Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni. La Lectio magistralis di Papa Benedetto XVI a Regensburg

Papa Benedetto XVI durante la Lectio magistralis
Condividi su...

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 10 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Papa Benedetto XVI tenne il 12 settembre 2006, durante il Viaggio Apostolico a München, Altötting e Regensburg (9-14 settembre 2006), in occasione dell’Incontro con i rappresentanti della scienza nell’Aula Magna della “sua” Università di Regensburg, una storica Lectio magistralis dal tema Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni.

In questa occasione siamo stati testimoni della diffusione di informazioni scorrette e del rifiuto della libertà di espressione [*]. L’argomento era piuttosto delicato, però era anche un’importante occasione di confronto su una tematica molto in linea con la nostra contemporaneità. Non fanno notizia la tolleranza, il riconoscimento e l’accettazione del diverso, che non è altro che una parte di noi. Poi, scivolando sempre più nel baratro, la frontiera del vietato avanza ogni giorno.

A scatenare la bufera internazionale fu la citazione di un Imperatore bizantino del XIV secolo, Manuele II Paleologo, che associava la diffusione dell’Islam alla violenza.

Innanzitutto, va tenuto presente che Benedetto XVI intendeva comunicare che Dio agisce secondo ragione e, perciò, la violenza religiosa è contraria alla natura stessa di Dio. La citazione che usò non rappresentava il suo pensiero personale sull’Islam; serviva come punto di partenza per una riflessione più ampia sul rifiuto della conversione forzata e sull’incompatibilità tra Fede e coercizione. Benedetto XVI stesso precisò in seguito di non condividere la critica radicale dell’Imperatore all’Islam, ma di voler piuttosto richiamare l’attenzione dei suoi ascoltatori unicamente sul legame tra Fede e ragione. Estratta dal contesto e rilanciata dai media internazionali, la frase provocò ugualmente proteste nel mondo musulmano, tensioni diplomatiche e persino minacce terroristiche contro il Papa.

“Senza Dio nessun dialogo tra culture”
Come Padre Prevost difese Papa Benedetto XVI

Solo due settimane dopo, Padre Robert Francis Prevost, O.S.A., allora Priore Generale dell’Ordine Agostiniano, difese pubblicamente Benedetto XVI durante una conferenza tenuta a Brno (Repubblica Ceca), il 25 settembre 2006.

Il testo è riemerso all’interno di un libro che raccoglie i contributi dell’attuale Pontefice dal 2001 al 2013, intitolato Liberi sotto la grazia. Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia (Libreria Editrice Vaticana, 2026, 560 pagine – AMAZON).

Nel suo discorso, Padre Prevost affermò: «Sappiamo tutti cosa è successo dopo il discorso. A causa di una citazione estrapolata dal contesto – tralasciando la questione se fosse opportuna o meno – sono scoppiate proteste nel mondo islamico».

Dopo aver descritto le polemiche, Padre Prevost proseguì osservando che pochi avevano colto il punto centrale del discorso di Benedetto XVI. Ovvero che «se l’Occidente non trova più una concezione di Dio, non può impegnarsi in alcun dialogo fecondo con le altre grandi culture del mondo, che hanno una profonda comprensione religiosa della realtà. E l’Islam è, naturalmente, tra queste culture». Padre Prevost spiegò che «l’intero discorso ruota attorno a questa idea».

Padre Prevost prese giustamente le difese di Papa Benedetto XVI per la Lectio magistralis di Regensburg, considerato il suo indubbio intendimento di dialogo con l’Islam e tutto il suo magistero pietrino focalizzato sul dialogo. Tutte le sue lettere, le sue encicliche, gli incontri e le cerimonie sono all’insegna della massima ricerca del dialogo con tutti e del tentativo di comprendere chiunque.

Il Papa aveva semplicemente citato un testo storico per illustrare un suo ragionamento. Si può legittimamente anche non condividere questa sua scelta, ma di sicuro non si può mettere in discussione il suo diritto a farlo, se si vuole rispettare la libertà di espressione e di ricerca accademica e se non si vuole cedere alla doppia coscienza di chi grida al genocidio se in Palestina muore un bambino, ma resta muto se nel Dafur o nello Yemen (e non solo lì) muoiono centinaia di bambini. Almeno i bambini dovrebbero essere tutti uguali. Detto questo, al netto della constatazione che la reazione alla citazione di un testo storico fatta dal Papa (non una sua opinione, come è chiaro dal contesto) sia stata spropositata, chiassosa, esagerata e pure violenta, furono uccisi preti, suore e fedeli Cattolici.

Il rammarico del Papa

Il Papa non avrebbe avuto nessun motivo di chiedere scusa per il suo discorso a Regensburg. Le sue parole furono strumentalizzate ad arte, con il concorso di una certa stampa, senza che le masse andassero oltre il titolo e una frase citata fuori contesto, schierandosi senza prendere conoscenza di quanto veramente detto nel discorso. Ma Benedetto XVI era una persona mite e un uomo di pace. Quindi, in occasione dell’Angelus domenicale del 17 settembre 2006 (tradotto anche in arabo), a seguito della situazione globale che si era creata, disse: “In questo momento desidero solo aggiungere che sono vivamente rammaricato per le reazioni suscitate da un breve passo del mio discorso nell’Università di Regensburg, ritenuto offensivo per la sensibilità dei credenti musulmani, mentre si trattava di una citazione di un testo medioevale, che non esprime in nessun modo il mio pensiero personale. Ieri il Signor Cardinale Segretario di Stato ha reso pubblica, a questo proposito, una dichiarazione in cui ha spiegato l’autentico senso delle mie parole. Spero che questo valga a placare gli animi e a chiarire il vero significato del mio discorso, il quale nella sua totalità era ed è un invito al dialogo franco e sincero, con grande rispetto reciproco. Questo è il senso del discorso”.

La posizione di grande prudenza assunta dal Papa dopo la strumentalizzazione del suo discorso accademico a Regensburg era dettata da due motivazioni: non provocare, per difendere i Cristiani a rischio nei territori a maggioranza o forte presenza islamica; cercare, se fosse possibile, qualche strada di convivenza e un comportamento paritetico e reciproco con l’Islam (non è perché pare difficile che non si dovrebbe tentare).

L’accoglienza dell’invito al dialogo

Tra coloro che hanno accettato immediatamente l’invito al dialogo del Papa vi era il Presidente dell’Iran, Mahmud Ahmadinejad, che il 19 settembre 2006, esprimendo “rispetto per il Papa” e suggerendo che le parole del Papa siano state “modificate”, ha dichiarato, riguardo al modo nel quale i media hanno riferito del discorso del Pontefice: “Non c’è dubbio che ci sia chi ha diffuso informazioni scorrette”.

Il Portavoce della Commissione Europea, Johannes Laitenberger, difendendo “la libertà d’espressione del Papa”, ha giudicato “sbagliato” estrapolare la citazione oggetto di controversia dal discorso pronunciato da Benedetto XVI a Regensburg e giudicarla separatamente dal contesto: “Le reazioni sproporzionate, che corrispondono al rifiuto della libertà di espressione, sono inaccettabili. […] La libertà d’espressione è una pietra angolare dell’ordine Europeo, così come lo è la libertà di tutte le religioni e di tutti i credo. […] Dal punto di vista della Commissione, qualsiasi reazione deve essere basata su ciò che è stato realmente detto, e non su brani presi fuori contesto ed ancor meno su citazioni deliberatamente estratte dal loro contesto”.

Il discorso di Regensburg è rimasto uno dei testi più controversi del pontificato di Benedetto XVI, usato da 67 docenti dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” per firmare, il 23 novembre 2006, una lettera volta a contestare l’invito a Benedetto XVI per l’inaugurazione dell’anno accademico. Le proteste e le occupazioni studentesche lo spinsero a rinunciare alla visita, nonostante il sostegno di altri accademici e figure istituzionali.

Nel tempo, però, numerosi studiosi e osservatori ne hanno rivalutato la portata culturale e teologica. Ciò che molti dimenticano è che, paradossalmente, proprio la crisi diplomatica seguita al discorso contribuì ad aprire nuove forme di dialogo Islamo-Cristiano.

Un gruppo composto inizialmente da 38 studiosi Musulmani, infatti, nell’ottobre 2006 scrisse una lettera aperta al Papa nella quale, pur contestando alcuni punti, riconobbe anche l’importanza di un dialogo fondato su Fede e ragione.

Un momento storico del dialogo interreligioso è stato il documento Common Word Between Us and You (Una parola comune tra noi e voi) del 13 ottobre 2007, firmato da 138 intellettuali islamici e indirizzato a tutti i principali responsabili delle Chiese Cristiane. Il testo ricordava che Cristiani e Musulmani condividono due comandamenti fondamentali: l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Secondo gli autori, proprio questa base comune avrebbe potuto diventare il fondamento di una convivenza pacifica. Dal mondo Cristiano arrivarono risposte positive da numerose istituzioni accademiche e religiose, tra cui la Yale Divinity School, che promosse una replica firmata da oltre 300 studiosi Cristiani. Il documento islamico rimane uno dei più importanti tentativi di dialogo nati per iniziativa musulmana, scaturito proprio dalla crisi provocata dal discorso di Regensburg.

La Lectio magistralis a Regensburg

Nella sua Lectio magistralis a Regensburg, il Papa esordisce affermando che è “necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione”. Prende come spunto il dialogo tra Manuele II Paleologo e un persiano colto, nell’edizione curata dal Prof. Khoury. Nel dialogo l’Imperatore afferma: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”. Comunque, prima e dopo questa frase, il Papa precisa il motivo della citazione, senza alcun intento provocatorio. Secondo Manuele II, ciò è irragionevole e “non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. Khoury commenta che, invece, per l’Islam “Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza”. Cita anche un islamista francese, il quale rileva che Ibn Ḥazm “si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla Sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria”. Con parole proprie e con l’ausilio di citazioni, il Papa si è così pronunciato nettamente contro ogni forma di imposizione violenta di un credo religioso: “La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. Dio non si compiace del sangue. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia”. Le parole del Papa non possono non avere un carattere più generale e non dovrebbero riferirsi in modo specifico all’Islam, dal momento che lungo e intenso è stato nella Chiesa il dibattito fra chi rifiutava il ricorso alle armi, qualificandosi seguace di Gesù Cristo, e chi preferì invece elaborare il concetto di “guerra giusta” e “legittima”, quando ci si fosse trovati di fronte alla necessità di fermare una violenza non provocata, portata in modo diretto contro altri uomini: corrente ideologica, quest’ultima, affermatasi poi di fatto nel successivo cristianesimo, che rimprovererà (tra le altre cose) a Catari e Lollardi il loro pacifismo senza eccezioni.

La conclusione è un invito al dialogo e al riavvicinamento fra Fede e ragione (nell’università) e fra le diverse fedi: «Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università».

Viaggio Apostolico di Sua Santità Benedetto XVI a München, Altötting e Regensburg (9-14 settembre 2006)
Incontro con i rappresentanti della scienza
Discorso del Santo Padre
Aula Magna dell’Università di Regensburg
Martedì, 12 settembre 2006
Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni

«[…] Nel settimo colloquio (διάλεξις – controversia) edito dal Prof. Khoury, l’imperatore tocca il tema della jihād, della guerra santa. Sicuramente l’imperatore sapeva che nella sura 2, 256 si legge: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. È probabilmente una delle sure del periodo iniziale, dice una parte degli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l’imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il “Libro” e gli “increduli”, egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da essere per noi inaccettabile, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale sul rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.[3] L’imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. “Dio non si compiace del sangue – egli dice -, non agire secondo ragione, „σὺν λόγω”, è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell’anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia… Per convincere un’anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte…” [Controversia VII 3b – c: Khoury, pp. 144-145; Förstel Bd. I, VII. Dialog 1.6 pp. 240-243].

L’affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio [Solamente per questa affermazione ho citato il dialogo tra Manuele e il suo interlocutore persiano. È in quest’affermazione che emerge il tema delle mie successive riflessioni] L’editore, Theodore Khoury, commenta: per l’imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest’affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sua volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza [Cfr Khoury, op. cit., p. 144, nota 1]. In questo contesto Khoury cita un’opera del noto islamista francese R. Arnaldez, il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l’uomo dovrebbe praticare anche l’idolatria [R. Arnaldez, Grammaire et théologie chez Ibn Hazm de Cordoue. Parigi 1956 p. 13; cfr Khoury p. 144. Il fatto che nella teologia del tardo Medioevo esistano posizioni paragonabili apparirà nell’ulteriore sviluppo del mio discorso].

[…]

Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati. L’ethos della scientificità, del resto, è – Lei l’ha accennato, Magnifico Rettore – volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte delle decisioni essenziali dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze.

Solo così diventiamo anche capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di cui abbiamo un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere. Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: “Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno” [90 c-d. Per questo testo cfr anche R. Guardini, Der Tod des Sokrates. Mainz-Paderborn 19875, pp. 218-221]. L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università».

[*] Anche a questo viaggio papale in Baviera ho partecipato attivamente al seguito del Papa. Ho potuto verificare – dalla posizione privilegiata di Assistente della Sala Stampa della Santa Sede, incaricato dei Viaggi Apostolici – come il caso dello “scandalo del discorso di Regensburg” fu creato ad arte al mattino, prima ancora che il discorso fosse pronunciato nel pomeriggio. Chi protestava a causa di ciò, anche in modo violento, non aveva neanche letto il discorso, così come non lo aveva letto la stragrande maggioranza di chi ne parla, fermandosi al titolo di un articolo di stampa e alla strumentalizzazione delle agenzie, in riferimento alla citazione dell’Imperatore bizantino Manuele II Paleologo, tratta da un suo scritto sulla guerra santa, redatto probabilmente tra il 1394 e il 1402.

Padre Federico Lombardi, S.I., il Portavoce del Papa, tentò ancora di arginare il danno, quando durante la Santa Messa delle ore 10.00 nella spianata dell’Islinger Feld mi pregò di accompagnarlo – appena possibile – nel Centro Stampa di Regensburg, per far presente ai giornalisti ammessi al Volo Papale – a cui avevo distribuito, come ogni giorno, la mattina presto sotto embargo tutti i discorsi papali della giornata – la corretta interpretazione del discorso papale, riassunta nella sua stessa conclusione, che il Papa avrebbe pronunciato nel pomeriggio alle ore 17.00. Ma non sarebbe più servito a nulla, perché il misfatto era già stato compiuto, causando reazioni violente nel mondo islamico. Oltre a numerose proteste di piazza, furono assaltati e incendiati diversi luoghi di culto Cristiani, con morti innocenti.

Foto di copertina: Papa Benedetto XVI durante la Lectio magistralis “Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni”, pronunciata in occasione dell’incontro con i rappresentanti della scienza nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg il 12 settembre 2006, durante il Viaggio Apostolico a München, Altötting e Regensburg. Alla sua destra, il Rettore Prof. Dr. Alf C. Zimmer. Alla sua sinistra, S.Em.R. il Signor Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato di Sua Santità emerito, e S.E.R. Mons. Gerhard Ludwig Müller, Vescovo di Regensburg (Foto di Arturo Mari/L’Osservatore Romano).
Il 22 giugno 2006 Papa Benedetto XVI accettò la rinuncia di Cardinal Sodano da Segretario di Stato e da tutti gli incarichi connessi per raggiunti limiti d’età. Lasciò l’incarico il 15 settembre 2006, il giorno dopo il ritorno da Regensburg, quando gli succedette S.Em.R. il Signor Cardinal Tarcisio Bertone, S.D.B., Arcivescovo emerito di Genova.

151.11.48.50