La Santa Sede di Etchmiadzin risponde a Pashinyan: «Si crea una crisi artificiale per limitare l’autonomia della Chiesa». E al centro tornano Artsakh e prigionieri armeni a Baku

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 26.08.2026 – Vik van Brantegem] – Dopo l’ingresso della «riforma» della Chiesa Apostolica Armena nel programma ufficiale del governo armeno 2026-2031 e dopo le durissime parole pronunciate dal Primo Ministro Nikol Pashinyan contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, arriva la risposta della Santa Sede di Etchmiadzin. E contiene un’accusa precisa: le autorità starebbero tentando di costruire attorno alla Chiesa una «crisi» artificiale, attraverso accuse e procedimenti penali, per creare il presupposto politico dell’ingerenza nella sua vita interna e limitarne l’autonomia.

È un nuovo passaggio dello scontro che seguiamo da mesi su questo Blog dell’Editore di Korazym.org e che negli ultimi giorni ha compiuto un salto di qualità. Il 21 agosto abbiamo osservato come la rimozione del Catholicos sia ormai entrata formalmente nel programma del governo della «Quarta Repubblica»; il 25 agosto abbiamo evidenziato un elemento ancora più significativo: Pashinyan ha indicato anche le preghiere per l’Artsakh come una delle manifestazioni di quella che considera la politicizzazione della Chiesa.

Ora è la stessa Chiesa Apostolica Armena a raccogliere esplicitamente questo punto. Nella dichiarazione del Consiglio Spirituale Supremo di oggi, Artsakh, diritti degli Armeni dell’Artsakh, tutela del loro patrimonio spirituale e culturale e liberazione dei prigionieri armeni detenuti a Baku vengono indicati tra le ragioni per le quali la Chiesa ritiene di essere diventata bersaglio del potere politico.

La risposta del Consiglio Spirituale Supremo

Mercoledì 26 agosto 2026, presso la Santa Sede di Etchmiadzin, sotto la presidenza di Sua Santità Karekin II, si è riunito il Consiglio Spirituale Supremo insieme ai Vescovi dell’Armenia e ai Primati delle Diocesi.

All’ordine del giorno figuravano questioni amministrative, canoniche e disciplinari, insieme a temi riguardanti la missione della Chiesa. Una parte della riunione è stata dedicata alla situazione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Al termine è stata approvata una dichiarazione dai toni particolarmente severi.

Il Consiglio afferma di seguire «con profondo dolore» il comportamento tenuto negli ultimi giorni dalla fazione di maggioranza Contratto Civile nella nuova Assemblea Nazionale e accusa il potere politico di avere nuovamente preso di mira la Chiesa mentre il Paese deve affrontare molteplici sfide e pressioni esterne.

Secondo la Santa Sede di Etchmiadzin, questa politica rischia di approfondire ulteriormente le tensioni e di produrre nuove divisioni tra gli Armeni, sia in patria sia nella Diaspora.

Una «crisi» costruita artificialmente

È soprattutto il passaggio successivo a chiarire la lettura che la gerarchia ecclesiastica dà dell’offensiva politica in corso.

Secondo il Consiglio Spirituale Supremo, le autorità cercherebbero di screditare la Chiesa e il clero e di creare l’apparenza di una crisi ecclesiale attraverso accuse che la Santa Sede di Etchmiadzin definisce false. Alla Chiesa verrebbe attribuito il ruolo di «agente di influenza straniera» e di «Stato nello Stato», mentre le sue posizioni su alcune delle questioni più dolorose della storia armena recente sarebbero presentate come espressione di un «partito della guerra» e come una «minaccia alla sicurezza».

Ed è qui che ritorna l’Artsakh. La dichiarazione cita espressamente la memoria dell’Artsakh nella preghiera, la difesa dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, la tutela del patrimonio spirituale e culturale armeno della regione e la richiesta di liberazione degli Armeni detenuti a Baku.

Sono esattamente alcuni dei temi che, come abbiamo osservato nella nostra precedente copertura, sembrano diventare sempre più problematici nell’Armenia della «pace» e della «Quarta Repubblica» immaginata da Pashinyan.

Soltanto il 24 agosto, intervenendo in Parlamento, il Primo Ministro aveva infatti indicato le preghiere nelle quali si invoca la preservazione della Repubblica di Artsakh come manifestazione di quella che considera una trasformazione della Chiesa in strumento di propaganda bellica. Il giorno successivo abbiamo osservato su questo Blog dell’Editore, che proprio quel passaggio permetteva di comprendere come lo scontro fosse ormai più profondo della controversia personale tra Pashinyan e Karekin II.

La dichiarazione della Santa Sede di Etchmiadzin sembra confermare questa lettura, naturalmente dal punto di vista della Chiesa.

«Il Governo non ne ha l’autorità»

Il Consiglio Spirituale Supremo affronta quindi direttamente il nodo costituzionale e canonico. «Il Governo non ha alcuna autorità né competenza sancita dalla Costituzione per fare della riforma della Chiesa una parte del programma governativo», afferma la dichiarazione. Analogamente, secondo il Consiglio, l’Assemblea Nazionale «non è la sede competente e appropriata per discutere questioni interne alla Chiesa».

È la stessa domanda che abbiamo posto ripetutamente seguendo il procedimento penale contro Karekin II e sei Vescovi membri del Consiglio Spirituale Supremo: fino a dove può arrivare il potere dello Stato quando entra nel governo interno di una comunità religiosa?

Il problema diventa ancora più evidente dopo l’approvazione del programma del governo 2026-2031. Il governo non si limita infatti a sostenere genericamente la necessità di una riforma. Stabilisce tra i propri obiettivi la rimozione dell’attuale Capo della Chiesa, l’elezione di un Locum Tenens del Catholicos, l’adozione di una nuova carta ecclesiastica e, infine, l’elezione di un nuovo Catholicos.

Naturalmente, il governo afferma che i passaggi dovranno avvenire secondo le procedure previste dalla Chiesa. Resta però il punto essenziale: può il potere politico stabilire preventivamente quale debba essere il risultato di quelle procedure canoniche?

Dai programmi scolastici alle carceri

La Santa Sede di Etchmiadzin inserisce lo scontro attuale in un quadro più ampio. Il Consiglio ricorda l’eliminazione dell’insegnamento della storia della Chiesa Apostolica Armena dai programmi delle scuole pubbliche, la soppressione del servizio spirituale ecclesiastico nelle Forze Armate, le restrizioni poste al ministero dei sacerdoti negli istituti penitenziari e quelle che definisce imposizioni fiscali aggiuntive attraverso sanzioni e multe ingiustificate. A questo quadro si aggiungono i procedimenti penali che hanno coinvolto esponenti del clero e, infine, lo stesso Catholicos.

Secondo il Consiglio Spirituale Supremo, attraverso «accuse fabbricate» e «procedimenti penali infondati e mirati» contro la Santa Sede, il Catholicos e il clero si starebbero creando artificialmente le condizioni per intervenire nella vita interna della Chiesa e limitarne l’autonomia, incidendo anche sul diritto dei fedeli alla libertà religiosa e di coscienza.

Il punto che non può più essere ignorato

La nuova dichiarazione della Santa Sede di Etchmiadzin non chiude naturalmente la controversia. Rappresenta la posizione della Chiesa Apostolica Armena e le accuse formulate dovranno essere valutate anche alla luce delle argomentazioni del governo, che presenta invece la propria iniziativa come necessaria per ricondurre la Chiesa alla «canonicità», garantirne la trasparenza, impedirne la politicizzazione e tutelare quella che definisce la «sicurezza spirituale» dell’Armenia.

Ma la sequenza degli avvenimenti sta rendendo sempre più difficile considerare separatamente i diversi dossier. Prima il processo contro il Catholicos e la questione dell’autonomia ecclesiastica. Poi la «Quarta Repubblica» e la rottura dichiarata con l’eredità politica del Movimento del Karabakh. Quindi le parole di Pashinyan sulle preghiere per l’Artsakh. Ora la risposta della Santa Sede di Etchmiadzin, che colloca esplicitamente nella controversia anche la difesa dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, del loro patrimonio religioso e culturale e dei prigionieri detenuti a Baku.

Sono tasselli che convergono verso la stessa domanda che accompagna ormai la nostra copertura: lo scontro riguarda soltanto chi debba guidare la Chiesa Apostolica Armena, oppure riguarda anche quale voce possa ancora ricordare, nell’Armenia della «Quarta Repubblica», ciò che il nuovo progetto politico vorrebbe consegnare al passato?

Il Consiglio Spirituale Supremo conclude affermando che la Chiesa Apostolica Armena continuerà a essere «custode della nostra identità» e sostenitrice dell’unità nazionale, operando per una vita pacifica, sicura e prospera del popolo armeno.

Proprio qui sembra trovarsi il cuore dello scontro. Non soltanto nella persona di Karekin II. Non soltanto nelle procedure canoniche. Ma nel rapporto tra Stato, Chiesa, identità armena e memoria dell’Artsakh. Ed è un rapporto che, nell’Armenia che Pashinyan vuole rifondare, sta diventando ogni giorno più difficile da separare dalla questione della libertà della Chiesa.

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