Obbedire al Papa non significa obbedire a un uomo. Il Successore di Pietro è il primo ad essere vincolato alla Parola
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.08.2026 – Vik van Brantegem] – C’è un equivoco, che periodicamente ritorna nella vita della Chiesa. Da una parte c’è chi sembra considerare ogni parola pronunciata dal Papa come se fosse automaticamente una definizione infallibile, alla quale non sarebbe possibile aggiungere neppure una domanda. Dall’altra c’è chi tratta il Magistero pontificio come una delle tante opinioni presenti nel dibattito ecclesiale: autorevole, forse, ma accettabile soltanto quando coincide con ciò che già si pensa. Sono due estremi che finiscono per oscurare la natura stessa del ministero petrino.

Insegnare resta una delle espressioni più belle della carità. “Consigliare i dubbiosi”, “insegnare agli ignoranti”, “correggere i peccatori”, sono opere di misericordia spirituali: il Vescovo di Roma – e con lui la Chiesa -, ha ricevuto da Cristo l’incarico di predicare, perché l’uomo ha bisogno di una parola che illumini la sua vita. Questa necessità è viva oggi, in un tempo disorientato simile a quello del Cristo: «Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Mc 6, 34).
Dalla cattedra il Romano Pntefice che vi siede non insegna sé stesso, non afferma le proprie opinioni, ma la Parola di Dio, di cui è servo, perché risplenda dinanzi a tutti.
Fu Niccolò IV a risistemare la cattedra papale di cui è oggi rimasta la predella: vi si riconosce l’iconografia di Cristo vincitore sul male, rappresentato da quattro figure demoniache ai suoi piedi: aspide, basilisco, leone e drago, in riferimento al Salmo 91,13: «Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi». Quelle immagini insegnano che il male esiste e va combattuto, ma che Cristo è ben più forte, non solo perché egli protegge la Chiesa dagli assalti del nemico, ma molto più perché è in grado di strappare al male chi è nel peccato e nella morte, come annuncia la fede: Cristo discese agli inferi e ne trasse fuori tutto il genere umano. Il male non viene dimenticato, ma vinto e vinto attivamente.
Il rituale dell’elezione di ogni nuovo Papa si conclude ancora oggi con l’insediamento su questa cattedra. Il nuovo Vescovo di Roma si reca in basilica in processione partendo da San Pietro e si siede sulla cattedra, attorniato da tutto il clero di Roma che prega per lui e lo applaude.
Una delle spiegazioni più limpide la diede Papa Benedetto XVI il 7 maggio 2005, nella sua omelia durante la Celebrazione Eucaristica per il suo insediamento sulla Cattedra del Vescovo di Roma nell’Arcibasilica Papale, Cattedrale Metropolitana Primaziale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano, Chiesa Madre e Capo di Roma e del Mondo. Questo testo conferma anche un dettaglio importante: Benedetto XVI definì la Cattedra romana anzitutto «Cattedra di questo credo» e collegò esplicitamente il compito del Successore di Pietro al «confermare i suoi fratelli» nella Fede.
Era trascorso poco più di un mese dalla morte di San Giovanni Paolo II e appena diciotto giorni dall’elezione del Cardinale Joseph Ratzinger. Prendendo possesso della Cattedra del Vescovo di Roma, Benedetto XVI spiegò che quella Cattedra non era anzitutto il simbolo del potere di un sovrano. Era il segno di una responsabilità: la potestas docendi, la potestà di insegnare.
E pronunciò parole che, a più di vent’anni di distanza, restano essenziali per comprendere non soltanto che cosa significhi insegnare per un Papa, ma anche che cosa significhi per un Cattolico ascoltare il Papa.
«Il Papa non è un sovrano assoluto»
«Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo», affermò Benedetto XVI. La Cattedra è dunque il simbolo della potestà di insegnamento affidata da Cristo a Pietro e agli Apostoli. Ma proprio qui introduceva una precisazione fondamentale: questa autorità non rende il Papa padrone della Fede. «Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge». È difficile immaginare una formulazione più chiara.
L’autorità pontificia non significa che quanto un Papa pensa diventi vero perché lo pensa il Papa. Non significa che possa creare una nuova Rivelazione, modificare a propria discrezione il deposito della Fede o sostituire alla Parola di Dio la propria visione personale. Significa esattamente il contrario.
«Il ministero del Papa – continuava Benedetto XVI – è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola». Prima ancora di chiedere obbedienza, dunque, il Papa deve obbedire.
La prima obbedienza è quella del Papa
Qui si trova forse il punto più importante dell’intero ragionamento. L’obbedienza Cattolica al Papa non nasce da una concezione monarchica della Chiesa, come se un uomo collocato al vertice potesse stabilire arbitrariamente ciò che milioni di fedeli devono pensare. Nasce dalla Fede che Cristo abbia affidato a Pietro e agli Apostoli, e ai loro successori, una responsabilità particolare nella custodia e nella trasmissione della Fede.
Per questo il Papa non è proprietario della Parola: ne è servitore. Non è padrone della Tradizione: ne è custode. Non è fonte della Rivelazione: deve testimoniarla. Non deve condurre la Chiesa verso se stesso, ma confermare i fratelli nella Fede in Cristo. Benedetto XVI lo disse con una formula particolarmente forte: il Papa deve «vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio». Quel «se stesso» viene prima della Chiesa. Ed è precisamente questo limite che fonda la sua autorità. Il Papa può chiedere obbedienza alla Fede, perché egli stesso è sottoposto alla Fede.
Obbedienza non significa rinunciare all’intelligenza
Ma che cosa significa allora obbedire all’insegnamento del Papa? Certamente non significa sospendere la ragione.
La Chiesa stessa distingue accuratamente i diversi gradi del Magistero e, conseguentemente, le diverse forme di assenso richieste ai fedeli. Non ogni dichiarazione di un Pontefice è una definizione ex cathedra; non ogni intervista, considerazione prudenziale o affermazione occasionale possiede il medesimo valore magisteriale di un insegnamento proposto definitivamente in materia di Fede e di morale. Ma da questa necessaria distinzione non consegue che tutto ciò che non è infallibile possa essere semplicemente ignorato.
Il Concilio Vaticano II insegna nella Lumen gentium. che al Magistero autentico del Romano Pontefice, anche quando non parla ex cathedra, deve essere prestato un «religioso ossequio della volontà e dell’intelligenza». Lo stesso principio è recepito dal Catechismo della Chiesa Cattolica e dal Codice di Diritto Canonico. È significativa proprio l’unione di queste due parole: volontà e intelligenza.
L’obbedienza ecclesiale non chiede di non pensare. Chiede di pensare dentro la comunione della Chiesa, riconoscendo che la Fede non comincia da noi e non appartiene a noi.
Il rischio di costruirsi un Magistero su misura
È qui che la questione diventa particolarmente attuale. È relativamente facile essere obbedienti quando il Papa dice ciò che avremmo detto noi. Molto più difficile è ascoltare quando il suo insegnamento mette in discussione le nostre convinzioni, le nostre appartenenze culturali, le nostre preferenze politiche o persino determinate sensibilità ecclesiali.
Ma se riconosciamo l’autorità del Magistero soltanto quando conferma ciò che pensiamo già, non stiamo realmente obbedendo. Stiamo scegliendo. E alla fine il criterio ultimo non è più Pietro, ma noi stessi.
Naturalmente possono esistere difficoltà di comprensione, interrogativi teologici e problemi interpretativi. La storia della Chiesa lo dimostra ampiamente. L’obbedienza Cattolica non è servilismo e non vieta la ricerca della verità. Ma esiste una differenza profonda tra cercare di comprendere un insegnamento della Chiesa partendo da un atteggiamento di comunione e collocarsi preventivamente sopra il Magistero, attribuendosi il diritto di decidere quali insegnamenti meritino obbedienza e quali possano essere scartati.
Scrittura, Tradizione e Magistero non sono concorrenti
Benedetto XVI affrontava anche un’altra tentazione: contrapporre la Scrittura alla Chiesa. La ricerca biblica, spiegava, è preziosa. L’esegesi storica e scientifica permette di comprendere meglio la formazione dei testi, il loro contesto e la loro straordinaria ricchezza. Ma la Scrittura non è stata consegnata da Cristo a una comunità di studiosi isolati. È stata consegnata alla Chiesa.
Separata dalla voce viva della Chiesa, osservava Benedetto XVI, essa rischia di diventare terreno di interminabili dispute interpretative. La competenza scientifica può dirci moltissimo sulla storia di un testo; non può, da sola, conferire quella certezza della Fede «con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire». Per questo Scrittura e interpretazione autentica della Chiesa appartengono l’una all’altra. Non perché la Chiesa sia superiore alla Parola di Dio, ma precisamente perché deve servirla.
Un’autorità contro lo spirito del tempo
Da questa prospettiva si comprende anche un’altra affermazione dell’omelia del 7 maggio 2005. Il Papa deve custodire la Parola «di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo». È un passaggio che merita di essere ricordato.
Il ministero petrino non esiste per rendere il Cristianesimo compatibile con ogni stagione culturale. Se così fosse, il Papa diventerebbe semplicemente l’amministratore ecclesiastico dello spirito del tempo. La sua funzione è diversa: custodire una verità ricevuta. Per questo Benedetto XVI ricordava l’esempio di Giovanni Paolo II e la sua difesa dell’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. Il Papa, spiegava, è legato «alla grande comunità della fede di tutti i tempi» e alle interpretazioni vincolanti maturate lungo il cammino della Chiesa. Il suo potere, dunque, «non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio».
Pietro non indica se stesso
Alla fine tutto conduce a una domanda molto semplice: perché un Cattolico ascolta il Papa? Non perché ritenga che sia un uomo che è impeccabile. Non perché ogni sua valutazione sia necessariamente giusta. Non perché ogni frase che pronunciata possieda il carisma dell’infallibilità. E neppure perché il Cattolico abbia rinunciato alla propria intelligenza. Lo ascolta perché crede che Cristo abbia affidato a Pietro il compito di confermare i fratelli nella Fede e che questo ministero continui nella Chiesa.
La Cattedra di Pietro non esiste perché Pietro possa parlare di Pietro. Esiste perché continui a risuonare la confessione che proprio Pietro pronunciò per primo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Per questo, l’autentica obbedienza al Papa non è culto della personalità. È qualcosa di assai più esigente, anche per il Papa stesso. È obbedienza della Chiesa alla verità che non si è data da sola.
Ed è significativo che Benedetto XVI, proprio nel giorno in cui prendeva possesso della Cattedra romana, non abbia rivendicato la libertà di chi finalmente possiede il potere. Ne abbia indicato invece il limite. Un limite che è anche la grandezza del ministero petrino. Il Papa non può insegnare se stesso. Deve testimoniare Cristo.
E proprio per questo, quando Pietro parla come maestro della Fede, il Cattolico non dovrebbe domandarsi anzitutto se quelle parole coincidano con ciò che egli già pensa, ma che cosa la Chiesa gli stia chiedendo di comprendere, accogliere e vivere.
Perché, nella Chiesa l’obbedienza autentica non è la vittoria di una volontà umana su un’altra. È, per Pietro come per tutti gli altri, obbedienza alla Parola.
Foto di copertina: La Croce Lateranense.
Uno dei gioielli della Basilica di San Giovanni in Laterano è la Croce Costantiniana. Realizzata tra il XIII e il XIV secolo, era utilizzata in apertura delle processioni papali, accanto a due candele che la accompagnavano. Essa, importantissima per la storia dell’arte medievale, risulta essere probabilmente l’unico esemplare di arte orafa di così alto rilievo in ambito romano antecedente all’esilio di Avignone.
Spiccano subito le placche di argento dorato di cui la croce è composta, dove sono incisi l’intero ciclo della Genesi e gli episodi neotestamentari che le fanno da eco. Centrali, a fungere da episodi protagonisti, si trovano da una parte il tondo con il racconto del Peccato originale e, dall’altra, quello con la Crocifissione. Nel tondo veterotestamentario, imponente è l’albero della conoscenza del bene e del male, su cui si snoda il serpente, con accanto Adamo ed Eva. Nel tondo opposto, invece, è il Signore a stagliarsi in alto, mentre Maria e Giovanni stanno ai piedi della croce. L’evento della morte del Signore ha riscattato, difatti, per sempre l’uomo, da quello a cui Adamo lo aveva condannato. Di nuovo, l’Antico e il Nuovo Testamento si parlano perché, se una donna era caduta negli inganni del serpente, ora un’altra, la Madonna – figura della Chiesa – rimane ritta nel porto sicuro della volontà di Dio. È chiara, quindi, l’enfasi che gli orafi hanno voluto conferire all’evento della morte redentrice di Cristo, prefigurata negli episodi di Abele, Isacco, Giacobbe e Giuseppe, incisi nei bracci della croce. I personaggi menzionati sono, difatti, letti tipologicamente e visti come prefigurazioni del Signore nell’Antico Testamento.
Tutto ruota attorno all’evento centrale della Crocifissione ed è organizzato per nuclei narrativi omogenei ma non nel giusto susseguirsi degli episodi scritturistici. Questo, sicuramente, è dovuto alle numerose modifiche che la Croce Costantiniana ha subito nel tempo, ma rispecchia anche una scelta iconografica ben precisa, in voga nel Medioevo: tra l’XI e il XII secolo, infatti, nell’arte umbro-romana, si tendeva ad organizzare la narrazione artistica dei cicli biblici utilizzando il criterio della narrazione tipologica. Ecco che spiccava il rapporto tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra la Genesi e il Vangelo che, l’uno di fronte all’altro, intessono la trama della storia della Salvezza.





























