libertà fondamentale, quella di religione e di convinzione, e del diritto alla differenza, riconosciuto del resto dalle norme del diritto internazionale e dai testi irakeni.

Lo stato irakeno deve proteggere i suoi cittadini, altrimenti fallirebbe la sua missione principale. Questo paese ha bisogno di tutte le parti che lo compongono, cioè di tutto il suo tessuto sociale. Preserviamo un Iraq multiforme e multi religioso nella sicurezza, la pace civile e la giustizia, prima che sia troppo tardi”.

Don Angelo Romano, rappresentante della Comunità di Sant’Egidio e rettore della Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, ha invitato a visitare questa chiesa, che è luogo memoriale per i ‘nuovi martiri’ contemporanei, di tutte le Chiese cristiane: “Storie diverse ma unite dalla fedeltà al Vangelo e alla resistenza contro il male e le sue manifestazioni violente.

Sono storie di martiri che hanno resistito alla violenza ma senza armi in mano, inermi, rispondendo al male con il bene, all’odio con l’amore. Sono storie di cristiani che nel loro martirio rappresentano un germe di unità tra le Chiese…

Le storie dei martiri in tante parti del mondo, che segnano in modo così drammatico questo nostro tempo, devono farci riflettere. Davanti ai segni della presenza del male in questo mondo dobbiamo comprendere la forza della loro testimonianza”.

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