Al Meeting di Rimini anche gli spettacoli muovono l’amor: a colloquio con Otello Cenci

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Il Meeting dell’Amicizia tra i popoli in svolgimento a Rimini dal 21 al 26 agosto, giunto alla 47^ edizione con il tema ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’, è stato presentato nel mese scorso con le parole del presidente del Meeting Bernhard Scholz, che ha sottolineato la vista di papa Leone XIV, a distanza di 44 anni da quella compiuto da papa san Giovanni Paolo II: “Alcuni temi che papa Leone XIV ha sottolineato nell’enciclica riguarderanno diversi appuntamenti del Meeting: l’affermazione della grandezza dell’uomo e della sua dignità, la consapevolezza che i suoi limiti non lo soffocano ma lo proiettano a un dialogo con l’infinito, le riflessioni sul senso del lavoro e della ricerca, l’urgenza di una comunicazione che favorisca la dimensione relazionale della persona”.

Per questo anche gli spettacoli della kermesse riminese sono parte essenziale nella programmazione del Meeting dell’Amicizia tra i Popoli, come racconta il responsabile del settore ‘Spettacoli’, Otello Cenci: in quale modo gli spettacoli affrontano il tema del Meeting?

“Il tema del Meeting, ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’, è stato, come sempre avviene quando iniziamo a pensare al programma della futura edizione, uno dei criteri fondamentali di paragone. Cerchiamo opere e artisti capaci, attraverso linguaggi diversi, di approfondire il tema, senza necessariamente doverlo declinare in ogni singola proposta.

A volte accade anche il contrario: incontri uno spettacolo, un artista, una storia e ti accorgi che quella presenza documenta già, in qualche modo, ciò che il Meeting vuole approfondire. Del resto, tutta la manifestazione nasce e si rinnova negli anni (siamo ormai alla 47^ edizione) proprio traendo energia e contenuto dagli incontri che accadono mentre si pensa di costruirla in una certa direzione e con determinati accenti.

Anche la programmazione artistica conserva questa dinamica di scoperta. L’amore di cui parliamo non è un sentimento astratto, ma una forza capace di muovere, trasformare, generare relazioni e bellezza: una forza da riconoscere, accogliere e indagare”.

Quest’anno è un Meeting di grandi concerti?

“Sicuramente la musica ha una presenza molto importante. Giovanni Caccamo, già amico del Meeting, arriva con la Sicily Symphony Orchestra e con ‘L’alba dentro l’imbrunire’: il suo repertorio, l’omaggio al maestro Franco Battiato e il lavoro che da anni porta avanti con i giovani ne fanno una presenza particolarmente significativa.

Poi ‘Muovendosi tra i silenzi’, con ‘I Solisti Veneti’, mette in dialogo Arvo Pärt, Rachel Portman (prima donna a vincere l’Oscar per una colonna sonora) ed Ennio Morricone. Sono musiche molto diverse, capaci di incorniciare immagini e di crearne di prodigiose nella mente umana; armonie che inducono alla contemplazione, esaltando l’importanza dei silenzi come occasione di vero ascolto.

E poi lo ‘Yasmeen Choir’: diciassette giovani voci del ‘Magnificat Institute’ di Gerusalemme, provenienti da differenti contesti culturali e religiosi. Oggi ascoltarli cantare insieme ha un grande valore simbolico e credo rappresentino, più di ogni altra cosa, il cuore stesso della manifestazione, la ragione per cui è nata e per cui oggi è così drammaticamente importante per una società che sembra aver dimenticato gli strazi già vissuti. Tutti e tre i concerti al Teatro Galli sono realizzati in collaborazione con la Sagra Musicale Malatestiana”.

Quale posto aveva la musica in mons. Luigi Giussani?

“Un posto fondamentale. Don Giussani raccontava di essere cresciuto in una famiglia povera, ma ricchissima di musica. In casa ascoltava la grande musica classica e ricordava spesso anche la voce di Tito Schipa. Non considerava la musica un semplice intrattenimento: era uno strumento educativo, un linguaggio universale capace di raggiungere la sensibilità dell’uomo e, in qualche modo, di svelarlo a sé stesso. Non a caso fece nascere curò personalmente la collana ‘Spirto Gentil’: educare all’ascolto significava educare alla bellezza e quindi alla domanda sul significato della vita”.

E, come ogni anno, non può mancare il ‘Meeting Music Contest’. La musica d’autore è ancora viva?

“E’ viva, ma oggi ha bisogno di spazi. Il sistema musicale, come accade anche nel cinema e nel teatro, tende spesso a privilegiare prodotti pensati e confezionati dal mercato, per il mercato. Il Meeting Music Contest nasce proprio per offrire ai giovani artisti un percorso reale di crescita, confronto e professionalizzazione. Quest’anno siamo alla sesta edizione: i concorrenti hanno presentato un inedito ispirato al titolo del Meeting ed i cinque finalisti saranno giudicati da una giuria presieduta da Giovanni Caccamo. Non è soltanto un concorso: vogliamo aiutare i giovani a trovare spazi dove esprimersi ed essere ascoltati. L’arte e la cultura sono strumenti indispensabili per costruire società rispettose della persona e del mistero che contiene”.

Al Meeting, però, non solo musica, ma anche teatro e cinema: perché un’offerta così completa?

“Perché il Meeting ha sempre utilizzato linguaggi differenti per conoscere la realtà. Quest’anno ‘La Fame’ dei ‘LesMoustaches’ è quasi sorprendente per la sua consonanza con il titolo: Sagrestano e Virtuosa vivono dominati dai bisogni più elementari, finché la mancanza rompe il loro equilibrio e apre una possibilità di cambiamento. E’ la bellezza, gratuita ed abbacinante della luna, che permette di alzare nuovamente lo sguardo e risvegliare nei protagonisti qualcosa di più grande dei loro istinti. Anche il cinema appartiene da sempre alla storia del Meeting: proseguiamo la collaborazione con la Cineteca di Rimini per proporre film spesso poco visti per le ragioni anzidette, scelti per la loro particolare consonanza con il tema, offrendo inoltre anche la suggestione della visione estiva all’aperto”.

‘Il Poverello tra i più poveri. Sentieri di speranza oltre le mura’: quale speranza può nascere dal carcere?

“Una speranza che parte dal riconoscimento che l’uomo non coincide mai definitivamente con il proprio errore. Lo spettacolo su san Francesco nasce anche dall’esperienza realizzata nel carcere di Bollate, coinvolgendo direttamente alcuni detenuti. Portare arte, musica e teatro in carcere significa mantenere vive le domande più profonde dell’uomo e restituire dignità, possibilità di relazione e desiderio di ricominciare. In una realtà carceraria segnata da sovraffollamento, disagio e spesso disperazione, la cultura può diventare uno spazio concreto di libertà interiore e di reinserimento umano e sociale. Anche oltre le mura, qualcosa può tornare a muoversi”.

(Tratto da Aci Stampa)

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