La cristianità globale dei Papi del Seicento

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La bella mostra «I Papi della Speranza – Arte e religiosità nella Roma del ‘600» – che si vede a Roma al Museo nazionale di Castel Sant’Angelo fino al 16 novembre 2014 – è un modello di sobrietà storica e, insieme, di efficacia artistica. L’hanno curata Maria Grazia Bernardini e Mario Lolli Ghetti, il denso catalogo l’ha stampato Gangemi Editore. Impressionante, per qualità e quantità delle presenze, il Comitato scientifico presieduto dall’arcivescovo Agostino Marchetto. La mostra, posta sotto l’Alto Patronato del presidente della Repubblica, è organizzata dalla Soprintendenza speciale per il Patrimonio storico-artistico ed Etnoantropologico di Roma, diretta da Daniela Porro, e dal Centro Europeo per il Turismo, presieduto da Giuseppe Lepore, con la partecipazione dei Musei Vaticani, la Biblioteca Apostolica Vaticana, l’Archivio Segreto Vaticano e la Reverenda Fabbrica di San Pietro.

La finalità – ad un anno dall’elezione del Papa Francesco I – è sicuramente celebrativa, ma la mostra si trattiene e si sviluppa ben al di qua dell’apologia e dello zelo. Sono raccolti e ordinati per il pubblico oltre 100 opere di Gian Lorenzo Bernini, Caravaggio, Pietro da Cortona, Alessandro Algardi, Orazio Borgianni (con altri interpreti della religiosità tipica della cultura artistica e storica romana del Seicento) e rari documenti insieme a stampe, gioielli, sculture frutto dell’artigianato devoto. Si tratta di una vera e propria “summa” della ricchezza artistica e monumentale della Roma di prima età moderna: un patrimonio culturale ed artistico di cui ancora oggi la città si giova al cospetto del mondo intero.

La mostra, in sostanza, racconta la trasformazione urbanistica e religiosa avvenuta a Roma, fra la fine del ‘500 e la prima metà del ‘600, quando la città si ripropose – con enorme e durevole successo – come il centro vivente della Cristianità. Si era in un’epoca appena successiva allo scisma di Martin Lutero (1517) e al Concilio di Trento (1545-1563). Il messaggio cristiano e la funzione semidivina dei Pontefici romani furono ribaditi con un gigantesco impegno sia sul piano strettamente teologico e giuridico (in mostra il Decretum Gratiani ed. 1583) che su quello storico – in gran rilievo la figura di umanista e filologo di San Carlo Borromeo (1538-1584) – che, ancora, su quello dei linguaggi artistici che sarebbero divenuti, in epoca post-rinascimentale, il mezzo più efficace di diffusione del magistero religioso e politico dei Papi.

Il percorso della mostra si articola in tre sezioni. La prima sezione, intitolata “Roma sancta: recupero del cristianesimo delle origini”, è probabilmente la più interessante. In essa dipinti, incisioni, testi e reperti archeologici illustrano il nuovo clima culturale e spirituale della Riforma cattolica. Ci si impegnò – con rigore ed acribìa – a contestare le vedute degli eruditi e dei teologi protestanti in merito alla Chiesa cristiana delle origini e alla Chiesa medioevale. Attraverso la ricerca delle fonti storiche, dei materiali e delle testimonianze si mostra come la Chiesa “moderna” post-tridentina porti intatti dentro di sé il messaggio e l’esempio di Cristo. In particolare viene evidenziata la pregnanza simbolica ed emozionale del linguaggio religioso cattolico, la sua capacità di trascendere il piano della ordinaria razionalità senza per questo disperdersi nella confusione e nel fatalismo, ma piuttosto riscattando l’elemento inconscio e immaginale presente nelle esperienze della povertà, della sofferenza, della perdizione. In mostra vi sono, fra l’altro, il libro di Antonio Bosio, “Roma sotterranea” e un’opera pittorica di forte impatto emotivo come “Santa Caterina che si abbevera al costato di Cristo”, di Giovanni De Vecchi.

A cominciare con il Papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585) il Cattolicesimo romano si fece forma di vita e forma di società. Ci si diede infatti ad attuare il progetto di trasformare l’intera Roma in una “città santa” della Cristianità in cui, ad ogni angolo, fossero disseminate le tracce e i simboli della religione di Cristo e della sua vittoria sui secoli della storia. Questo progetto fu incrementato – intorno al 1570-1580 – dal profondo cambiamento culturale che ebbe come suo principale riferimento l’arte paleocristiana e il Cristianesimo delle catacombe e dei Martiri (Martyrologium Romanum, 1586). La cultura Pagana non era semplicemente oltrepassata, ma piuttosto combattuta e vinta attraverso l’esempio dei primi Martiri: in grande evidenza è la figura di Santa Cecilia. Attenzione è quindi rivolta al fenomeno della devozione femminile e delle “sante vive”: al sacrificio delle martiri in età antica e alle estasi delle visionarie in età medioevale.

La seconda sezione della mostra, “I Giubilei”, documenta il forte interesse dei Papi per questo evento liturgico: sia per il suo aspetto devozionale che per quello sociale e politico. Infatti migliaia di pellegrini invasero Roma in quegli anni riportando al successo un pratica devota tipicamente medioevale. Ad esempio, per l’appuntamento del 1575, giunsero in città oltre 400mila forestieri che compirono il giro “delle sette Chiese”. Quattro i Giubilei presi in considerazione (1575, 1600, 1625 e 1650). Notevolissimo fu l’impegno dei religiosi per assistere i visitatori e per accreditare la Chiesa Romana come Sede sacra dell’accoglienza universale. In esposizione si possono trovare testimonianze di tutto ciò che fu fatto per fornire puntuali informazioni su dove andare in città per curarsi e per mangiare, nonché su quali pratiche seguire per ottenere l’indulgenza. C’è anche un foglio del Nuovo Calendario Romano di Gregorio XIII (1582).

La terza sezione è intitolata “Arte e devozione” e si sofferma sulle manifestazioni dell’arte devozionale. È suddivisa in cinque sottosezioni dedicate rispettivamente al “culto delle reliquie”, alla canonizzazione dei santi, a San Filippo Neri e agli Oratoriani, alle grandi figure di Sant’Ignazio di Loyola (sobriamente ricordato) e (con più evidenza) a San Carlo Borromeo e agli apparati e alle cerimonie che si svolgevano nelle Chiese e in Piazza San Pietro. Tra le opere esposte “San Carlo Borromeo” di Orazio Borgianni e il triplice ritratto di Cardinali di Domenico Guidi: gruppo marmoreo realizzato a fine ‘600 che illustra sia l’idea della monumentalità religiosa che l’aspetto scenografico e teatrale dell’arte di quel periodo.

Ciò che resta al fondo dell’animo dei visitatori – certamente nutriti della mentalità laica e secolarizzata propria del mondo contemporaneo – oltre alla consapevolezza del valore inestimabile del lascito artistico e monumentale della Roma dei Papi alla Roma di oggi, è la potenza della traduzione in tutti i linguaggi delle arti (pittura, scultura, architettura, musica, letteratura, teatro …) del messaggio religioso al fine di giungere alle radici dell’anima di ognuno e di evidenziare la rinnovata prossimità del Credo evangelico alle pieghe più riposte della struttura sociale.

 

Nella foto: Giovanni Francesco Guerrieri da Fossombrone, “Visione di S. Carlo”.

 

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