Il rischio di burocratizzare la Chiesa
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.09.2026 – Andrea Gagliarducci] – Il piano di Leone XIV per la Chiesa è stato chiaro fin dall’inizio: cercare di ristabilire l’armonia al suo interno. Il suo motto episcopale, In Illo Uno Unum, lo afferma chiaramente. Anche le sue azioni, che finora hanno sempre cercato non di dividere, ma piuttosto di assorbire le tensioni, parlano da sole. Dopo 16 mesi, tuttavia, attendiamo ancora molte cose necessarie. Attendiamo il primo Concistoro di Leone XIV. Attendiamo una serie di nomine che interesseranno almeno cinque posizioni di vertice nella Curia. Attendiamo le “correzioni” di Leone XIV ad alcune delle riforme di Papa Francesco. Ma a Leone XIV non sembrano importare le aspettative.
Sappiamo già che le persone di ogni schieramento all’interno della Chiesa rimarranno deluse. Il mondo tradizionalista si aspettava un’inversione di tendenza improvvisa e netta rispetto all’ostracismo vissuto durante il pontificato di Francesco, e la sua impazienza è cresciuta (probabilmente in attesa di un’azione che non arriverà mai). Il mondo progressista, quasi un negativo fotografico del mondo tradizionalista, ha compiuto acrobazie mentali per interpretare tutto ciò che Leone XIV ha fatto in continuità con il suo predecessore immediato, e queste acrobazie potranno solo allontanare la delusione per un periodo limitato.
La visione di Leone XIV per la Chiesa si è fatta ancora più chiara il 10 settembre, quando ha incontrato il gruppo di vescovi neonominati, giunti a Roma per il consueto corso annuale per “vescovi neonati”. Il Papa ha chiesto loro di essere paterni, come aveva fatto con i vescovi della Conferenza Episcopale Latina delle Regioni Arabe durante un’udienza il 4 settembre. Questa paternità si nutre del discepolato, pienamente in linea con il carisma agostiniano e con il suo personale carisma missionario. Leone XIV ha affermato di desiderare una Chiesa con una gerarchia, ma che mantenga una forte comunione e una grande collegialità. La comunione implica una “pace disarmata e disarmante” – secondo la celebre frase pronunciata dal Papa al suo esordio – mentre la collegialità significa la partecipazione di tutti al governo, o almeno alle discussioni.
Anche per questo motivo Leone XIV non interruppe il processo sinodale, ma auspicò progressi sulla questione della sinodalità. I gruppi di lavoro nati dopo il Sinodo del 2023 continuarono a riunirsi, a pubblicare documenti e a formulare proposte. Ed è proprio in questo processo, tuttavia, che risiede uno dei maggiori rischi del pontificato. Il rischio di questo approccio è che, nel desiderio di non annullare i processi, quelli già in corso si trasformino in mera burocrazia. In breve, il rischio è quello di burocratizzare la Chiesa. I resoconti dei Gruppi 6 e 7 del cammino sinodale ne sono un esempio emblematico. Il Gruppo 6 studia le relazioni tra vescovi, vita consacrata e comunità ecclesiali. Il Gruppo 7 discute la natura e lo svolgimento delle visite ad limina Apostolorum, ovvero le visite periodiche che i vescovi di ogni Paese devono effettuare a Roma.
I rapporti sono delle proposte presentate al Santo Padre, che può disporne liberamente. In breve, non sono decisioni, e anche se il Papa dovesse decidere, dovrebbero essere tradotte in linee guida operative che coinvolgano i dipartimenti competenti. Perché rischiano di essere burocratiche? Perché i due documenti affrontano, in modi diversi, le possibili forme di autorità della Chiesa, ma lo fanno offrendo soluzioni procedurali, e le procedure rendono sempre tutto più complicato. Per non parlare del linguaggio.
Riguardo al rapporto tra diocesi e istituzioni religiose, il rapporto parla di una “conversione relazionale”, auspicando il superamento di rapporti “meramente gerarchici”. Inoltre, il rapporto chiede maggiore chiarezza sui criteri teologici e giuridici per il riconoscimento di nuovi istituti religiosi e nuove forme di vita consacrata. Propone persino accordi o contratti d’intesa obbligatori tra diocesi e istituzioni religiose, che definiscano chiaramente gli impegni assunti, gli aspetti finanziari, la gestione delle opere e le reciproche responsabilità. Queste proposte nascono da problemi concreti: un eccessivo autoritarismo o centralizzazione e una scarsa comprensione di come le diocesi e le istituzioni religiose gestiscono le proprie relazioni. Ma il problema non risiede nel modello in sé. Piuttosto, risiede nelle persone, nel modo in cui esercitano l’autorità. Leone XIV lo sa, ed è probabilmente per questo che insiste sulla questione della paternità. Ma allo stesso tempo, ha lasciato che il dibattito sinodale, il suo lento e farraginoso modus procedendi – in una parola, la sua burocrazia – si trascinasse all’infinito, senza nemmeno chiarire le questioni pratiche, vale a dire che il Sinodo non può essere un organo deliberativo e che il Sinodo non è un piccolo parlamento. Esistono esempi virtuosi.
In Norvegia, il Vescovo di Oslo Fredrik Hansen ha convocato il primo sinodo diocesano della storia, dichiarando apertamente che non si trattava di un sinodo volto a cambiare la dottrina della Chiesa perché non è un parlamento. Ha persino citato i Sinodi di San Carlo Borromeo, del Cardinale Arcivescovo di Milano durante la Controriforma, per fare un esempio.
Nei Paesi Bassi, il Vescovo ausiliare Rob Mutsaerts ha criticato aspramente il Sinodo, chiedendo che le esperienze pastorali vengano valutate sulla base di indicatori concreti, come le vocazioni, la partecipazione alla Messa e la diffusione della pratica della confessione.
Tuttavia, la decisione di Leone XIV di lasciare che il dibattito prosegua senza una parola chiara sulla situazione rischia non solo di creare confusione, ma anche di gettare le basi per un’ulteriore burocratizzazione della Curia. Sembra un tema vago, ma non lo è.
Papa Francesco ha inaugurato l’era delle commissioni – per la riforma della comunicazione, per quella economica, per quella della Curia – e ciò ha generato, è vero, una spinta all’efficienza, ma anche una burocrazia tutt’altro che efficiente. Un esempio concreto è la riforma dell’economia della Santa Sede, che ha visto i poteri dell’Amministrazione della Sede Apostolica prima sottratti e poi ripristinati nel giro di pochi mesi. Anche la riforma dello Stato della Città del Vaticano è un caso emblematico, con ben tre bozze della Legge Fondamentale vaticana elaborate in pochissimo tempo.
Cosa intende fare Leone XIV? Da un lato, la Santa Sede necessita di una migliore organizzazione. Dall’altro, ha bisogno di persone valide e dotate di buon senso, che abbiano a cuore l’istituzione e sappiano gestirne la struttura complessa con professionalità e logica.
C’è poi la necessità di manager. Per ora, Leone XIV ha scelto una manager, Montse Alvarado, per guidare il Dicastero per la Comunicazione e per far parte del Consiglio di amministrazione della Fondazione Fratello Sole [*]. Tuttavia, non ha ancora scelto i suoi “generali” – vescovi e cardinali – che lo affiancheranno nel governo. Finora si è affidato a una struttura con cui non ha avuto conflitti, ma che sotto Francesco ha prodotto, di fatto, numerose dichiarazioni d’intenti e un’immagine della Chiesa più simile a una struttura partecipativa democratica e parlamentare che a una comunità di fedeli.
Mentre Leone procede con lentezza nella scelta della propria squadra, il giudizio sul suo pontificato resta sospeso per mancanza di elementi concreti. A un certo punto, però, le mancate decisioni diventano decisioni a tutti gli effetti. La burocratizzazione avviata da Papa Francesco continuerà inesorabile, finendo per soffocare qualsiasi slancio offerto dal cambio di guida al vertice della Chiesa. Forse paradossalmente, Papa Francesco ha sfruttato la burocratizzazione per assicurarsi di essere l’unico a decidere, pur dando l’impressione di ascoltare tutti. Leone XIV ha un’opportunità in questo senso, ma la finestra temporale si sta chiudendo.
Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese oggi sul suo blog Monday Vatican.
[*] Istituita da Papa Leone XIV con Chirografo datato 1° giugno 2026, con l’obiettivo di costruire e gestire, anche dal punto di vista finanziario, un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, che assicuri, non soltanto il fabbisogno elettrico di tutte le strutture presenti e di quelle in via di sviluppo nel sito, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano. Vuole centrare l’obiettivo di essere un esempio di come sia possibile conciliare la produzione energetica e l’agricoltura rispettando e proteggendo l’ambiente, secondo i principi della sostenibilità ambientale e della cura della casa comune contenuti nel Magistero sociale della Chiesa.





























