Fratel Enzo Bianchi sempre fedele alla Chiesa

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“Vorrei che al funerale si cantasse la Messa da requiem in latino ed in gregoriano e che nulla fosse proclamato al di fuori del Vangelo di Gesù Cristo. Non si dicano nell’omelia parole su di me e soprattutto niente applausi (mi rivolterei nella bara)”: con questo suo pensiero fratel Enzo Bianchi è stato ricordato nella funzione funebre celebrata nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione, dove era nato nel 1943, alla presenza dei rappresentanti di diverse Chiese cristiane.

Il rito è stato, presieduto da fratel Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano: “Il dolore che sperimentiamo è attraversato dalla luce: viviamo un momento di ‘radiosa tristezza’, perché Enzo è migrato nella terra di Dio”, mentre il priore della Madia, fratel Goffredo Boselli, ha pronunciato il saluto al termine della Messa,sottolineando come fratel Bianchi fosse in pace, consapevole dell’approssimarsi dell’incontro con Gesù: “Una morte non improvvisa, perché vorrei essere vigilante e pronto. Vorrei vivere la mia morte!”

In un articolo pubblicato nel 2022 da Repubblica fratel Bianchi invita ad aprirsi alla speranza: “Da vecchio, entrato nell’80esimo anno della vita, dunque alle soglie dell’esodo da questa terra, non posso non guardare al presente e al futuro che già si affaccia. Ed è proprio in questo sguardo che sono assalito da una certa tristezza perché constato che la vita sembra diminuire ogni giorno.

Ovunque vado trovo persone vecchie… Siamo molto invecchiati senza che nella vita siano entrati i ragazzi, che risultano essere neanche la metà dei vecchi”.

La crisi è dovuta alla crisi interna all’umanità: “A me sembra che alla radice di questi processi ci sia il venir meno della fiducia: nella vita, nel futuro, negli altri, persino fiducia nell’amore come storia possibile e opera d’arte nelle relazioni tra umani. Nessuno osa confessarlo, ma si registra paura nei confronti della vicenda-storia della coppia, c’è un’incertezza circa l’opportunità di mettere al mondo dei figli, c’è una preoccupazione filautica di chi pensa a sé ed è incapace di porsi in un orizzonte sociale, l’orizzonte del ‘noi’. Prevale la dittatura dell’ ‘io’ e la necessità di allontanare ogni rinuncia dovuta alla presenza di un altro”.

E tale sfiducia è preludio alla solitudine: “In realtà si sta preparando una situazione di grande solitudine per i vecchi, un carico di lavoro di cura degli anziani da parte dei figli, de un’esistenza in cui essendo scarsa o poco presente la generazione dei bambini e dei ragazzi sarà più difficile sorridere e gioire per la vita. In queste condizioni è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate”.

Interessante anche il commento per il 50^ anniversario della prima messa in italiano, celebrata nel 1965 da papa san Paolo VI: “Del resto, la svolta conciliare del 1965 era stata preparata anche da sempre più condivise acquisizioni storiche ed esegetiche: Gesù non solo non aveva mai parlato né in greco né in latino, ma nemmeno in ebraico, essendo la sua lingua, e quella dei suoi discepoli, l’aramaico. Era il concetto stesso di ‘lingua sacra’ a trovarsi ridimensionato: non dei suoni o delle parole arcane contengono la voce di Dio, ma il vissuto di un uomo, Gesù di Nazaret, che passava per le strade di Galilea facendo il bene e narrando il volto autentico suo Padre, Dio”.

Quindi gratitudine da fratel Bianchi, che non ha mai nascosto, anche prima della morte, una perdita della bellezza della liturgia latina: “Profonda gratitudine, allora, da parte delle comunità cattoliche verso la riforma liturgica e chi l’ha voluta e perseguita con convinzione e in obbedienza alla grande «Tradizione», senza tuttavia ignorare i problemi suscitati e quelli che permangono: la grande perdita del gregoriano, musica plurisecolare che aveva impresso alla liturgia una bellezza non ancora raggiunta dai nuovi repertori; le traduzioni dei testi latini ufficiali, tentate da un letteralismo pedissequo a volte incomprensibile ai fedeli o, in senso opposto, da un’innovazione creativa che talora stravolge la stessa teologia della liturgia; ma anche la propaganda dell’antico rito della messa che diventa addirittura concorrenza, bandiera innalzata in battaglia contro la riforma liturgica ed il rito voluti dai padri conciliari e dai papi, che hanno confermato il vecchio rito solo come ‘straordinario’. Sì, cinquant’anni fa iniziò un’avventura straordinaria che ha dato frutti abbondanti nella vita spirituale della Chiesa, ma che deve ancora attuata adeguatamente all’oggi, un oggi molto diverso e lontano da quello del Concilio. Se la Chiesa è ‘semper reformanda’, anche la liturgia deve esserlo sotto il primato del Vangelo”.

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