Il papa: con i migranti ed i rifugiati verso un mondo migliore

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La Chiesa cattolica, domenica 19 gennaio, celebra la 100^ Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: è passato un secolo da quando, nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra mondiale, commosso dalla drammatica situazione di migliaia di rifugiati e profughi e di persone e famiglie espulse dai Paesi europei tra loro belligeranti, papa Benedetto XV scrisse a tutti i vescovi italiani invitandoli a celebrare in ogni parrocchia una Giornata di preghiera e di solidarietà per i migranti. Da allora, ogni anno, in Italia prima e poi in tutto il mondo, questa Giornata è diventata una tappa fondamentale del magistero della Chiesa sulle migrazioni.

Nel messaggio, ‘Migranti e rifugiati: verso un mondo migliore’, papa Francesco sottolinea i processi in atto nella società contemporanea: “Tra i risultati dei mutamenti moderni, il crescente fenomeno della mobilità umana emerge come un ‘segno dei tempi’; così l’ha definito il Papa Benedetto XVI (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2006). Se da una parte, infatti, le migrazioni denunciano spesso carenze e lacune degli Stati e della Comunità internazionale, dall’altra rivelano anche l’aspirazione dell’umanità a vivere l’unità nel rispetto delle differenze, l’accoglienza e l’ospitalità che permettano l’equa condivisione dei beni della terra, la tutela e la promozione della dignità e della centralità di ogni essere umano”.

Quindi la Chiesa invita a celebrare, con colletta obbligatoria, questa giornata; per approfondire meglio il messaggio abbiamo chiesto a padre Renato Zilio, scalabriniano e parroco al Centro interculturale Scalabrini di Brixton Road di Londra, autore del libro ‘Dio attende alla frontiera’, di spiegarci perchè la Chiesa celebra da 100 anni la giornata delle migrazioni: “Celebrare è rendere celebre. Mettere in luce. Come una lampada posta sopra non sotto il moggio, direbbe il vangelo, in tutta la sua densità simbolica e carica di senso. Qui lo è per un popolo di uomini e di donne che camminano con i loro piedi, la loro mente, il loro cuore, la loro storia. Sono i migranti. Attualmente superano largamente i 200.000.000 nel mondo.

Sono gli Abramo di oggi. Escono dalla loro terra mossi dalla speranza, costruiscono il loro avvenire e ricominciano la loro vita sulla terra degli altri. La Chiesa mette in luce questo popolo che rappresenta e ricorda la più bella immagine del popolo cristiano: un popolo in cammino. Sono lo specchio dei discepoli del Signore, una folla immensa lungo i secoli che avanza verso il Regno di Dio e i suoi valori. Ciò ricorda che tutti siamo migranti, temporanei, provvisori. Trasportati, però, da un dinamismo che relativizza ogni cosa e sottolinea i valori che non tramontano mai, come la giustizia, la pace, la fratellanza. Dove va la nostra comunità… verso dove cammina? Potrebbe, allora, essere la nostra domanda.

Forse è rimasta immobile sulle sue posizioni, con le persone abituali, il peso delle strutture, le stesse cose da fare, il ritmo stanco dell’abitudine. Siamo diventati sedentari? Inconsciamente, senza parlare, il popolo dei migranti ci interroga. ‘Bisogna imparare a fare le cose difficili parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco e… liberare gli schiavi che si credono liberi!’, raccomandava Rodari”.

Citando la lettera enciclica ‘Popolorum Progressio’ del venerabile Paolo VI, papa Francesco chiede: “Che cosa comporta la creazione di un ‘mondo migliore’? Questa espressione non allude ingenuamente a concezioni astratte o a realtà irraggiungibili, ma orienta piuttosto alla ricerca di uno sviluppo autentico e integrale, a operare perché vi siano condizioni di vita dignitose per tutti, perché trovino giuste risposte le esigenze delle persone e delle famiglie, perché sia rispettata, custodita e coltivata la creazione che Dio ci ha donato”. Cosa significa questo invito?

“Soprattutto in Europa abbiamo perso di vista i nostri grandi valori come la solidarietà, la condivisione, la compassione dell’altro. Abbiamo bisogno di un mondo più umano, migliore. Viviamo in pieno la ‘globalizzazione dell’indifferenza’ che si nutre anche davanti alla televisione, guardando esternamente tragedie umane che si fanno spettacolo e oggetto di chiacchera. L’indifferenza, il non-rispetto e il rifiuto dell’altro sono come un virus che intacca il cuore della nostra società di oggi, ci fanno coltivare la paura dell’altro. L’indifferenza ci riveste come una corazza. Ognuno è portato ‘a curare i propri interessi’, quasi come una regola d’oro dei nostri tempi. ‘Take care’ (prenditi cura), invece, è l’augurio più bello che sento ripetere quotidianamente nella cultura anglossassone, dove ora vivo.

‘I care’ erano le parole più care a don Milani. Le inculcava nella mente dei suoi ragazzi di Barbiana, piccoli selvatici come le loro capre, e gliele faceva ripetere continuamente. ‘I care…’ come la parola più sacra per un essere umano. Prendersi cura dell’altro, degli altri. È il migliore antidoto a un modus vivendi che rende una società pagana, selvatica e asociale. Prendersi cura indica attenzione, tenerezza, responsabilità, vigilanza e similarità. Sì, siamo simili, della stessa umanità. Sotto, sotto, risuona tremenda la domanda di Dio: ‘Che ne hai fatto di tuo fratello?’ Per cui il prendersi cura di un emigrante è un autentico test della nostra umanità. In fondo, qualsiasi emigrante sulla terra cerca sempre due realtà vitali, essenziali: il pane e la dignità”.

‘Infine, guardando alla realtà dei migranti e rifugiati, vi è un terzo elemento che vorrei evidenziare nel cammino di costruzione di un mondo migliore, ed è quello del superamento di pregiudizi e precomprensioni nel considerare le migrazioni. Non di rado, infatti, l’arrivo di migranti, profughi, richiedenti asilo e rifugiati suscita nelle popolazioni locali sospetti e ostilità’. Quindi il papa invita a superare i pregiudizi e le paure: quale è il modo per comunicare ciò alla gente? “Vivere la nostra fede è anche trasformare le mentalità, correggere i nostri atteggiamenti, aprire i nostri orizzonti. Dio si presenta sempre con il suo volto più bello: colui che libera. Il liberatore. E’ alla base, il fondamento stesso, della fede di Israele: ‘Io sono Colui che ti ha liberato dalla schiavitù della terra di Egitto’.

Importante, allora è renderci coscienti che la paura è il nostro grande nemico invisibile. Ha un potere straordinario e vive nel cuore dell’uomo. Paralizza e blocca ogni nostro passo, ogni nostra apertura. È la paura dell’altro, di colui che è differente da noi. Ma le paure più profonde, radicate, sono tre: si insediano come serpenti addormentati nel nostro animo. La paura di morire. La paura di vivere. La paura di amare. Perchè vivere per davvero significa spendersi totalmente per una grande causa, un ideale. Non solo sopravvivere, come facciamo. E amare significa perdersi, perdere tutto. Mai conquistare l’altro. ‘Se, in fondo, hai detto un amore che ha fatto morire te stesso, sei stato come Lui, un grano fecondo di frumento caduto per terra. Allora, anche tu avrai scritto con le tue mani il domani di Dio’.

Anni fa, ricordo, a dei giovani di differente religione (cristiana, ebraica, musulmana…) il COE di Ginevra, chiedeva con una doppia, interessante immagine. La vostra fede è una fortezza o una sorgente? Qualcosa in cui ci si rinchiude, si resta in difesa, ci si separa dagli altri oppure una sorgente, un’energia interiore, una bellezza che si condivide con altri senza paura, una forza che sgorga con naturalezza e che non usa nè corazza, nè armi… Questo, in fondo, lo fanno generalmente la paura e il pregiudizio!”

Infine nel messaggio papa Francesco parla anche di possibilità di una nuova evangelizzazione: ‘Le migrazioni possono far nascere possibilità di nuova evangelizzazione, aprire spazi alla crescita di una nuova umanità, preannunciata nel mistero pasquale: una umanità per cui ogni terra straniera è patria e ogni patria è terra straniera’. Quali sono gli strumenti?

“Non il senso della conquista, forse rimasto nei nostri spiriti per secoli. Non il senso del possesso. Non la volontà di un territorio da guadagnare. Ma il senso della scoperta. Inseguendo quell’intuizione di Proust, quando parla del viaggiare ‘che non è scoprire nuove terre, ma avere nuovi occhi’. Coltivare in noi gli strumenti di evangelizzazione come la contemplazione, la compassione, l’umiltà, il coraggio, l’apertura di mente e di cuore, la fratellanza, la gioia. Elementi che danno qualità al nostro vino. Avvertire, così, come lo Spirito di Dio ci precede nelle terre, nelle culture, nei popoli che incontriamo. O nel mondo complesso e tormentato in cui viviamo.

Riconoscere: questo è un atteggiamento fondamentalmente cristiano, prezioso nell’evangelizzazione. Riconoscere l’azione dello Spirito nel mondo, nella storia, nella mia vita, perfino nelle mie sconfitte. Come i discepoli di Emmaus riconobbero in una sera indimenticabile il Cristo nel cuore del loro più grande fallimento. Riuscirono a diventare dei testimoni del Signore intraprendenti, entusiasti e contagiosi. Tutto partì da un incontro: il nostro riconoscere Dio. Lasciarsi trasformare da un Amore, che ha preceduto i nostri stessi passi. E si trova alla nostra porta e bussa. In fondo, il rendere grazie è lo strumento per evangelizzare più grande. Ci rende positivi, ottimisti, pieni di speranza. E dà gioia, il migliore segno della presenza del Signore. Ricordo di un vescovo in missione, che di fronte a qualsiasi situazione anche la più difficile e complicata, era solito ripetere convinto: C’è sempre una via d’uscita. Basta trovarla!”

Il suo libro ha un titolo molto significativo: ‘Dio attende alla frontiera’: quale è il nostro compito? “Metterci in ascolto. Sentire la voce la Dio. Metterci in cammino, uscire… Accogliere l’invito misterioso di Dio ad Abra­mo. Ad ogni uomo. ‘Esci dalla tua terra!’ Terra fisica, mentale o affettiva. Quella della propria storia, della propria gente o mentalità. Si rivela oggi importante nella nostra società, ancorata ai modi e ai ritmi di ‘piccolo mondo antico’. Dio ci invita ad aprire porte e finestre di noi stessi per saper accogliere il mondo differente degli altri.

A costruire insieme un mondo nuovo. Non contrapposto. Sì, Dio attende alla frontiera, che è sempre spazio di incontro, di confronto e di orizzonti nuovi. Portarsi così alla frontiera del nostro mondo, di noi stessi, delle nostre energie. Perchè la frontiera è luogo teologico che relativizza le costruzioni dell’essere umano, l’assoluto delle sue conquiste, la centralità dei suoi mondi. Relativizza le nostre ambizioni, il nostro segreto senso di onnipotenza. È il luogo per eccellenza dell’incontro e del confronto, dell’identità e dell’alterità che si danno appuntamento. Nell’era di papa Francesco tutto si fa invito ad andare alla frontiera della nostra fede, del nostro mondo.

Per vivere va­lori oggi indispensabili come l’ascolto, il dialogo, l’empatia, il saper vivere-insieme pur differenti, l’apertura di mente e di cuore. La mente, annotava Einstein, è come un paracadute: funziona solo quando si apre! Affrontare, così, i tempi difficili e le sfide di domani come uomini o donne di speranza, di apertura. E di coraggio”.

Allora, cosa significa essere un sacerdote di frontiera? “Essere attento, sensibile alle differenze e alle novità che si incontrano. Sono i due volti con cui si presenta lo Spirito di Dio: la differenza, la novità. Perchè Dio sorprende. Arriva sempre di sorpresa attraverso la differenza dell’altro, di un altro mondo, di nuovi orizzonti o attraverso ciò che non è già costruito, definito o programmato. Vivendo in emigrazione, in ‘una società liquida’, alla frontiera di lingue, di culture o tradizioni differenti ho imparato ad avere compassione di uomini, che emigrano con tutti i loro drammi che li inseguono ovunque.

Lungo il confine di culture o di religioni differenti ho imparato ad avanzare con la stessa libertà del Cristo, che relativizzava ogni cosa, perfino il giorno sacro a Dio, il sabbah. Uno solo era per lui l’assoluto: Dio stesso e il suo mistero. Colui che segretamente ama e accompagna la vita di ogni essere umano. Ed era il suo insegnamento più bello. Così ho imparato a non dettare mai legge, a non impormi a nessuno, a non predicare alla gente, ma semplicemente a parlare al loro cuore. Perché è proprio là che il Signore ci attende, per trasformarci in suoi discepoli. Coloro che ancora oggi sanno rifare la strada di Emmaus, dove lo straniero si aggiunge per caso e aiuta a capire meglio la nostra vita. Come missionario scalabriniano accompagno la fede e la cultura di comunità di italiani all’estero, ma anche di emigranti portoghesi e filippini qui a Londra.

La loro avventura, in fondo, è un’originale ‘storia di salvezza’. Li aiuto a passare tante frontiere, il proprio mondo, le proprie abitudini, sé stessi. E impariamo insieme la disponibilità a lasciarci condurre da Dio. Ed a capire che ‘il cammino, come scrive un poeta brasiliano, si fa camminando’. La loro vita diventa un ponte o delle passerelle lanciate nel mare aperto dell’umanità. L’esistenza di noi emigranti, in fondo, vissuta tra culture, mentalità e lingue differenti, riconcilia il mondo”.

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