Il Meic e la frontiera dell’umano: a colloquio con Luigi D’Andrea
“La seconda tappa del nostro percorso dedicato alla transizione antropologica sarà focalizzata sulla dialettica naturale-artificiale. Nella comprensione tradizionale la distinzione fra i due poli era netta, ma la contaminazione fra naturale e artificiale permessa dalla tecnoscienza contemporanea ha reso labile il confine. Esamineremo alcuni aspetti di questo scenario inedito in una prospettiva filosofico-teologica ad un tempo coerente con la Rivelazione e attenta al contesto attuale. Il contesto socio-culturale del tempo che ci è donato manifesta domande e criticità sul tema dell’identità umana, fra natura e cultura. Per questo richiede attenzione e profonda riflessione, alla luce della Parola ed in relazione ai diversi ambiti scientifici, al riparo da atteggiamenti apocalittici, ma anche con senso critico per quanto avviene nel mondo”.
Quest’anno la Settimana Teologica del Meic (‘Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) affronterà il tema ‘Alle frontiere dell’umano. Naturale e artificiale’ e si terrà al Monastero di Camaldoli dal 17 al 21 agosto. Per comprendere meglio il tema abbiamo chiesto al presidente nazionale del Meic, prof. Luigi D’Andrea, docente di Diritto costituzionale all’Università degli Studi di Messina, di spiegarci il motivo per cui il MEIC invita a riflettere sulle frontiere dell’umano?
“In realtà appartiene alla natura della persona umana, al suo costitutivo desiderio di conoscenza, alla sua inappagabile domanda circa la propria identità, l’inesauribile ricerca delle frontiere dell’umano,dei confini che lo definiscono e, almeno potenzialmente, lo limitano. Con potente intuizione, osservava già Eraclito che è impossibile trovare ‘i confini dell’anima’, ‘così profondo è il suo logos’, cioè la sua più intima natura. Ma nel presente contesto, la riflessione sulle frontiere dell’umano si impone con particolare forza, perché l’evoluzione scientifica e tecnica ha permesso, per un verso,di volgere lo sguardo in direzioni che sembravano precluse ad una analisi razionale (si pensi alle neuroscienze), e, per altro verso, di ‘spostare’ le frontiere delle possibilità concesse all’uomo, fino a rendere assai problematica la stessa idea di limite riferita al suo potere”.
In quale modo è possibile coniugare il naturale e l’artificiale?
“Il rapporto tra naturale e artificiale è sempre stato assai stretto: infatti, appartiene appunto alla natura umana lo sviluppo della dimensione artificiale della tecnica, in forza della quale potenziare le capacità naturali delle persone, consentire (o almeno agevolare) il perseguimento dei fini assunti dalla loro volontà, modificare il contesto complessivo nel quale gli esseri umani conducono le loro vite. Naturalmente, è necessario sempre vigilare perché lo sviluppo tecnico (e la stessa ricerca scientifica, che ad esso è strettamente connessa) non finisca per risultare lesivo della dignità che per natura è propria di ogni persona umana”.
Artificiale che tocca la vita: quale approccio?
“Negli ultimi decenni, gli sviluppi della scienza medica hanno permesso all’uomo di intervenire sull’origine biologica della vita umana, mediante le tecniche di procreazione medicalmente assistita, e sul fine vita, attraverso tecniche in grado di prolungare la vita (talora soltanto in senso biologico) ben oltre limiti tradizionalmente ritenuti invalicabili. Si impone la ricerca, non certo agevole, di un ragionevole equilibrio tra la tutela dei diritti fondamentali coinvolti, naturalmente anche in forza delle risorse messe a disposizione dalla tecnica, le istanze affidate allo statuto deontologico della scienza medica (spesso protette riconoscendo forme di obiezione di coscienza), la garanzia di valori indisponibili (come la tutela delle persone più vulnerabili)”.
Quale etica ci aspetta?
“Occorre che l’etica in base alla quale assumiamo le nostre scelte sappia mostrarsi all’altezza del ‘cambiamento d’epoca’ (‘Magnifica Humanitas’, n. 6) che stiamo vivendo, anche in ragione delle nuove relazioni che oggi si configurano tra naturale ed artificiale: deve essere capace di avvalersi delle opportunità offerte dallo sviluppo tecnico-scientifico, ma anche deve sapere rispettare i limiti che strutturalmente appartengono alla persona umana, resistendo a pericolosi (illusori…) sogni superomistici (o post-umani, o trans-umani) e rispettandola dignità di ogni essere umano”.
Con l’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ papa Leone XIV traccia una via: in quale modo approcciare i social senza demonizzazione?
“La recentissima enciclica ‘Magnifica humanitas’ di papa Leone XIV si presenta come un vasto e potente affresco dell’ampia problematica relativa al (per così dire) ripensamento del ricco patrimonio della Dottrina sociale della Chiesa nel contesto di un ambiente profondamente connotato dalla digitalizzazione, dalla robotica, dall’intelligenza artificiale. Davvero molte, esigenti ed impegnative sono tanto le riflessioni teoriche quanto le indicazioni operative che questo grande documento magisteriale è in grado di esprimere, e che non potranno non costituire oggetto dell’impegno dell’intera comunità ecclesiale. Rispetto all’uso dei social, nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’non si coglie alcuna demonizzazione, ma soltanto (e non è certo poco!) la forte evidenziazione della pressante esigenza di non assecondare o costruire ‘narrazioni distorte’ e di non ‘confondere i confini tra il vero e il falso, mescolando dati e opinioni’, nella forte consapevolezza che ‘la verità dei fatti’ deve essere ‘assunta come bene comune’ (n. 132)”.
Allora quale coscienza è necessaria?
“Naturalmente, tutto quanto qui si è sostenuto (e, soprattutto, quanto si afferma nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’) esige una coscienza che si conformi al suo proprio statuto, di ‘luogo’ nel quale la verità (e la Verità) incontra la nostra vita e risponde all’appello che dalla prima sorge in ordine alla conformazione della seconda”.
(Tratto da Aci Stampa)





























