A Biancavilla una lezione per tutti: la liturgia non è un palco, ma la verità non esclude la carità

Bonanno e Renna
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 01.09.2026 – Vik van Brantegem] – Una scena pubblica, davanti alla Sacra Icona della Madonna dell’Elemosina e a una piazza gremita di fedeli, ha trasformato la conclusione di una celebrazione religiosa in un caso rapidamente diffusosi sui social. A Biancavilla, durante il tradizionale Atto di affidamento della città alla sua Patrona, l’Arcivescovo metropolita di Catania, S.E.R. Mons. Luigi Renna, ha interrotto il Sindaco Antonio Bonanno, richiamandolo con toni bruschi al carattere esclusivamente religioso di quel momento. Ne sono seguiti la reazione amareggiata del primo cittadino, un acceso dibattito pubblico e, infine, un reciproco gesto di distensione: l’Arcivescovo si è scusato per i modi adoperati, ribadendo la sostanza delle regole liturgiche; il Sindaco, dopo la sua iniziale protesta, ha a sua volta rivolto le proprie scuse al presule e alla comunità dei fedeli.

La vicenda è stata ricostruita oggi su Prospettive, organo di informazione dell’Arcidiocesi di Catania, in un articolo firmato da Alessandro Rapisarda, Vice Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi. Il contributo spiega il senso e il significato dell’atto di affidamento pronunciato dal Sindaco, che per le modalità adottate ha suscitato l’irritazione del presule. L’accaduto, documentato anche dalle immagini diffuse in rete, merita tuttavia di essere letto evitando la facile divisione tra sostenitori del Sindaco e difensori dell’Arcivescovo, perché, al di là dell’incidente e delle reazioni emotive, presenta almeno due questioni distinte: la necessità di rispettare la natura della liturgia e il dovere di esercitare anche un’autorità legittima con carità, prudenza e misura.

«Si rivolga alla Madonna, perché è una preghiera»

L’Arcivescovo Renna aveva invitato il Sindaco Bonanno a pronunciare l’Atto di affidamento alla Madonna dell’Elemosina. Quando il Sindaco si è rivolto verso la piazza, l’Arcivescovo gli ha ricordato: «Si rivolga alla Madonna, perché è una preghiera». Quindi ha aggiunto: «Solo la preghiera».

Il Sindaco ha proseguito leggendo un testo più articolato, nel quale ha richiamato le radici di Biancavilla, le difficoltà delle persone fragili, il compito delle istituzioni e della comunità, ricordando anche una concittadina morta improvvisamente mentre si recava alla celebrazione. Quando è arrivato ai ringraziamenti rivolti all’Arcivescovo e al Vicario foraneo, l’intervento di Mons. Renna è diventato perentorio: «Bene, bene, solo la preghiera. È finito il discorso». Poi la spiegazione: «Dobbiamo imparare che la preghiera è atto di affidamento. I saluti, nella liturgia, li fa solo l’Arcivescovo».

I toni sono apparsi duri e la correzione pubblica ha provocato un evidente imbarazzo. Mons. Renna ha inoltre annunciato che non vi sarebbe stata la prevista benedizione papale, impartendo comunque la normale benedizione trinitaria prima di concludere la celebrazione.

La mattina successiva, il Sindaco ha affidato a un intervento pubblicato sulla propria pagina Facebook la propria amarezza. Ha definito l’interruzione e la mancata benedizione papale gesti difficili da comprendere da parte di un Pastore, interpretandoli come una mancanza di rispetto non soltanto nei suoi confronti, ma verso tutta Biancavilla. Bonanno ha aggiunto che il testo dell’Atto di affidamento era stato inviato preventivamente all’Arcivescovo senza che gli fossero state comunicate obiezioni, ricordando inoltre che analoghi ringraziamenti alla Chiesa locale e al Prevosto, pronunciati negli anni precedenti alla presenza di Mons. Renna, non erano mai stati contestati.

È un elemento importante, che avrebbe potuto consentire di prevenire l’incidente attraverso una verifica più attenta e un chiarimento precedente alla celebrazione. Ma non risolve da solo la questione liturgica: la conoscenza anticipata del testo, se confermata nei termini riferiti dal Sindaco, non trasforma automaticamente ogni sua parte in un elemento appropriato al rito.

La fascia tricolore non conferisce un ruolo liturgico

Alcuni commenti hanno sottolineato che il Sindaco, indossando la fascia tricolore, rappresentava l’intera comunità civile e meritava perciò il rispetto dovuto alla più alta autorità del Comune. È certamente vero che il Sindaco non rappresentava soltanto se stesso. Ma la funzione istituzionale, per quanto autorevole, non gli attribuisce alcuna competenza nella disciplina di una celebrazione religiosa.

Nella liturgia non esiste una competizione fra autorità civile ed ecclesiastica. Esistono ruoli diversi, che devono riconoscersi e rispettarsi reciprocamente senza confondersi. La presenza della fascia tricolore rende visibile la rappresentanza civile; non conferisce la presidenza del rito e non trasforma una preghiera di affidamento in un discorso istituzionale.

La Chiesa non è un palcoscenico offerto alle autorità, agli organizzatori o agli stessi ecclesiastici. La liturgia non appartiene a chi la presiede, a chi vi prende parte o a chi ne cura gli aspetti esteriori. Non può essere adattata alle esigenze della comunicazione politica, della promozione personale o della retorica propria delle manifestazioni civili.

Non risulta che questo fosse l’intento del Sindaco Bonanno. I contenuti del suo testo, per quanto riferito, erano rivolti soprattutto alla comunità e alle sue fragilità. Ma la buona intenzione non elimina la necessità di distinguere un atto di preghiera da un saluto istituzionale. Ed è precisamente su questo confine che si è prodotto lo scontro.

L’intervento di Don Maurizio Patriciello

Sulla vicenda è intervenuto anche Don Maurizio Patriciello, sacerdote-simbolo della Terra dei fuochi, in un commento pubblicato il 31 agosto su Avvenire, quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, prima che fossero rese note le lettere di scuse dell’Arcivescovo. Patriciello ha letto l’episodio soprattutto come un richiamo alla responsabilità di custodire la liturgia, osservando che il Sindaco, anziché limitarsi alla preghiera prevista, avrebbe finito per pronunciare «una sorta di seconda omelia». Pur escludendo che Bonanno intendesse fare propaganda, il sacerdote ha sottolineato il rischio di confondere celebrazione religiosa e rappresentanza politica, ricordando che la Chiesa non appartiene a chi la presiede o vi interviene e che le regole liturgiche non sono facoltative.

Il contributo di Don Patriciello rafforza dunque la fondatezza sostanziale del richiamo di Mons. Renna, mentre le successive scuse dell’Arcivescovo completano il quadro, introducendo la necessaria distinzione tra la regola da custodire e il modo scelto per farla rispettare.

L’Atto di affidamento e la Celebrazione Eucaristica

Il chiarimento successivamente offerto dall’Arcidiocesi di Catania consente di comprendere meglio la sostanza della questione. Il Cerimoniere arcivescovile, Can. Pasquale Munzone, ha ricordato che l’Atto di affidamento alla Vergine Maria costituisce una significativa espressione della devozione mariana, ma non può essere inserito nella Celebrazione Eucaristica come se ne costituisse una parte rituale.

Il riferimento è al Direttorio su pietà popolare e liturgia, che chiede di distinguere le espressioni della devozione popolare dalle azioni liturgiche propriamente dette. Pietà popolare e liturgia non devono essere contrapposte, ma neppure confuse. La prima può accompagnare e alimentare la vita di Fede; la seconda conserva una struttura e una disciplina che nessuno può modificare secondo la propria iniziativa.

Il problema, dunque, non era soltanto stabilire chi avesse diritto di rivolgere i saluti. A monte vi era probabilmente una commistione non sufficientemente chiarita fra la conclusione della Celebrazione Eucaristica, l’Atto devozionale di affidamento, l’intervento dell’autorità civile e il successivo svolgimento della festa.

La responsabilità organizzativa non può perciò essere attribuita esclusivamente al Sindaco. Il richiamo dell’Arcivescovo, come è stato successivamente spiegato, riguardava anche il clero locale e quanti avevano predisposto lo svolgimento della celebrazione. Se i confini fossero stati chiariti prima, quella spiacevole scena pubblica avrebbe potuto essere evitata.

Le scuse per i toni, non per la regola

Lo sviluppo più significativo è arrivato dopo l’accaduto. Secondo quanto riferito da Biancavilla Oggi, Mons. Renna ha scritto due lettere: una indirizzata al Sindaco, per scusarsi dei toni utilizzati ribadendo al tempo stesso ruoli, confini e regole liturgiche; l’altra destinata al presbiterio di Biancavilla, affinché il suo contenuto fosse riferito anche alla comunità dei fedeli.

Nelle lettere, dunque, l’Arcivescovo si è scusato per i toni adoperati, precisando che non vi erano né pregiudizio né astio nei confronti del primo cittadino. Nello stesso tempo, ha confermato la necessità di rispettare ruoli, confini e regole liturgiche.

È una distinzione essenziale. Chiedere scusa per il modo in cui si è intervenuti non significa ritrattare la sostanza del richiamo. Allo stesso modo, avere ragione sulla disciplina liturgica non rende automaticamente adeguato ogni modo di farla rispettare.

Un Pastore ha il dovere di vigilare sulla liturgia e di correggere eventuali abusi o sconfinamenti. Ma anche la correzione, soprattutto quando avviene pubblicamente, deve cercare di custodire la dignità della persona e l’unità della comunità. La fermezza non richiede necessariamente l’umiliazione; la verità Cristiana non può essere separata dalla carità con cui viene comunicata.

Alle scuse del presule ha fatto seguito, nella stessa giornata, un secondo intervento del Sindaco su Facebook. Bonanno ha a sua volta rivolto le proprie scuse all’Arcivescovo e all’intera comunità dei fedeli. Dopo le parole dure della mattina, questo ulteriore passaggio ha ricondotto il confronto entro un orizzonte di responsabilità reciproca e di riconciliazione, senza cancellare le diverse valutazioni sull’accaduto.

Una lezione che non riguarda soltanto Biancavilla

Ridurre l’episodio a uno scontro personale fra l’Arcivescovo e il Sindaco significherebbe perdere l’insegnamento più utile. La vicenda interpella anzitutto chi prepara le celebrazioni: sacerdoti, cerimonieri, comitati e collaboratori devono definire preventivamente tempi, testi e ruoli, evitando di lasciare alla gestione improvvisata del momento questioni che possono generare tensioni.

Interroga le autorità civili, chiamate a partecipare con rispetto alla vita religiosa delle comunità senza trasferire all’interno della liturgia il linguaggio e le consuetudini delle manifestazioni istituzionali. Ma interpella anche i Pastori, ai quali è affidato non soltanto il compito di custodire le norme, bensì quello di applicarle mostrando, anche nella correzione, il volto paziente della Chiesa.

Infine, interpella il pubblico dei social, troppo spesso pronto a trasformare pochi secondi di un video in una sentenza definitiva sulle persone. Le immagini documentano l’asprezza dell’intervento, ma non esauriscono la complessità dell’accaduto e non giustificano campagne di derisione o delegittimazione.

A Biancavilla la liturgia è stata difesa con un richiamo sostanzialmente fondato, ma espresso in una forma che lo stesso Arcivescovo ha ritenuto di dover correggere chiedendo scusa. La successiva risposta del Sindaco, che ha rivolto a sua volta le proprie scuse al presule e alla comunità dei fedeli, ha permesso di ricondurre l’incidente entro un cammino di riconciliazione.

È forse questa la conclusione più onesta: la liturgia non è un palco a disposizione di alcuno, ma la verità che si intende custodire non dispensa mai dalla carità; e il riconoscimento dei propri errori, da entrambe le parti, può trasformare uno scontro pubblico in una lezione utile per tutta la comunità.

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