Per papa Leone XIV è possibile ‘rimuovere’ un patriarca

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“La mutua concordia tra il Pater et Caput di una Chiesa sui iuris orientale e i confratelli nella dignità episcopale, che insieme costituiscono il Sinodo dei Vescovi, è l’anima della comunione della Gerarchia ecclesiastica orientale. Il Sinodo dei Vescovi rappresenta il luogo sorgivo dell’elezione del Patriarca. Ciò implica una intrinseca vocazione alla collegialità nel suo ministero primaziale, che si radica in un’antica e mirabile tradizione. Nelle Chiese orientali cattoliche, emerge l’opportunità di riconoscere e ampliare le facoltà dei Sinodi dei Vescovi, la qual cosa appare appropriata anche alla luce dei rapporti interconfessionali, segnatamente della sensibilità teologica e della prassi delle Chiese ortodosse”: con un Motu Proprio, intitolato ‘Mutua Concordia e pubblicato oggi, papa Leone XIV stabilisce la competenza del Sinodo dei Vescovi a rimuovere il proprio Patriarca, con l’indicazione che la concessione dell’assenso alla decisione sinodale spetta al papa.

Ai Sinodi dei Vescovi, secondo il Codice, spetta eleggere il Patriarca, annunciarne la nomina, procedere all’intronizzazione, per una maggiore sinodalità: “Nelle Chiese cattoliche patriarcali e arcivescovili maggiori, tale sinodalità va costantemente ricercata e alimentata nel contesto di una comune responsabilità che, dopo esser stata assunta nell’atto di elezione del Pater et Caput, occorre sia esercitata anche nella gestione ministeriale della Chiesa e nel funzionamento ordinario del Sinodo dei Vescovi.

Se questa peculiare armonia ecclesiale risultasse gravemente inficiata, occorre che sia ripristinata nel contesto della comunione episcopale: pur essendo costitutivamente Primo e non mero Presidente dell’Assise dei Vescovi, il Patriarca non può essere infatti considerato indipendentemente da essa”.

Al papa spetterà la “concessione dell’assenso alla decisione sinodale, per essere certi che sia garantita la piena libertà dei Padri nell’esprimere la propria scelta, al riparo da qualsiasi possibile indebita pressione interna o esterna”. Non era infatti presente nel Codice dei canoni delle Chiese Orientali una disposizione che indicasse come intervenire nel caso di ‘una grave e irrimediabile compromissione della comunione’ tra Sinodo dei Vescovi e Patriarca.

Infatti per porre rimedio alla eventuale rottura sono necessarie “prassi che consentano di manifestare anzitutto il principio della collegialità episcopale. Pare dunque opportuno che il rimedio all’irreparabile compromissione della comunione avvenga, fatto salvo il ricorso al Romano Pontefice, attraverso l’Assise sinodale di ogni Chiesa patriarcale”.

Nel canone 126, con il Motu Proprio, viene introdotto il §3, il quale stabilisce che “per una causa grave, riconosciuta tale dal Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale, il medesimo Sinodo, convocato seguendo quanto previsto dai cann. 106 § 1, n. 3, e 108 § 3, può chiedere al Patriarca di rinunciare all’ufficio”. Con il successivo §4 si dispone, poi, che se, dopo tale richiesta “il Patriarca non rinunciasse al proprio ufficio, il Vescovo più anziano per ordinazione episcopale, avente diritto di voto, provvede all’elezione di un nuovo Presidente da parte del Sinodo, il quale sottopone la rimozione del Patriarca al suffragio segreto di almeno due terzi dei membri del Sinodo con diritto di voto, nel rispetto della sua facoltà di difesa dinanzi al Sinodo stesso”.

Inoltre dopo aver espresso, in un telegramma, il suo dolore per quanto accaduto in Nepal mercoledì 26 agosto con l’alluvione che ha interessato una vasta regione vicina al Tibet, papa Leone XIV ha inviato anche un sostegno economico, concordato con la Nunziatura Apostolica del Nepal, per le necessità più urgenti della popolazione colpita dalla catastrofe. Il contributo aiuterà Caritas Nepal, che opera sotto la direzione del Vicariato Apostolico, nelle attività già in corso fin dalle prime ore dopo l’alluvione, ovvero fornire assistenza immediata con cibo, generi di prima necessità e spazi di accoglienza per chi ha perso tutto.

Anche la CEI si è mobilitata in soccorso del Nepal, così come anche di altre aree del mondo colpite da disastri naturali tra cui Colombia, Perù, Indonesia, con uno stanziamento di € 500.000 dai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica per rispondere ai bisogni più urgenti, come ha spiegato il card. Matteo Zuppi, presidente dei vescovi italiani: “Si tratta di un segno di vicinanza della Chiesa italiana alle popolazioni che si trovano ad affrontare importanti emergenze umanitarie. La sofferenza di chi vive lontano non può esserci estranea: ci riguarda e ci chiama alla responsabilità.

Tendere la mano a chi è in difficoltà significa riconoscere che nessuno può salvarsi da solo e che ciò che ci unisce è più forte delle distanze. Attraverso gesti di fraternità e di cura possiamo ricostruire legami, alimentare la speranza e rendere la pace una possibilità reale, soprattutto in un tempo che continua a essere caratterizzato da tensioni, divisioni e conflitti”.

(Foto: Cei)

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