Viviamo come se Dio non esistesse. Ma sappiamo almeno dove siamo? La Terra fragile e la domanda che non vogliamo più farci

La terra dallo spazio
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 11.08.2026 – Vik van Brantegem] – C’è una frase che viene ripetuta spesso per descrivere la condizione spirituale dell’Occidente: viviamo etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. È una formula potente. Ma forse oggi il problema viene ancora prima. Prima ancora di domandarci se l’uomo contemporaneo viva come se Dio non esistesse, dovremmo chiederci: si rende conto di dove si trova? Perché potrebbe esserci qualcosa di ancora più radicale della perdita del senso di Dio: la perdita del senso della realtà.

Mangiamo, lavoriamo, compriamo, vendiamo, votiamo, litighiamo, produciamo, consumiamo, accumuliamo denaro e informazioni. Discutiamo quotidianamente di crescita, spread, mercati, sondaggi, guerre, confini, elezioni e percentuali. Costruiamo sistemi politici ed economici enormemente complessi. Eppure facciamo tutto questo sopra una piccolissima porzione di materia che attraversa lo spazio, avvolta da un sottilissimo strato di atmosfera dal quale dipende ogni nostro respiro.

Lo sappiamo. Ma non sembra che lo sappiamo davvero.

L’astronauta che dalla Stazione Spaziale vide «la menzogna»

È questo il punto più interessante della riflessione dell’ex astronauta della NASA Ron Garan, tornata recentemente a circolare sui social network attraverso testi che, va precisato, sono spesso rielaborazioni delle sue autentiche dichiarazioni.

Garan ha trascorso complessivamente 178 giorni nello spazio, percorrendo oltre 71 milioni di miglia in 2.842 orbite. In un’intervista pubblicata da Big Think, ha raccontato ciò che accadde guardando la Terra dalla Stazione Spaziale Internazionale.

Vide i lampi dei temporali, le aurore, la biosfera e soprattutto qualcosa che da quaggiù praticamente non percepiamo: l’incredibile sottigliezza dell’atmosfera. Quello strato quasi impercettibile separa la vita dall’immensità ostile dello spazio.

E Garan ebbe una folgorazione: dalla prospettiva orbitale diventava evidente, disse, che «we’re living a lie» (stiamo vivendo una menzogna). Non perché la Terra sia un’illusione, naturalmente, ma perché abbiamo costruito sistemi nei quali l’economia finisce per diventare la realtà principale, mentre il sistema naturale che rende possibile la stessa economia viene trattato quasi come una sua componente subordinata. Da qui la sua proposta di capovolgere l’ordine delle priorità: non economia, società, pianeta, ma pianeta, società, economia [1].

È il cosiddetto overview effect: il cambiamento di prospettiva sperimentato da diversi astronauti quando vedono la Terra intera sospesa nell’oscurità cosmica.

Ma qui possiamo spingerci verso una domanda che Garan non formula e che quindi non dobbiamo attribuirgli.

Vediamo la Terra. Ma la guardiamo?

Non occorre essere astronauti per sapere dove ci troviamo. Abbiamo fotografie della Terra ripresa dallo spazio da oltre mezzo secolo. Conosciamo la struttura del sistema solare. Sappiamo che il nostro pianeta orbita attorno a una stella che è soltanto una fra le centinaia di miliardi della Via Lattea e che la nostra galassia è soltanto una fra un numero immenso di galassie. E continuiamo a vivere come se tutto questo fosse semplicemente lo sfondo.

Forse è questa una delle contraddizioni più impressionanti della nostra epoca: mai l’uomo ha saputo tanto sull’universo e forse mai ha avuto così poco tempo per contemplarlo.

Possiamo osservare galassie lontanissime, ma spesso non alziamo neppure gli occhi verso il cielo. Possiamo descrivere scientificamente la materia di cui sono fatte le stelle, ma abbiamo quasi smesso di stupirci del fatto che esistano le stelle. Conosciamo sempre meglio il come. Ci interessa sempre meno domandare il perché. Ed è precisamente qui che la questione ecologica diventa una questione esistenziale.

Se non ci stupisce ciò che vediamo, come cercheremo ciò che non vediamo?

La tradizione Cristiana ha sempre considerato il creato come segno che rimanda oltre se stesso. «I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento», proclama il Salmo [2].

Non è una dimostrazione scientifica dell’esistenza di Dio. E sarebbe un errore presentarla come tale. È qualcosa di diverso: è l’affermazione che la realtà visibile può suscitare una domanda metafisica. Perché esiste qualcosa anziché nulla? Perché esistono leggi intelligibili? Perché esiste la vita? Perché un essere cosciente, prodotto almeno materialmente di questo universo, è capace di guardarlo e di interrogarsi sul proprio posto al suo interno?

La scienza può descrivere con crescente precisione i processi attraverso i quali l’universo si evolve. Ma la domanda ultima sull’essere non scompare per questo.

Ed ecco il paradosso contemporaneo. Si dice che l’uomo vive come se Dio non esistesse. Probabilmente è vero per una parte considerevole della nostra cultura. Ma come potrebbe interrogarsi seriamente su ciò che non vede, se ha smesso perfino di meravigliarsi davanti a ciò che vede? Prima della crisi della Fede potrebbe esserci una crisi dello sguardo. Prima dell’indifferenza religiosa, un’indifferenza cosmica. Prima dell’incapacità di cercare il Creatore, l’incapacità di contemplare la creazione.

Una civiltà potentissima che non sa dove si trova

Qui la questione diventa inevitabilmente politica. I governi ragionano in termini di legislature. I mercati in trimestri. La comunicazione in ore, quando non in minuti. I social network in secondi. Ma la Terra non segue il calendario elettorale. L’atmosfera non vota. Gli oceani non partecipano ai talk show. Le leggi della fisica non cambiano dopo un sondaggio. E la biosfera non negozia con i governi.

La nostra capacità tecnologica è diventata planetaria, mentre la nostra coscienza sembra essere rimasta spesso tribale. È una contraddizione che Laudato sì aveva individuato parlando del «paradigma tecnocratico»: il rischio di considerare la realtà come qualcosa di semplicemente disponibile al possesso, alla manipolazione e allo sfruttamento. Papa Francesco osservava inoltre che ormai occorre pensare il pianeta come una patria comune e l’umanità come il popolo che abita una casa comune [3].

Ma «casa comune» non significa soltanto ambientalismo. Significa riconoscere dove siamo.

Non padroni. Abitanti

Guardata dallo spazio, la Terra non sembra enorme. Sembra preziosa. E questa differenza contiene forse una delle domande decisive del nostro tempo.

L’uomo moderno si considera padrone perché possiede una potenza tecnica che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. Può modificare organismi, perforare montagne, deviare fiumi, distruggere città, osservare l’universo profondo, costruire intelligenze artificiali e inviare sonde oltre i confini del sistema solare.

Ma non sa costruire una Terra. Non sa fabbricare un oceano. Non sa produrre dal nulla un’atmosfera. E soprattutto non può produrre l’essere.

Papa Francesco, parlando della dimensione contemplativa, invitava proprio a recuperare la capacità di guardare la creazione come dono e non soltanto come qualcosa da sfruttare. Perché contemplare significa riconoscere nelle cose qualcosa che supera la loro semplice utilità [4].

Qui ecologia e teologia si sfiorano. Non perché l’ecologia dimostri Dio. Ma perché lo stupore restituisce all’uomo la domanda.

Forse la prima domanda non è: dov’è Dio?

Guardiamo ancora una volta quella piccola sfera azzurra sospesa nel nero. Su quella sfera sono avvenute tutte le guerre della storia. Sono nati tutti gli imperi. Sono state costruite tutte le cattedrali e tutte le prigioni. Sono state scritte tutte le poesie. Sono state pronunciate tutte le dichiarazioni d’amore e tutte le condanne a morte. Là sono vissuti Cesare e Francesco d’Assisi, Hitler e Madre Teresa, Mozart e Stalin. Là viviamo noi. E attorno, un’immensità che la mente fatica persino a concepire.

Continuiamo intanto a comportarci come se il problema fondamentale dell’esistenza fosse avere qualche decimale in più di crescita economica, qualche punto percentuale in più nei sondaggi o qualche centimetro quadrato in più di potere.

Forse la «menzogna» di cui parla Garan può essere portata, senza attribuire a lui questa conclusione, ancora più in profondità: viviamo come se fossimo padroni di una realtà della quale siamo invece ospiti. E forse abbiamo smesso di domandarci chi siamo perché abbiamo smesso di guardare dove siamo.

Si afferma che l’uomo contemporaneo vive come se Dio non esistesse. Ma c’è una domanda precedente, più semplice e forse persino più inquietante: prima di domandarci perché non cerca più Dio, siamo sicuri che l’uomo contemporaneo si sia accorto del cielo sopra la sua testa, della Terra sotto i suoi piedi e dell’incredibile, inspiegabile fatto di esserci?

Perché, se non ci interroghiamo più davanti a ciò che possiamo osservare, difficilmente ci metteremo alla ricerca di ciò che gli occhi non possono vedere.

[1] “I went to space and discovered an enormous lie” – Big Think.

[2] Salmo 19.

[3] Laudato sì – 24 maggio 2015.

[4] Catechesi – “Guarire il mondo”: 6. Amore e bene comune – Udienza Generale – 9 settembre 2020.

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