Mons. Migliavacca invita a prendersi cura come san Donato
San Donato, secondo vescovo di Arezzo, fu martirizzato nel IV secolo, come riporta il colloquio con Quadraziano, governatore della regione Tuscia-Umbria, che lo ritenne colpevole di disobbedire all’imperatore: “Il clementissimo Augusto, nostro signore, ha pubblicato un editto che proibisce ad ogni cristiano di annunziare e diffondere la propria religione. Tu al contrario hai continuato a predicare alle popolazioni persuadendole a seguire una dottrina contraria alla religione tradizionale”. “Ho invitato ed esortato il popolo ad adorare Gesù Cristo con tranquilla coscienza perché sono sicuro che egli è Dio”, rispose Donato. Quadraziano lo condannò alla pena di morte mediante decapitazione. Era il 7 agosto 362. Il suo corpo fu raccolto dai cristiani e fu sepolto nei pressi di Arezzo sulla collina del Pionta.
Nell’omelia mons. Andrea Migliavacca, vescovo della diocesi di Arezzo-Cortona-SanSepolcro, ha sottolineato la cura del martire: “San Donato, vescovo e martire, è stato un pastore che ha saputo aver cura della sua comunità, della chiesa dove ha speso la sua vita, da noi e nel ricordarlo e celebrarlo oggi, come nostro patrono, riconosciamo che ancora lui e poi i vari successori sulla sede di Arezzo hanno profuso, ciascuno a modo proprio, espressioni e iniziative di cura”.
Una cura che è necessaria alla città: “Ancora oggi questa immagine della ‘cura’ può illuminare la vita cittadina, l’impegno delle varie Istituzioni, la partecipazione e la responsabilità di tutti noi, di ogni persona. E mi pare questo il messaggio che quest’anno possiamo raccogliere da san Donato. Il nostro patrono ci dice, a ciascuno nelle nostre responsabilità, ‘prenditi cura’. Sono diverse le situazioni che hanno bisogno di attenzione, vicinanza e cura”.
Ed il pensiero del vescovo corre ai lavoratori: “Penso anzitutto al mondo del lavoro. Stiamo attraversando situazioni di criticità e di incertezza sul futuro. Preoccupazioni ci sono tra imprenditori e accompagnano anche la vita di tanta gente al lavoro. La crisi è congiunturale in un mondo oggi connesso e globale. Non ci sono più criticità mondiali che possiamo pensare lontane da noi e di fatto ricadono poi sulla nostra economia, sul tessuto sociale, sulla tenuta della comunità, sul mondo del lavoro. Occorre allora cura, attenzione, presenza e partecipazione, progetti e interventi di sostegno”.
Una cura che apre alla realtà: “Bisogna aver cura della realtà che riguarda la malattia e le situazioni legate all’età avanzata. Il pensiero va al nostro ospedale anzitutto, gli ospedali e poi i vari presidi medici, le risorse investite in questo settore, le case di riposo, le famiglie che devono gestire la malattia delle persone care. Si tratta di aver cura anche per coloro che anziani o malati pensano dolorosamente di intraprendere la strada di una vita che deve finire e proprio lì invece sta chiedendo cura e vicinanza… Chi vive la malattia, chi si trova in difficoltà per l’età, coloro che sono coinvolti nelle varie realtà della sanità chiedono particolare vicinanza e cura, non solo medica, ma anche di umanità”.
Ed il pensiero è ritornato alle situazioni marginali nella città: “Sono tante le situazioni di marginalità e di sofferenza della nostra società. Penso anzitutto alla realtà del carcere e poi ci sono le varie strutture e realtà di accoglienza degli immigrati, ci sono i poveri tra di noi, purtroppo sempre di più, ci sono vittime di violenze ingiustificate. Sono tante situazioni che esigono vicinanza e cura. Si tratta di attivare percorsi efficaci e reali di solidarietà, di volontariato, di vicinanza, di accoglienza di tutti”.
Una marginalità che riguarda anche i giovani: “Guardiamo anche al mondo giovanile ed è una grande risorsa della nostra società. Ci sono i giovani nelle nostre scuole e poi negli oratori, ci sono quelli che si trovano il venerdì e il sabato sera a san Francesco e alla Badia, ci sono quelli che vanno allo stadio a vedere l’Arezzo e poi tutti i giovani, tanti, nelle realtà dei quartieri.
E ci possiamo chiedere chi si prende cura di questi giovani che sono oggi una risorsa e un valore positivo nella nostra comunità. I giovani, in genere, sono ricchi di valori e cercano autenticità. Solo prendendosene cura possiamo fare loro spazio, ascoltarli, farci aiutare da loro, valorizzare il bene che hanno e anche, con loro, affrontare le derive del mondo giovanile che pur ci sono. Ma dobbiamo aver cura”.
Ed ecco un pensiero alle parrocchie che diventano luoghi di cura: “Non posso non pensare anche alla vita delle nostre parrocchie. Ci sono i nostri preti che dedicano la vita per la comunità e che sono sempre persone umane, con fatiche e fragilità, insieme a ricchezze e generosità. Io per primo devo averne cura, insieme poi a tutta la comunità.
E poi la parrocchia vive delle presenze le più varie: le famiglie, gli anziani, i bambini, i credenti, quelli che non partecipano alla vita parrocchiale, chi collabora e chi si è allontanato. E poi ci sono le tante attività estive che sto visitando e sono una cosa straordinaria, una grande occasione educativa. Le nostre parrocchie sono il luogo del prendersi cura, anche dell’imparare ad aver cura degli altri? Possono davvero diventare una grande scuola di solidarietà e di vicinanza”.
Una chiusa omilitica con le parole della canzone ‘La cura’ di Franco Battiato: “San Donato con la sua testimonianza di vita ci dà l’aiuto per individuare come diventare una società e una comunità solidale, che non si spaventa delle fatiche, che non ha paura di chi in ogni senso può essere diverso da me… Sarà questa la scoperta dell’aver cura… Si scoprirà di essere noi, ciascuno, custoditi, curati, amati. Ed è l’annuncio più bello di vangelo, quella parola per cui san Donato ha dato nel martirio la sua vita”.
(Foto: diocesi di Arezzo-Cortona-SanSepolcro)





























