Monsignor Sigalini: il cristianesimo sulle orme di san Francesco
“Cara Parrocchia, che d’ora in avanti avrai un prete soltanto ogni morte di papa. Dalle mie parti si dice così quando è inutile sperare e perché: morto un papa ne fanno subito un altro e quindi ci sarà anche un prete nuovo; ma noi vogliamo tanto bene a papa Leone XIV, che sicuramente camperà moltissimi anni ancora. Il problema è però che da più di 10 anni stiamo vivendo una scarsità di preti mai vista in questi ultimi cent’anni e le prospettive prossime lo confermano. Unità pastorali sono due belle parole, ma fanno la fotografia che si stanno mettendo assieme molte parrocchie con un parroco solo; ha preti che lo aiutano pure, anche se molti abbiamo più di ottanta anni o lì vicino.
La cosa è ancora più triste perché l’essere cristiani interessa sempre a meno persone. Possiamo ancora suonare le campane, ma molta gente non sa più che cosa vogliono dire, i battezzati diminuiscono non solo perché nascono meno bambini e bambine, ma perché i genitori (ne basta uno) non vogliono battezzare i figli. Le parrocchie hanno anche oratori e strutture, ma non sono sempre utilizzabili”: così inizia la lettera indirizzata alle parrocchie da mons. Domenico Sigalini, presidente del Centro Orientamento Pastorale (COP), al termine della 75^ Settimana Nazionale di Aggiornamento Pastorale ‘Dopo la cristianità quale cristianesimo? Sulle orme di san Francesco, per un mondo di fraternità e di pace’.
Nella lettera alle parrocchie il presidente del COP ha evidenziato che nonostante le crisi e le ‘stanchezze’ il cristianesimo è ancora vitale: “Sarà finita la cristianità, cioè tutte le belle abitudini e attività cristiane, c’è un aumento di ignoranza del vangelo, della chiesa, della messa, dei sacramenti, ma non è morto il cristianesimo: il dono bello del vangelo che Dio ci dona continuamente, le capillari opere di carità che tanti cristiani fanno, l’azione preziosa che fanno tanti parrocchiani per spegnere i conflitti, gente che usa cellulari per far compagnia e aiutare i malati nelle tante solitudini, ma soprattutto giovani disponibili a mettersi a disposizione con la loro creatività ad aiutare a superare contrapposizioni; si tratta di fidarsi di loro prima che ‘dimostrino’ qualcosa, di entrare in una relazione reale dove la fiducia precede le garanzie, luoghi in cui sia possibile abitare le grandi domande della loro vita: il senso, il futuro, la fede, la vita; dove il cambiamento non riguarda solo chi cresce, ma anche chi li accompagna. Cara parrocchia abbi fiducia, ci sono laiche, laici e preti decisi che non ti molleranno”.
Allora, mons. Sigalini, quale cristianesimo ci aspetta?
“Una vita cristiana che punta all’essenziale, che mette al centro Gesù in termini espliciti e cammini percorribili, il vangelo come libro di vita e non brani di letture slegate e fugaci, con le persone entro rapporti umani di accoglienza e di aiuto concreto sperimentabili, una passione d’amore percepibile e in continuo approfondimento, un aiuto vicendevole nelle nostre vite nei molteplici rapporti umani che si possono mettere al centro, non lasciando all’abitudine e allo scontato nessun rapporto umano, facendosi purificare pure dalle scoperte e intuizioni della cultura umana”.
Davvero la cristianità è finita?
“Se per cristianità intendiamo tutti quegli strumenti assolutamente necessari per dare un volto comprensibile, una modalità determinante alla sequela del vangelo, alla traduzione in vita concreta del cristianesimo in pensieri, azioni, parole, attitudini, opere artistiche, storie di vita, celebrazioni, sostegni alla missionarietà, comunità cristiane viventi e umanamente sperimentabili… (e potrei continuare, richiamando le nostre tradizioni, abitudini, modi di vita comunitaria che hanno permesso a noi di venire in contatto cin il vangelo e con la persona viva che è Gesù) una necessaria esperienza vivente e comunicabile di vita cristiana ci sarà sempre. Per comunicare a che ora la comunità cristiana si trova a celebrare l’Eucaristia domenicale non servirà forse un campanile con 8 campane come al mio paesello, dove sono nato, e che tanta gente non capisce più, ma uno strumento che fa sapere a tutti, che diventerà più un invito che un avviso, più una accoglienza cordiale, che una fila di sconosciuti”.
Quindi cosa può ‘insegnare’ a questa Chiesa san Francesco d’Assisi?
“Può insegnare l’essenzialità dell’essere persone innamorate di Gesù, staccate dalle mentalità assicurative come prima realtà da difendere, ottenere, comperare che ci costruiamo per avere sicurezze umane; un rapporto con la natura essenziale e determinante le nostre stesse relazioni, una fiducia nel Dio Provvidente che riusciamo a far sperimentare a chi vive con noi o che ci interpellate, ma soprattutto la centralità della persona di Gesù nella nostra vita personale e comunitaria”.
Quale Chiesa è ‘necessaria’ per comunicare il Vangelo?
“Una chiesa molto più vicina alla gente, ai poveri, ai lavoratori, agli operai, alle case del dolore, alle persone cadute e rinnegate, agli ammalati; a chi ha il coraggio di ricominciare sempre a ridirsi e ridefinirsi con le giovani generazioni, aiutandole e facendosi aiutare a scoprire i nuovi bisogni, la nuova visione di mondo, il progresso delle scienze, le continue evoluzioni del modo di stare assieme, di sperimentare generosità”.
Però al tempo dei social quale pastorale è necessaria?
“La prima attenzione da avere e da proporre è la bellezza della nostra umanità, della consapevolezza che non ci sarà mai nessuna macchina capace di provocare la gioia del sorriso di un bambino, del bacio di una mamma dell’abbraccio di un papà che torna o parte per il lavoro. Entro questa certezza imparare ad abitare i social al servizio di una nuova umanità e non di una nuova tecnologia mossa da regole inscritte in algoritmi. Occorre pertanto formarsi ai linguaggi e alle dinamiche proprie dei social, purché la missione nel mondo fisico si estenda al mondo digitale in una coerenza di vita secondo il Vangelo che è capace di azione e narrazione opportune”.
Un tema molto importante affrontato nella settimana è stato quello della cura: per quale motivo è necessaria una ‘rivoluzione’ della cura?
“Si parte sempre dal principio che non dobbiamo cambiare gli altri, ma cambiare noi, approfondire la vera natura della fede nella nostra vita umana e da qui associare sempre alla parola cura, la consapevolezza che il primo atteggiamento non è di curare, ma di lasciarsi curare dai bisogni, dai volti, dalle sofferenze e le gioie di chi incontriamo. Come ci ha evidenziato papa Francesco, e sulla stessa linea d’onda è papa Leone XIV, lungo le vie digitali si possono incontrare un’umanità ferita, uomini e donne in ricerca di un senso per la vita, ma anche uomini e donne ‘intrappolati’ nella ‘rete’ perché abitata male: periferie digitali, manifestazione più o meno evidenti di periferie esistenziali. Verso di esse occorre uscire anzitutto in atteggiamento di ascolto e di accompagnamento, che diviene conversione del cuore, ‘capitalismo’ della cura. Alle logiche di controllo delle grandi società tecnologiche, si può contrapporre una logica di autentica liberazione”.
(Tratto da Aci Stampa)





























