Stepanakert, prima e dopo la ruspa. La Cattedrale armena non c’è più e qualcuno festeggia: «Gorbagor oldu»

Gli Azeri non dovrebbero poter demolire, una dopo l'altra, le testimonianze di una civiltà mentre il resto del mondo si limita a fotografarne le macerie.
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13.08.2026 – Vik van Brantegem] – Due fotografie, lo stesso luogo, a distanza di un anno. Nel 2025, alle spalle di una giovane donna azera, si innalza ancora la Cattedrale della Santa Madre di Dio (Surb Astvatsatsin) di Stepanakert, uno dei simboli più riconoscibili della presenza Cristiana armena nell’Artsakh. Nel 2026 la donna torna nello stesso punto. Ma dietro di lei la Cattedrale non c’è più. Al suo posto rimane uno spazio vuoto. La chiesa è stata rasa al suolo. E la fotografia viene accompagnata dall’espressione azera «gorbagor oldu»: qualcosa come “è scomparsa”, “è stata distrutta e sepolta”, con una connotazione tutt’altro che neutrale.

È questo confronto fotografico, diffuso recentemente sui social media azeri, a riportare l’attenzione sulla distruzione della Cattedrale della Santa Madre di Dio di Stepanakert, che avevamo denunciato su questo Blog dell’Editore già il 22 aprile scorso nell’articolo Artsakh: la distruzione della memoria. La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert e il silenzio assordante.

Allora scrivevamo che in gioco non erano soltanto pietre e monumenti, ma «l’identità stessa di una comunità e il suo diritto a esistere nella propria terra». Oggi quelle due fotografie – il prima e il dopo – rendono visibile con una forza impressionante ciò che quelle parole cercavano di descrivere.

2025: la Cattedrale c’è. 2026: non c’è più

La documentazione satellitare ha successivamente eliminato ogni ragionevole dubbio sulla sorte dell’edificio. La Cattedrale risultava ancora in piedi il 3 marzo 2026; nelle immagini del 2 aprile l’edificio era scomparso. Ulteriori immagini satellitari ad alta risoluzione hanno poi confermato la demolizione.

Non era una costruzione marginale o abbandonata. La Cattedrale della Santa Madre di Dio era stata consacrata il 7 aprile 2019 da Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. Progettata dall’architetto Gagik Yeranosyan, era alta circa 35 metri, con un campanile di 24 metri, e dominava il paesaggio urbano di Stepanakert.

La sua costruzione aveva rappresentato la rinascita della vita religiosa armena nella capitale dell’Artsakh dopo decenni di repressione sovietica. Durante la guerra del 2020 e le successive offensive azere, i suoi sotterranei erano stati utilizzati anche come rifugio dalla popolazione durante i bombardamenti.

Poi, dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e lo sfollamento forzato della popolazione armena dall’Artsakh, la Cattedrale era rimasta senza i suoi fedeli. Ora non esiste più.

«Gorbagor oldu»

È però un particolare della nuova documentazione fotografica a rendere la vicenda ancora più inquietante.

La donna azera che si era fatta fotografare davanti alla Cattedrale ancora esistente nel 2025 è tornata nello stesso luogo nel 2026, dopo la demolizione. La nuova immagine è accompagnata dall’espressione «gorbagor oldu».

Hovik Avanesov, Garante del Patrimonio Culturale dell’Artsakh e Vicepresidente dell’ONG storico-culturale Azgayin, richiama l’attenzione non soltanto sulla fotografia, ma sul significato culturale della reazione che essa esprime. Secondo Avanesov, quando la distruzione di una chiesa viene accompagnata pubblicamente da espressioni di soddisfazione o di orgoglio, non si può più liquidare tutto come la provocazione isolata di un utente dei social network. È il clima nel quale quella reazione diventa possibile a dover interrogare. «Quando la distruzione di una chiesa è accompagnata nella sfera pubblica da espressioni di gioia e orgoglio, ciò indica che la coltivazione dell’armenofobia e dell’ostilità verso il patrimonio culturale armeno in Azerbaigian ha assunto un carattere sistemico», osserva Avanesov.

E c’è un particolare storico che rende l’espressione «gorbagor oldu» ancora più significativa. Non è una formula sconosciuta alla retorica pubblica azera. Lo stesso Presidente azero Ilham Aliyev l’aveva utilizzata dopo la guerra del 2020, parlando della sorte dello status del Nagorno-Karabakh e, successivamente, dell’edificio destinato al Parlamento dell’Artsakh.

Nel caso della demolizione del Palazzo del parlamento (Assemblea Nazionale) della Repubblica di Artsakh a Stepanakert da parte dell’Azerbaigian, inquadrandola nella sistematica distruzione della memoria storica e architettonica dell’Artsakh, i media azeri non hanno agito in modo plateale, riportando la demolizione di prove di quello che definivano il regime separatista.

Non una chiesa soltanto

La questione, infatti, non riguarda soltanto la Cattedrale di Stepanakert. Monasteri, chiese, cimiteri, khachkar (le caratteristiche croci di pietra armene), monumenti, edifici pubblici, quartieri storici e interi insediamenti sono al centro da anni delle denunce relative alla distruzione, trasformazione o riattribuzione del patrimonio culturale armeno nei territori passati sotto controllo azero.

Caucasus Heritage Watch, progetto di monitoraggio indipendente basato anche sull’analisi satellitare, dopo aver verificato la distruzione della Cattedrale della Santa Madre di Dio, della chiesa di San Hakob e del memoriale del Genocidio Armeno a Stepanakert, ha parlato di una concentrazione di distruzioni tale da suggerire un programma coordinato di cancellazione del patrimonio.

E non possiamo dire che nessuno avesse avvertito del pericolo. Questo Blog dell’Editore segue questa vicenda dal novembre 2020. Abbiamo raccontato la profanazione della Cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi; il pericolo corso dal monastero medievale di Dadivank; l’appello della Chiesa Apostolica Armena per salvare chiese e monasteri; le preoccupazioni per i beni culturali passati sotto controllo azero; la distruzione di storiche chiese armene a Shushi e Mekhakavan; la campagna contro il patrimonio ecclesiastico dell’Artsakh.

Il 7 febbraio 2022 osservavamo amaramente come l’Occidente sembrasse assai più preoccupato delle forniture energetiche azere che della sorte delle chiese armene. Sono passati più di quattro anni. È difficile sostenere che gli allarmi fossero infondati.

Documentare la distruzione non significa impedire la distruzione

È forse questo il punto più importante sollevato oggi da Avanesov. Per anni associazioni, studiosi e organismi impegnati nella tutela del patrimonio hanno raccolto fotografie, confrontato immagini satellitari, identificato monumenti a rischio e denunciato alterazioni e demolizioni. Ma documentare ciò che è già stato distrutto non equivale a proteggerlo. «Se la comunità internazionale si limita a documentare la distruzione dopo che si è già verificata, questa non è tutela del patrimonio; è semplicemente la registrazione retrospettiva della sua distruzione», afferma Avanesov.

Per questo, Avanesov chiede un monitoraggio internazionale permanente, missioni indipendenti di accertamento, conservazione sistematica delle prove satellitari e meccanismi capaci non soltanto di registrare le demolizioni, ma anche di individuare le responsabilità. Il problema è urgente proprio perché esistono ancora monumenti da salvare.

Quando la distruzione diventa un simbolo di vittoria

Avanesov richiama anche episodi che hanno segnato profondamente la memoria armena: l’omicidio dell’ufficiale Gurgen Margaryan, ucciso nel sonno con un’ascia a Budapest nel 2004 dall’ufficiale azero Ramil Safarov durante un programma NATO; la successiva estradizione di Safarov dall’Ungheria nel 2012, la grazia immediatamente concessagli dal Presidente Aliyev e la sua promozione; e la decapitazione del soldato armeno Kyaram Sloyan durante gli scontri dell’aprile 2016.

Il punto sollevato da Avanesov non è stabilire un’equivalenza tra episodi diversi, ma interrogarsi sul significato della glorificazione pubblica della violenza e della distruzione. «Il genocidio culturale inizia proprio quando la distruzione di un monumento non viene più percepita come un crimine, ma diventa un simbolo di vittoria», afferma.

Ed è precisamente per questo che la fotografia della donna davanti al vuoto lasciato dalla Cattedrale merita attenzione.

Da sola, una fotografia pubblicata sui social non dimostra una politica di Stato. Ma inserita nel contesto di distruzioni ormai documentate, degli allarmi lanciati per anni e della retorica pubblica che ha accompagnato il conflitto, diventa un’immagine terribilmente eloquente.

Le ruspe possono cancellare una chiesa. Non la memoria

Nel 2020 chiedevamo: chi ascolterà l’appello della Chiesa Apostolica Armena per salvare dalla distruzione chiese e monasteri dell’Artsakh?

Nel 2021 documentavamo la distruzione e la profanazione di altri luoghi Cristiani.

Nel 2022 denunciavamo la campagna contro le chiese armene mentre l’Europa guardava al gas dell’Azerbaigian.

Il 22 aprile 2026 abbiamo raccontato la demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio e il «silenzio assordante» che l’accompagnava.

Oggi abbiamo due fotografie. Nella prima c’è una Cattedrale. Nella seconda c’è il vuoto. La domanda, dunque, non è più se la distruzione sia avvenuta. È documentata. La domanda è quante altre fotografie del “prima e dopo” dovremo vedere prima che la protezione del patrimonio culturale armeno dell’Artsakh smetta di essere soltanto una dichiarazione di principio.

Le ruspe possono abbattere muri, campanili e khachkar. Possono trasformare un luogo sacro in uno spazio vuoto. Possono tentare di cancellare dal paesaggio le tracce materiali della presenza secolare di un popolo. Ma non possono demolire la memoria. E soprattutto non dovrebbero poter demolire, una dopo l’altra, le testimonianze di una civiltà mentre il resto del mondo si limita a fotografarne le macerie.

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