150 diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni. Ma qualcuno ha chiesto dove sono finiti?

Foto di gruppo
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Ci sono fotografie che raccontano soprattutto ciò che rimane fuori dall’inquadratura. L’11 e 12 settembre 2026 una delegazione di circa 150 rappresentanti del Corpo Diplomatico accreditato in Azerbaigian, provenienti da 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali, è stata accompagnata dal Consigliere presidenziale Hikmet Hajiyev in un viaggio di due giorni nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh (Qarabağ per gli Azeri) e nei territori circostanti. Stepanakert, che Baku chiama Khankendi; Shushi, ribattezzata Shusha; Martakert/Aghdara; Karvachar/Kalbajar. Ricostruzioni, nuove infrastrutture, moschee, monasteri, fotografie di gruppo.

Secondo la versione ufficiale azera, ai diplomatici vengono illustrati anche lo stato del patrimonio storico e culturale e gli interventi per la sua conservazione e il suo restauro. Ma dalle immagini manca qualcosa di molto più grande: il popolo che abitava quelle città, quei villaggi, quelle case e pregava in quelle chiese. Più di 100.000 Armeni lasciarono l’Artsakh nel settembre 2023, dopo l’offensiva militare azera. E mentre oggi i diplomatici vengono accompagnati a osservare la «nuova realtà» costruita da Baku, immagini satellitari e documentazione indipendente continuano a testimoniare la distruzione o trasformazione di chiese, cimiteri, monumenti e interi settori urbani armeni. La domanda più semplice sembra essere rimasta fuori dal programma della visita: dove sono finiti gli Armeni dell’Artsakh?

Il ventiduesimo tour diplomatico

Non si tratta di una visita improvvisata. Secondo le informazioni diffuse dalle autorità azere, quella iniziata l’11 settembre è la 22ª visita organizzata dal 2020 per rappresentanti del Corpo Diplomatico nei territori passati sotto il pieno controllo di Baku.

La fonte ufficiale azera parla di 150 partecipanti in rappresentanza di 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali. Ad accompagnarli è Hikmet Hajiyev, Assistente del Presidente Ilham Aliyev e Responsabile del Dipartimento per gli Affari di politica estera dell’Amministrazione presidenziale.

Hajiyev non è un personaggio nuovo nella nostra lunga copertura del blocco, della guerra e della pulizia etnica dell’Artsakh. Sul Blog dell’Editore ne abbiamo seguito ripetutamente l’attività non soltanto come uno dei principali collaboratori di Aliyev per la politica estera, ma come figura centrale della macchina propagandistica del regime azero. Durante il blocco dell’Artsakh lo abbiamo visto promuovere la narrativa ufficiale di Baku e lo Shusha Global Media Forum; dopo lo svuotamento dell’Artsakh dalla sua popolazione armena, abbiamo documentato il suo coinvolgimento nei tour organizzati dalle autorità azere per viaggiatori e blogger stranieri nei territori conquistati. Nel gennaio 2024 lo definivamo, accanto alla sua qualifica ufficiale, «il Capo della macchina menzognera della propaganda dell’autocrate Ilham Aliyev». Il fatto che sia proprio Hajiyev ad accompagnare e informare oggi 150 rappresentanti del Corpo Diplomatico non è dunque un particolare secondario: contribuisce a definire la natura e il contesto comunicativo della visita.

Il programma ufficialmente dichiarato comprende la presentazione dei progetti infrastrutturali, sociali ed economici realizzati dall’Azerbaigian, ma anche – particolare che merita attenzione – «le attuali condizioni dei siti del patrimonio storico e culturale» e le misure adottate per la loro conservazione e il loro restauro.

Tra i partecipanti identificati pubblicamente figurano rappresentanti diplomatici di Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Messico, Pakistan, Indonesia, Uzbekistan e Kirghizistan. C’è soprattutto Magdalena Grono, Rappresentante Speciale dell’Unione Europea per il Caucaso Meridionale e la Crisi in Georgia, alla sua prima visita nei territori occupati dall’Azerbaigian dopo la guerra.

Grono ha dichiarato durante la visita che le questioni riguardanti il patrimonio storico e culturale costituiscono parte integrante della costruzione di una pace sostenibile. È precisamente per questo che la sua presenza merita attenzione.

Stepanakert: una città senza i suoi abitanti

La delegazione ha visitato Stepanakert, capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabkh fino al settembre 2023, oggi denominata Khankendi dalle autorità azere occupanti.

Qui i diplomatici sono stati condotti anche nel nuovo Parco della Vittoria e si sono fatti fotografare davanti all’Arco della Vittoria nel paesaggio urbano ridisegnato dopo la conquista azera.

Ma esiste un’altra Stepanakert che non compare nel racconto della visita. Come abbiamo documentato su questo Blog dell’Editore, Caucasus Heritage Watch, programma di ricerca guidato da archeologi delle Università Cornell e Purdue che utilizza immagini satellitari per documentare il patrimonio culturale a rischio, ha registrato nel 2026 una concentrazione particolarmente grave di distruzioni del patrimonio armeno della città. Tra queste figurano la Cattedrale armena della Santa Madre di Dio, consacrata soltanto nel 2019; la Chiesa armena di San Giacomo, costruita nel 2007; e il memoriale del Genocidio Armeno, eretto nel centenario del 1915 e contenente una reliquia con resti umani provenienti da Deir ez-Zor. Siamo tornati sulla demolizione della Cattedrale anche lo scorso agosto, quando un confronto fotografico ha reso visibile il «prima e dopo» della sua scomparsa. Caucasus Heritage Watch ha parlato di una concentrazione di distruzioni che suggerisce un programma coordinato di cancellazione del patrimonio.

Non si tratta quindi soltanto di chiedersi che cosa sia stato costruito. Occorre domandarsi anche che cosa c’èra prima e che cosa è stato cancellato.

Shushi: ciò che viene mostrato e ciò che non c’è più

Il contrasto diventa ancora più evidente a Shushi. Ai diplomatici vengono mostrate le ricostruzioni e le nuove opere, compresa una grande moschea in costruzione. Ma a poche centinaia di metri si trova la Cattedrale di Cristo Salvatore Ghazanchetsots della Chiesa Apostolica Armena, uno dei simboli religiosi e culturali della città, colpita due volte durante la guerra del 2020 e successivamente sottoposta a modifiche contestate. Il 7 settembre abbiamo documentato anche come le nuove costruzioni adiacenti ne stiano modificando la visibilità nel paesaggio urbano.

E un altro monumento armeno non può più essere mostrato per una ragione semplicissima: non esiste più. La Chiesa di San Giovanni Battista della Chiesa Apostolica Armena, conosciuta come Kanach Zham, costruita dagli Armeni nel 1847, è stata distrutta; la sua scomparsa è stata documentata attraverso immagini satellitari. Sul Blog dell’Editore ne seguivamo il destino già dopo la guerra del 2020; la documentazione di Caucasus Heritage Watch ne ha poi confermato la distruzione.

Anche i morti sembrano essere diventati scomodi testimoni della storia della città. Caucasus Heritage Watch ha documentato la distruzione completa del cimitero armeno di Ghazanchetsots e i danni provocati al cimitero della Porta di Erevan, dove si trovavano almeno 78 lapidi con iscrizioni armene datate tra il 1802 e il 1913. Proprio pochi giorni prima di questo tour diplomatico abbiamo riferito della distruzione dello storico cimitero armeno-russo di Shushi, documentata tramite immagini satellitari.

Quando dunque ai diplomatici viene illustrata la «conservazione del patrimonio», sarebbe legittimo chiedere se qualcuno abbia domandato anche che cosa sia accaduto a ciò che le immagini satellitari dimostrano non esserci più.

Gandzasar diventa «albanese»

Il secondo giorno il viaggio ha raggiunto anche Gandzasar, uno dei più importanti monasteri dell’Artsakh. Qui Hikmet Hajiyev ha riproposto davanti ai rappresentanti del Corpo Diplomatico la narrativa ufficiale azera secondo cui Gandzasar e Dadivank sarebbero parte integrante dell’antica eredità Cristiana dell’Albania caucasica. È una questione tutt’altro che nominale.

Gandzasar è un monastero del XIII secolo appartenente alla tradizione della Chiesa Apostolica Armena, con un vasto patrimonio epigrafico armeno direttamente presente sulle sue strutture. La scheda scientifica dell’Association Internationale des Études Arméniennes lo descrive come un classico esempio di monastero medievale armeno e ricorda che le iscrizioni attestano la costruzione della Chiesa di San Giovanni Battista tra il 1216 e il 1238. Presentarlo omettendone o relativizzandone l’identità armena significa intervenire non soltanto sulla denominazione di un monumento, ma sulla memoria storica del territorio.

Ed è precisamente questo uno degli aspetti più delicati della politica culturale condotta dall’Azerbaigian nell’Artsakh dopo il 2020: non soltanto la distruzione fisica, laddove documentata, ma la progressiva reinterpretazione dell’identità dei monumenti rimasti.

Un episodio avvenuto durante la stessa visita rende particolarmente evidente il metodo con cui questa rilettura viene proposta agli ospiti stranieri. In un filmato diffuso sui social da GlobalHye Information Services, Hikmet Hajiyev mostra ai diplomatici alcuni volumi provenienti da una precedente esposizione museale a Stepanakert. Sfogliandone uno, richiama l’attenzione sul fatto che soltanto le pagine iniziali presenterebbero testo e decorazioni, mentre quelle successive sarebbero bianche: «Only one page, the rest is empty» (Solo una pagina, il resto è vuoto), afferma. Il filmato viene presentato da GlobalHye come un ulteriore episodio della campagna di disinformazione anti-armena dell’Azerbaigian. Al di là di questa valutazione, è significativo il contesto nel quale la dimostrazione viene proposta: non nel corso di un confronto scientifico tra paleografi, codicologi o storici, ma davanti ai rappresentanti del Corpo Diplomatico durante un viaggio organizzato e guidato dalle autorità azere.

Il fatto che un volume presenti, dopo una o più pagine scritte e decorate, numerose pagine bianche non dimostra di per sé alcuna falsificazione storica. Per attribuire un significato scientifico a questa circostanza occorrerebbe anzitutto identificare e datare il manufatto, conoscerne la provenienza e la storia materiale e sottoporlo all’esame di specialisti. Mostrare le pagine bianche a una delegazione diplomatica, senza questo necessario contesto, non costituisce una prova contro la documentata presenza storica armena nell’Artsakh. Le pagine bianche di un volume possono essere un dato da studiare; trasformarle, senza un’analisi scientifica e senza contestualizzazione, in un argomento sulla storia dell’Artsakh è tutt’altra cosa.

È la stessa visita durante la quale Gandzasar e Dadivank sono stati presentati ai diplomatici attraverso la narrativa azera dell’«Albania caucasica»: elementi diversi che finiscono così per concorrere alla costruzione di un’unica lettura della storia e del patrimonio della regione.

I diplomatici che ascoltano queste spiegazioni non sono turisti. Rappresentano Stati e istituzioni internazionali. La loro presenza ha inevitabilmente un significato politico.

Anche l’Unione europea nella fotografia

Particolarmente significativa è perciò la partecipazione di Magdalena Grono. L’inviata europea aveva incontrato il giorno precedente il Ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov. Durante la visita nell’Artsakh ha parlato del sostegno dell’Unione Europea al processo di pace, dello sminamento e della necessità di affrontare l’eredità lasciata dal conflitto. Sono considerazioni in sé condivisibili. Ma proprio perché l’Unione Europea richiama continuamente i principi della tutela dei diritti umani e del patrimonio culturale, sarebbe importante sapere se la sua Rappresentante Speciale abbia sollevato, durante questo viaggio, anche la questione della popolazione armena costretta ad abbandonare l’Artsakh, quella dei prigionieri Armeni tuttora detenuti in Azerbaigian e quella del patrimonio religioso e culturale armeno distrutto, danneggiato o sottoposto a reinterpretazione. Non risulta, almeno nelle dichiarazioni pubbliche finora disponibili, che tali questioni siano state poste pubblicamente durante il tour.

Questo non permette di affermare che Grono o gli altri diplomatici condividano la narrativa azera. Sarebbe scorretto farlo. Permette però di porre una domanda politica e diplomatica perfettamente legittima: quale messaggio trasmettono le fotografie di rappresentanti degli Stati Uniti, della Francia, del Regno Unito e dell’Unione Europea in un tour organizzato dal regime Aliyev, se quelle immagini vengono diffuse senza alcun riferimento agli oltre 100.000 Armeni che non vivono più in quei luoghi?

La grande assenza

È questo, alla fine, il particolare più impressionante delle fotografie. Non ciò che mostrano. Ciò che manca. Mancano gli Armeni di Stepanakert. Mancano quelli di Shushi. Mancano le comunità che per generazioni hanno pregato a Gandzasar e nelle altre chiese dell’Artsakh. Mancano coloro che nel settembre 2023 hanno caricato quello che potevano sulle automobili e hanno percorso l’unica strada verso l’Armenia. Questo Blog dell’Editore ha documentato giorno per giorno quell’esodo forzato e, nel primo anniversario dell’offensiva, ha ricordato come l’intera popolazione armena autoctona sia stata costretta ad abbandonare la regione.

Le autorità azere possono mostrare ai diplomatici strade, edifici, centrali, cantieri e parchi. Possono raccontare la propria versione della storia di Gandzasar. Possono chiamare Stepanakert Khankendi e Shushi Shusha. Ma resta una domanda che nessun progetto edilizio può cancellare: dove sono oggi gli Armeni che abitavano queste terre?

Una pace autentica tra Armenia e Azerbaigian è necessaria. Lo abbiamo scritto ripetutamente. Ma la pace non può significare che ciò che è accaduto all’Artsakh venga semplicemente espulso dalla memoria diplomatica insieme alla popolazione che vi abitava. E se 150 rappresentanti di 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali attraversano oggi quelle città, visitano quei monumenti e si fanno fotografare nei luoghi preparati per loro dalle autorità di Baku, chiedere che guardino anche ciò che è stato cancellato non significa opporsi alla pace.

Significa chiedere che la pace non venga costruita sull’oblio.

Foto di copertina: i rappresentanti del Corpo Diplomatico accreditato in Azerbaigian posano davanti all’Arco della Vittoria nel cosiddetto Parco della Vittoria di Stepanakert, denominata Khankendi dalle autorità azere, l’11 settembre 2026. Alla visita di due giorni nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e nei territori circostanti hanno partecipato circa 150 rappresentanti di 58 Paesi e nove organizzazioni internazionali (Foto di Azertag.az).