L’ecologia umana di papa Paolo VI

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Paolo VI sarà proclamato beato il prossimo 19 ottobre, a conclusione del Sinodo dei vescovi, ma il 6 agosto, Trasfigurazione del Signore, ricorre il 36^ anniversario della sua morte. In questa occasione è opportuno approfondire il suo amore verso l’uomo, perché la Chiesa è ‘esperta in umanità’ e deve preservare l’ordine della natura nell’umano.

Per questo il papa coniò un nuovo modo di vedere l’ecologia salvaguardando l’umanità, secondo le linee della Dottrina Sociale della Chiesa: non si tratta solo di custodia dell’ambiente, ma di custodia della vita dell’uomo e del creato. Infatti il concetto di ‘ecologia umana’ fu introdotto dal papa addirittura nel 1971, nella Lettera Apostolica ‘Octogesima Adveniens’, in occasione dell’ 80^ anniversario dell’enciclica leonina ‘Rerum Novarum’.

Al n^ 21 egli richiama i cristiani ad essere responsabili di un ‘destino diventato comune’: “Mentre l’orizzonte dell’uomo si modifica, in tale modo, tramite le immagini che sono scelte per lui, un’altra trasformazione si avverte, conseguenza tanto drammatica quanto inattesa dell’attività umana. L’uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione.

Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana”. Ed invita il cristiano a valutare sapientemente le ambiguità del progresso:

“La qualità e la verità dei rapporti umani, il grado di partecipazione e di responsabilità sono non meno significativi e importanti per il divenire della società, che la quantità e la varietà dei beni prodotti e consumati. Superando la tentazione di volere tutto misurare in termini di efficienza e di mercato, in rapporti di forza e d’interessi, oggi l’uomo desidera sostituire sempre più a questi criteri quantitativi l’intensità della comunicazione, la diffusione del sapere e della cultura, il servizio reciproco, la concentrazione per uno scopo comune.

Non consiste il vero progresso nello sviluppo della coscienza morale che condurrà l’uomo ad assumersi solidarietà allargate e ad aprirsi liberamente agli altri e a Dio? Per un cristiano, il progresso si imbatte necessariamente nel mistero escatologico della morte: la morte del Cristo e la sua risurrezione, l’impulso dello Spirito del Signore aiutano l’uomo a situare la sua libertà creatrice e riconoscente nella verità di ogni progresso, nella sola speranza che non delude” (n^ 41).

Il tema è ripreso nell’udienza del 7 novembre 1973, in preparazione dell’Anno Santo del 1975, quando domanda ‘dove è l’ecologia umana?’: “E dobbiamo pertanto rifarci allo studio di quella parola, diventata ormai d’uso corrente, la ‘metànoia’, che vuol dire la conversione interiore, il mutamento del cuore, di cui abbiamo altra volta parlato.

E non possiamo tacere il nostro doloroso stupore per l’indulgenza, anzi per la pubblicità e la propaganda, oggi tanto ignobilmente diffusa, per ciò che conturba e contamina gli spiriti, con la pornografia, gli spettacoli immorali, e le esibizioni licenziose. Dov’è l’ecologia umana?

Per celebrare bene l’Anno Santo s’impone un lavoro al livello più profondo e più geloso della nostra psicologia morale. Dobbiamo essere bravi e coraggiosi nell’intento di portare il rinnovamento e la pacificazione, giù, nel centro della nostra coscienza personale”. La riflessione sull’ecologia umana è maturata nel pensiero di papa Paolo VI attraverso un percorso che mira alla redenzione dell’uomo in un nuovo rapporto con Dio.

Già nella Costituzione Pastorale ‘Gaudium et Spes’ (1965) si sottolineano le mutazioni scientifiche che provocano squilibri: “Una così rapida evoluzione, spesso disordinatamente realizzata, e la stessa presa di coscienza sempre più acuta delle discrepanze esistenti nel mondo, generano o aumentano contraddizioni e squilibri.

Anzitutto a livello della persona si nota molto spesso lo squilibrio tra una moderna intelligenza pratica e il modo di pensare speculativo, che non riesce a dominare né a ordinare in sintesi soddisfacenti l’insieme delle sue conoscenze. Uno squilibrio si genera anche tra la preoccupazione dell’efficienza pratica e le esigenze della coscienza morale, nonché molte volte tra le condizioni della vita collettiva e le esigenze di un pensiero personale e della stessa contemplazione.

Di qui ne deriva infine lo squilibrio tra le specializzazioni dell’attività umana e una visione universale della realtà. Nella famiglia poi le tensioni nascono sia dalla pesantezza delle condizioni demografiche, economiche e sociali, sia dal conflitto tra le generazioni che si susseguono, sia dal nuovo tipo di rapporti sociali tra uomo e donna.

Grandi contrasti sorgono anche tra le razze e le diverse categorie sociali; tra nazioni ricche e meno dotate e povere; infine tra le istituzioni internazionali nate dall’aspirazione dei popoli alla pace e l’ambizione di imporre la propria ideologia, nonché gli egoismi collettivi esistenti negli Stati o in altri gruppi” (n^ 8).

E nella lettera enciclica ‘Popolorum Progressio’ (1967) traccia le linee di uno ‘sviluppo integrale’ dell’uomo, contestando un crescente squilibrio, in quanto l’ ‘ecologia umana’ richiede una visione nuova sul mondo: “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere sviluppo autentico, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo…

Se il perseguimento dello sviluppo richiede un numero sempre più grande di tecnici, esige ancor più uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca di un ‘umanesimo’ nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i valori superiori di amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione. In tal modo potrà compiersi in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane” (nn^ 15/20).

Questo nuovo umanesimo quindi non può far a meno della difesa della vita: “Si rifletta anche all’arma pericolosa che si verrebbe a mettere così tra le mani di autorità pubbliche, incuranti delle esigenze morali. Chi potrà rimproverare a un governo di applicare alla soluzione dei problemi della collettività ciò che fosse riconosciuto lecito ai coniugi per la soluzione di un problema familiare?

Chi impedirà ai governanti di favorire e persino di imporre ai loro popoli, ogni qualvolta lo ritenessero necessario, il metodo di contraccezione da essi giudicato più efficace? In tal modo gli uomini, volendo evitare le difficoltà individuali, familiari o sociali che s’incontrano nell’osservanza della legge divina, arriverebbero a lasciare in balia dell’intervento delle autorità pubbliche il settore più personale e più riservato della intimità coniugale” (Lettera Enciclica ‘Humanae Vitae’ n^ 17, 1968).

Questo pensiero dell’ecologia umana ricorrerà sempre nei suoi scritti fino al messaggio per la pace del 1977, ‘Se vuoi la pace, difendi la vita’: “Può questo binomio ‘Pace e Vita’ apparire quasi una tautologia, uno slogan retorico; ma tale non è. Esso rappresenta una conquista lungamente contesa lungo il cammino dell’umano progresso; un cammino non ancora giunto al suo finale traguardo…

se Pace e Vita possono illogicamente, ma praticamente dissociarsi, si delinea sull’orizzonte del futuro una catastrofe che, ai nostri giorni, potrebbe essere senza misura e senza rimedio sia per la Pace, che per la Vita. Hiroshima è documento terribilmente eloquente e paradigma spaventosamente profetico a questo riguardo. La Pace, se per deprecabile ipotesi, fosse concepita avulsa dal connaturato rispetto con la Vita, potrebbe imporsi come un triste trionfo della morte”.

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