Caso Becciu, sei anni dopo si torna al punto di partenza. Il «processo sul processo» della giustizia vaticana

Becciu e la giustizia
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 24.09.2026 – Vik van Brantegem] – Sono trascorsi esattamente sei anni da quel 24 settembre 2020 in cui Papa Francesco convocò S.Em.R. il Signor Cardinale Giovanni Angelo Becciu e accettò la sua rinuncia forzata dalla carica di Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e «dai diritti connessi al Cardinalato». Una formula senza precedenti, applicata senza che al Cardinal Becciu fosse contestato formalmente un reato, senza un procedimento canonico o penale e senza che gli fosse concessa la possibilità di conoscere gli elementi raccolti contro di lui e di difendersi.

Sei anni dopo – trascorso un processo di primo grado durato oltre due anni e concluso il 16 dicembre 2023 con la condanna del Cardinal Becciu a cinque anni e sei mesi di reclusione, una decisione che la difesa contesta integralmente, continuando a sostenerne la totale innocenza – il caso si trova nuovamente davanti al problema dal quale tutto aveva avuto origine: il rispetto delle garanzie fondamentali, la conoscenza integrale degli atti e l’effettività del diritto di difesa.

In un post pubblicato oggi su Facebook, Andrea Paganini, curatore della Rassegna Stampa sul «caso Becciu», ripercorre i sei anni trascorsi dal 24 settembre 2020 definendoli l’«interminabile via crucis» del Cardinal Becciu e ponendo una domanda radicale: «Quanto vale la vita di un uomo?». Paganini richiama la rinuncia imposta prima di qualsiasi contestazione formale, la campagna mediatica, il mancato deposito integrale del materiale probatorio, le parti omissate delle dichiarazioni di Mons. Alberto Perlasca e le chat emerse successivamente, sostenendo che questi elementi confermino una costruzione accusatoria viziata fin dall’origine. Ricorda inoltre la condanna per calunnia di Nicola Giampaolo, l’inammissibilità dell’appello dell’accusa e, soprattutto, la decisione del 17 marzo 2026 con cui la Corte d’Appello vaticana ha riconosciuto la nullità relativa, ordinato la rinnovazione del dibattimento e imposto il deposito integrale degli atti. Nella lettura dichiaratamente schierata di Paganini, i ripetuti depositi incompleti non rappresentano una semplice irregolarità tecnica, ma una persistente lesione del diritto di difesa e della presunzione d’innocenza, con conseguenze sulla credibilità della giustizia vaticana e della stessa Chiesa: se le istituzioni giudiziarie e la stampa non sapranno ristabilire la verità, conclude, «lo farà la storia».

Franca Giansoldati, una delle poche vaticaniste che hanno seguito con continuità e attenzione critica l’intera vicenda, ha sintetizzato su Il Messaggero il punto al quale si è arrivati: «Sei anni dopo si torna al punto di partenza». Il prossimo passaggio, riferisce la giornalista, è fissato per il 29 ottobre 2026. La data sostituisce dunque quella del 30 settembre indicata nella precedente fase procedurale, anche se al momento non risulta pubblicato un nuovo calendario ufficiale consultabile della Corte d’Appello.

Quel 24 settembre 2020

La vicenda giudiziaria non cominciò il 24 settembre 2020. Le indagini sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato e sull’operazione immobiliare di Sloane Avenue erano già in corso, accompagnate da fughe di notizie, ricostruzioni mediatiche e provvedimenti investigativi. Fino a quel giorno, tuttavia, il Cardinale Becciu non risultava formalmente coinvolto.

La convocazione serale presso Casa Santa Marta e la successiva comunicazione della Sala Stampa della Santa Sede produssero immediatamente una condanna pubblica anticipata. Nel racconto mediatico la rinuncia ai diritti cardinalizi fu letta come prova di colpevolezza, benché non fosse stata ancora formulata un’imputazione e mancassero tanto un processo quanto una sentenza.

È questo il peccato originale che ha continuato a pesare sulla vicenda: prima la pena pubblica, poi la ricerca della sua giustificazione giudiziaria.

Da allora questo Blog dell’Editore ha seguito costantemente il caso, raccogliendo documenti e testimonianze (indice della copertura sul caso Becciu), cominciata quando il Cardinal Becciu non era stato ancora coinvolto. Il criterio è rimasto quello espresso sin dall’inizio: non una difesa personale fondata sulla simpatia o sull’appartenenza, ma la difesa del diritto di ogni accusato a conoscere le contestazioni, accedere alle prove e rispondere davanti a un giudice realmente terzo.

La svolta della Corte d’Appello

Il passaggio decisivo è arrivato il 17 marzo 2026. La Corte d’Appello dello Stato della Città del Vaticano, presieduta da Mons. Alejandro Arellano Cedillo, ha accolto una parte sostanziale delle eccezioni difensive e riconosciuto che nel giudizio di primo grado si era verificata una violazione delle norme processuali.

La Corte ha dichiarato una «nullità relativa» che, non essendo stata sanata e avendo viziato un atto fondamentale come la citazione a giudizio, rendeva necessaria la rinnovazione del dibattimento davanti allo stesso giudice d’appello.

Il provvedimento non ha annullato complessivamente il dibattimento e la sentenza di primo grado, che continuano formalmente a produrre effetti. Ha però riconosciuto che le difese non avevano avuto pieno accesso al materiale raccolto durante le indagini: documenti erano stati depositati solo parzialmente, altri erano rimasti coperti da omissis, altri ancora non erano entrati nel fascicolo conoscibile dagli imputati.

Fra questi figuravano parti delle videoregistrazioni degli interrogatori di Mons. Alberto Perlasca, principale testimone dell’accusa contro il Cardinal Becciu, le chat fra Genoveffa Ciferri e Francesca Immacolata Chaouqui, e il contenuto dei dispositivi informatici acquisiti nel corso delle indagini. La ricostruzione ufficiale del provvedimento è contenuta nel resoconto di Vatican News del 17 marzo 2026.

La Corte aveva quindi ordinato all’Ufficio del Promotore di Giustizia di depositare entro il 30 aprile la versione integrale di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio. Le parti avrebbero dovuto avere tempo fino al 15 giugno per esaminarli e predisporre le proprie richieste probatorie.

L’ordine non pienamente eseguito

Alla scadenza del 30 aprile, tuttavia, l’Ufficio del Promotore di Giustizia ancora una volta non aveva depositato tutto il materiale in forma integralmente accessibile alle difese. Alcuni documenti conservavano gli omissis; altri venivano messi a disposizione dei giudici, ma non dei legali; per altri ancora il Promotore rivendicava il potere di valutarne autonomamente la pertinenza.

Gli Avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, difensori del Cardinal Becciu, espressero «sconcerto», osservando che l’accusa non poteva decidere unilateralmente quali atti la difesa avesse diritto di conoscere. Anche i difensori di Fabrizio Tirabassi parlarono di un «rifiuto del Promotore di obbedire al giudice vaticano».

Ne abbiamo riferito il 30 aprile nell’articolo Processo Becciu. L’Ufficio del Promotore di Giustizia disobbedisce all’ordine della Corte d’Appello e deposita degli atti non integrali con omissis.

Il 13 maggio le difese del Cardinal Becciu, di Enrico Crasso e di Raffaele Mincione presentarono una memoria con la quale sostennero che «la nullità del processo non è stata sanata». Secondo i legali, una semplice possibilità di consultazione non poteva sostituire il deposito formale degli atti, né consentire la preparazione piena delle prove difensive.

La Corte intervenne nuovamente, fissando ulteriori termini per il deposito del materiale: il 30 giugno per gli atti sui quali si fonda l’accusa e il 31 luglio per gli adempimenti delle altre parti. Venne inoltre chiesto al Promotore di Giustizia di precisare quali capi d’imputazione fossero ancora effettivamente contestati a ciascun imputato, dopo le assoluzioni già divenute definitive e la dichiarazione d’inammissibilità dell’appello dell’accusa.

Non risultano pubblicate comunicazioni ufficiali che consentano di verificare in quale forma tali adempimenti siano stati eseguiti e se tutto il materiale sia stato finalmente reso accessibile alle difese senza omissioni. È proprio questa una delle questioni che la Corte dovrà affrontare quando il dibattimento riprenderà.

Un processo che deve ancora definire il proprio oggetto

A questo punto il giudizio d’appello non riguarda soltanto la fondatezza delle condanne pronunciate il 16 dicembre 2023. Prima di arrivare al merito, la Corte dovrà chiarire se esistano le condizioni processuali per proseguire.

Dovrà verificare:

  • se l’Ufficio del Promotore di Giustizia abbia depositato integralmente gli atti richiesti;
  • se le difese abbiano potuto conoscerli ed esaminarli effettivamente;
  • se la nullità della citazione a giudizio possa considerarsi sanata;
  • quali imputazioni rimangano concretamente in piedi per ciascun imputato;
  • quali prove debbano essere nuovamente assunte nel dibattimento rinnovato;
  • quali effetti continuino a produrre la sentenza e le assoluzioni di primo grado.

Si comprende perciò perché abbiamo definito questa fase un «processo sul processo». Prima ancora di stabilire la responsabilità degli imputati, la giustizia vaticana deve giudicare la regolarità del procedimento attraverso il quale essi sono stati accusati e condannati.

Gli sviluppi collaterali

Nel frattempo sono intervenuti anche provvedimenti che hanno ulteriormente indebolito alcuni elementi utilizzati per alimentare pubblicamente il racconto accusatorio.

Il 26 giugno 2026 la Corte d’Appello vaticana ha confermato in via definitiva la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione inflitta a Nicola Giampaolo per la calunnia commessa ai danni del Cardinale Giovanni Angelo Becciu e di Padre Bogusław Turek. Giampaolo era stato presentato da Report come testimone di presunti traffici di denaro legati alle cause di beatificazione. La sentenza ha invece accertato il carattere calunnioso di quelle accuse, come abbiamo riferito nell’articolo Condanna definitiva per calunnia del testimone di Report, Nicola Giampaolo. Altro crollo nel castello accusatorio contro il Cardinal Becciu.

Questo procedimento è distinto dal processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato e non determina automaticamente l’esito dell’appello. È però significativo nel valutare la qualità di una parte del materiale mediatico costruito attorno alla figura del Cardinal Becciu.

Il test per la giustizia vaticana e per Papa Leone XIV

Dopo sei anni, la domanda essenziale non è cambiata: può una persona essere privata dell’incarico, dell’onore e dei diritti sulla base di accuse che non conosce e di atti ai quali non può accedere integralmente?

La risposta non riguarda soltanto il Cardinal Becciu. Riguarda la credibilità dell’ordinamento giudiziario vaticano, la separazione fra accusa e giudice, la parità delle parti e la possibilità che anche nello Stato governato dal Pontefice la giustizia sia amministrata secondo regole conoscibili, stabili e applicate a tutti.

Il processo nato durante il pontificato di Papa Francesco è ora una prova per Papa Leone XIV. Non si tratta di orientare il giudizio né di sostituirsi ai magistrati, ma di assicurare che essi possano operare senza interferenze e che nessuna ragione di opportunità istituzionale prevalga sulle garanzie fondamentali.

Il 24 settembre 2020 arrivò prima la condanna pubblica e solo dopo il processo. Sei anni più tardi, la Corte d’Appello è ancora chiamata a stabilire se quel processo possa dirsi validamente celebrato. È questa la contraddizione che non può essere rimossa: dopo anni di indagini, 86 udienze di primo grado e una condanna già pronunciata, la giustizia vaticana deve ancora verificare se agli imputati siano stati mostrati integralmente gli atti sui quali l’accusa ha costruito il proprio caso.

Il prossimo passaggio, indicato da Il Messaggero per il 29 ottobre, non sarà quindi una semplice ripresa del dibattimento. Sarà il momento in cui la Corte dovrà verificare se la nullità sia stata sanata e, in caso contrario, stabilire quali conseguenze processuali debbano derivare dalla violazione che essa stessa ha riconosciuto.

La foto di copertina è stata creata con l’Intelligenza Artificiale.

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