Anche il Veneto decreta il fine vita
La regione Veneto è la quarta regione che approva una legge sul fine vita (la prima di centrodestra), in quanto qualche giorno fa il Consiglio regionale, dopo due giorni di discussione, l’ha varata con 32 voti a favore, 14 contrari e 5 astenuti. A sostegno del progetto di legge d’iniziativa popolare sulle procedure di assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito si sono espressi la Lega (a eccezione del capogruppo Barbisan), Forza Italia ed il centrosinistra, con il voto contrario di FdI, Fn e Resistere.
Approvata la legge il presidente della Regione, Alberto Stefani, si è premurato di chiarire che la legge ‘non introduce il suicidio assistito’, già previsto da sentenze della Consulta: “Nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata sempre e con tutti i mezzi necessari. Per questo, in accordo con tutte le forze di maggioranza, ho lavorato alla stesura e successiva approvazione di una serie di emendamenti che modificano sostanzialmente il testo della legge di iniziativa popolare nel senso del favor vitae e hanno permesso di approvarla”.
Gli emendamenti prevedono l’introduzione del parere rafforzato del palliativista in seno alla Commissione che deve esprimersi sulle richieste di suicidio medicalmente assistito e l’istituzione di un Comitato bioetico regionale, nominato dalla Giunta, che darà le linee ai comitati bioetici di pratica clinica territoriale nel dirimere le valutazioni; inoltre lLa priorità alle cure palliative e obbligo di informazione della possibilità di avvalersene nel momento della richiesta di suicidio medicalmente assistito.
Quindi il suicidio assistito è confermato, per cui il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ha espresso ‘amarezza’: “A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile”.
Per il patriarcato tale legge regionale lede la dignità umana: “La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata. C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole, ossia per le persone che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo”.
La preoccupazione del Patriarcato veneziano è anche sulle motivazioni psicologiche: “Quanto alle motivazioni psicologiche, i cui margini di interpretazione soggettiva sono ampi, è evidente che di volta in volta le situazioni in cui sarà consentito intervenire col suicidio assistito tenderanno a moltiplicarsi. In alcuni dei sostenitori della legge in oggetto, essa è intesa come l’inizio di un processo ampliabile”.
Motivazioni psicologiche che aprono al soggettivismo: “E così si rischia di aprire a un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente, di volta in volta, una sofferenza come ‘insopportabile’.
Oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato. L’impegno ora è di promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa”.
Infine il patriarca ha richiamato a valorizzare le cure palliative e l’obiezione di coscienza: “L’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce, è chiaro, ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore. Infine, l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari”.
Parole che riprendono quelle pronunciate a fine luglio, in cui aveva evidenziato alcune ‘preoccupazioni’: “Ragionare, confrontarsi, legiferare sul ‘fine vita’ non può essere la scappatoia per aprire a forme di suicidio medicalmente assistito. Se così fosse, sarebbe qualcosa di inaccettabile e disattenderebbe aspetti complessi e controversi sul piano scientifico, medico, sanitario, soprattutto antropologico ed etico.
Sarebbe la negazione dell’intangibilità del valore della vita umana e, di conseguenza, l’impegno sociale di una comunità a favore di una cultura della prossimità, dell’accoglienza, della vita. Se viene meno tale principio dell’intangibilità, allora sarà solo questione di tempo e i casi-limite oggi ammessi un domani saranno, fisiologicamente e di volta in volta, ampliati. Una legge, infatti, ha sempre una ricaduta educativa”.
Per il patriarca la vita non è un tema solo cattolico: “Infatti, la difesa e la promozione della vita, specialmente se fragile, non è prerogativa del credente ma è patrimonio comune dell’umanità e qualifica l’umano come tale, nell’intima coscienza della dignità della persona. Nell’accompagnare un malato nell’ultimo tratto della vita si affrontano, di volta in volta, più situazioni limite in cui è sempre decisivo che il paziente non si senta abbandonato alla solitudine e alla sofferenza, quasi fosse diventato un peso”.
La legge è necessaria per stabilire una cura: “Una legge deve, fino alla fine, esprimere vicinanza facendosi carico della persona, ossia della sua cura, soprattutto nell’imminenza della morte, senza mai provocarla né anticiparla e respingendo ogni forma di accanimento o abbandono terapeutico. Sì, nessuno va lasciato solo e, in particolare, nessuno va lasciato morire senza un conforto. L’uomo, più del morire, teme la solitudine e la sofferenza”.
Ed infine ha ricordato il valore della custodia: “C’è bisogno che il dibattito sul ‘fine vita’ scorra alto e certamente coinvolga il mondo della politica (senza lasciarsi prendere dalle sue ‘scadenze’), della medicina, della cultura e della società civile, comprese le comunità cristiane. Lo scopo è stabilire un’alleanza terapeutica che ricordi a tutti i soggetti interessati (familiari, medici, infermieri e personale socio-sanitario, politici, Chiesa, volontari ecc.) ciò che (nel tempo del digitale, della tecnoscienza e dell’intelligenza artificiale) siamo chiamati ad essere: custodi, non onnipotenti ma umili ed empatici, della grandezza e fragilità della vita umana, a servizio della dignità e del vero bene di ogni persona”.
Infine l’associazione ‘Gremio di Bioetica’ ha invitato a riflettere sul valore della libertà: “Piuttosto che concepire una libertà personale di accedere al suicidio assistito, è opportuno proporre e riflettere sul senso della libertà di sottrarsi all’accanimento terapeutico e a cure sproporzionate: si tratta di scelte etiche molto diverse che non possono essere confuse.
A riguardo della dimensione giuridica va precisato che la Corte Costituzionale, con la sentenza 242 del 2019, non ha affatto introdotto il riconoscimento di un diritto alla morte in base all’autodeterminazione personale, quasi si trattasse di un principio generale, ma ha aperto alla possibilità del cosiddetto suicidio assistito, limitandolo ad alcune precise condizioni. Viceversa, un inquadramento giuridico che si proponesse di normare la pratica in generale, rischierebbe di trascinare con sé l’acquisizione culturale di un diritto alla morte”.
Anche Matteo Fadda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha espresso amarezza per l’approvazione della legge sul fine vita: “Accogliamo con amarezza l’approvazione della legge sul suicidio assistito in Veneto. Siamo in sintonia con le parole del Patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia. Condividiamo la stessa preoccupazione per l’affermarsi di un modello culturale e sanitario che rischia di innescare una deriva difficile da controllare: da oggi la dignità della vita umana appare meno tutelata”.
Per il presidente dell’associazione fondata da don Oreste Benzi si è di fronte ad un’altra visione antropologica: “Con questa legge si intende affermare un’altra antropologia, un’altra idea di società. Il dato più grave è che si aggiunge una quarta regione al percorso che trasforma il Servizio sanitario nazionale in un luogo in cui si può anche dare la morte, accettando che sia il medico a diventarne esecutore. Sul piano culturale è un passo ulteriore verso l’accettazione del suicidio come opzione normale, con conseguenze che nel tempo rischiano di travalicare i confini oggi tracciati dalla norma”.
Ed ha chiesto un’attenzione per le persone fragili: “La nostra preoccupazione più grande va alle persone fragili e sole: chi affronta la vecchiaia e il suo epilogo senza poter contare su un vero accompagnamento umano e affettivo. Da cinquant’anni, con don Oreste Benzi prima e oggi nelle nostre case famiglia, le realtà di accoglienza e famiglie semplici, condividiamo la vita con chi è più fragile, e sappiamo che i confini di ciò che si definisce ‘sofferenza insopportabile’ sono in gran parte soggettivi e mutevoli, come ha ricordato lo stesso mons. Moraglia. C’è il rischio concreto che i criteri per accedere al suicidio assistito si allarghino progressivamente, come del resto molti tra i sostenitori stessi di questa legge auspicano apertamente”.
Al termine la Comunità appoggia la richiesta del patriarca di Venezia: “Come Comunità Papa Giovanni XXIII rinnoviamo la nostra disponibilità a collaborare con le istituzioni perché nessuno si senta un peso nella fragilità. Ci uniamo con forza all’auspicio del Patriarca Moraglia: chiediamo che l’obiezione di coscienza sia effettivamente garantita in ogni fase e per ogni soggetto coinvolto in questi protocolli sanitari”.





























