Ricordare il martirio di mons. Enrique Angelelli con Anselmo Palini

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Mons. Enrique Angelelli è stato un vescovo attivo nel Concilio Vaticano II, uno dei primi firmatari del ‘Patto delle catacombe’, insieme a mons. Helder Camara ed a mons. Leonidas Proaño, voci profetiche dell’America Latina. In Argentina è stato uno dei promotori della ‘Teologia del Popolo’, a cui si è richiamato anche papa Francesco, che privilegia un approccio storico-culturale della realtà mettendo al centro della propria riflessione i poveri, ma evitando le secche dell’interpretazione socio-economica marxista propria di alcune frange della Teologia della Liberazione. A partire da questa teologia del popolo, mons. Angelelli sviluppa una proposta per una lotta popolare nonviolenta che eviti le devastazioni della risposta rivoluzionaria violenta.

Nel 1968 si svolge la Conferenza episcopale di Medellin, che mette al centro dell’azione evangelica i poveri e le loro lotte di liberazione, linea seguita da mons. Angelelli, il quale è nominato vescovo di La Rioja, una delle zone più arretrate dell’Argentina, ai piedi delle Ande ed al confine con il Cile, scegliendo come  motto vescovile ‘Giustizia e Pace’. Nella sua attività pastorale promuove la nascita di associazioni e cooperative di contadini per la difesa dei loro diritti, la valorizzazione del proprio lavoro e dei propri prodotti, suscitando l’opposizione dei proprietari terrieri, che cominciano ad accusarlo di essere un comunista. Inoltre nel 1971 fratel Arturo Paoli ed i Piccoli Fratelli si stabiliscono a La Rioja accolti da mons. Angelelli.

Inoltre anche all’interno della Chiesa egli trova opposizione da parte di un mondo cristiano che appoggia il potere; i gruppi cattolici ultra conservatori si scagliano contro di lui, nonostante il sostegno del superiore dei gesuiti, mons. Jorge Mario Bergoglio, che visiterà la sua diocesi nel 1973. Nel 1974 è diffusa una lista di persone sovversive da eliminare, di cui il primo della lista è mons. Angelelli ed il secondo è Arturo Paoli. Il 24 marzo 1976, con un colpo di stato, i militari assumono direttamente il potere con il generale Jorge Rafael Videla. Il 4 agosto 1976, di ritorno da una messa celebrata in una cittadina in ricordo di due sacerdoti assassinati qualche giorno prima, mons. Angelelli muore violentemente in un ‘incidente stradale’, assunto come interpretazione ufficiale per mettere a tacere le voci che lo volevano invece vittima di un assassinio.

Riaperto il caso grazie al rapporto ‘Nunca Mas’, solo nel 1986 c’è stata una sentenza che definisce la morte di mons. Angelelli come ‘un omicidio freddamente pianificato’; ma i militari responsabili hanno potuto beneficiare di un indulto. Infine nel 2006 si riapre il processo e questa volta la Chiesa si presenta come parte querelante; la sentenza è emessa solo nel 2014 con la condanna all’ergastolo dei mandanti dell’omicidio del vescovo. Infine l’8 giugno 2018 papa Francesco riconosce mons. Angelelli come ‘martire’, insieme al laico Wenceslao Pedernera, al francescano fra Carlos de Dios Murias ed a don Gabriel José Longueville, beatificati il 27 aprile 2019.

Nel libro ‘Enrique Angelelli. Soltanto il vangelo. Con il commento della nostra vita’ il biografo Anselmo Palini ha delineato la sua figura: “Enrique Angelelli non è stato un eroe o un superuomo, bensì una persona che ha preso sul serio l’insegnamento di Cristo e ne ha difeso il volto deturpato dalla violenza dei militari e dalla miseria in cui erano costrette a vivere molte persone della sua terra. Ci troviamo di fronte ad un vescovo che, come ha osservato papa Francesco, ha guardato soltanto al Vangelo”.

A 50 anni dal suo assassinio abbiamo chiesto all’autore Anselmo Palini di tratteggiare il suo profilo: “Con mons. Angelelli siamo in Argentina ma i genitori erano marchigiani (il papà di Montegiorgio e la mamma di Cingoli). Vescovo ausiliare di Cordoba ed in seguito titolare della diocesi di La Rioja, mons. Angelelli è indicato come ‘la voce dei senza voce’, il ‘difensore dei poveri e degli oppressi’, il ‘Romero dimenticato’. Ecco il motivo per cui, dopo avere scritto di Oscar Romero e di Marianella Garcia Villas, di Helder Camara e di Juan Gerardi, mi sono dedicato alla sua figura. In un tempo in cui il rumore delle armi è assordante, penso sia quanto mai importante proporre le testimonianze degli operatori di pace, come è stato appunto mons. Enrique Angelelli”.

Quindi scrivere questo libro è stata una necessità?

“Scrivere un libro su Enrique Angelelli è proprio come spedire una lettera rimasta per molto tempo dimenticata da qualche parte; farla pervenire a coloro che testardamente continuano a credere al sogno di Isaia di un mondo in cui il diritto e la giustizia abbiano stabile dimora. Ed in effetti il sacrificio di questo vescovo argentino è ben presto caduto nel dimenticatoio. Nessun libro in italiano su di lui. Solo testi in spagnolo, pubblicati in Argentina. Eppure, come ci ha ricordato l’allora cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, la sua testimonianza, il suo impegno per la giustizia e per la pace, la sua fede, sono di assoluto spessore e la sua figura si può porre sullo stesso piano di quelle degli altri grandi vescovi latinoamericani”.

Cosa ha rappresentato mons. Angelelli?

“Mons. Angelelli è stato un segno di speranza, un motivo di sostegno, per i poveri, per gli oppressi, per i perseguitati. E’ stato uno dei pochi vescovi argentini che ha avuto il coraggio di opporsi ad alta voce alle politiche ultraliberiste dei potentati economici, che causavano povertà ed emarginazione, ed all’opera di repressione messa in atto dai militari contro tutti coloro che osavano opporsi”

Per quale motivo mons. Angelelli è stato definito nell’omelia di beatificazione ‘martire dei Decreti del Concilio Vaticano II’?

“Enrique Angelelli è stato fortemente provocato dalla pressante richiesta che il Concilio Vaticano II aveva rivolto alla Chiesa, ossia quella di aprirsi al mondo ed ai suoi problemi, portando un annuncio di speranza e facendosi interprete del desiderio di pace e di giustizia di popolazioni da secoli sfruttate e sottomesse. Tra l’altro, poco prima della conclusione del Concilio Vaticano II, mons. Angelelli è tra la cinquantina di vescovi che firmano ‘Il Patto delle Catacombe’, impegnandosi a vivere in povertà e ad avere un occhio di riguardo per i poveri.

Il vescovo argentino, mons. Gerardo Farrel, ha scritto opportunamente che mons. Angelelli ‘è stato un martire del Concilio Vaticano II, obbediente a Dio e servitore disinteressato del suo popolo… In lui si perseguitò la Chiesa conciliare che aveva rinnovato la sua fedeltà al Vangelo e, di conseguenza, la scelta preferenziale per i poveri e gli oppressi’. Quindi mons. Angelelli ci invita a vivere la fede nella storia che si dispiega nelle nostre vite di oggi. E che continua a illuminare l’impegno cristiano contemporaneo. L’eredità dei martiri ci invita a ‘coltivare la dimensione sociale della fede’. E ad affrontare responsabilmente le sfide del presente”.

Nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ papa Leone XIV ha citato anche mons. Angelelli: “Proprio così, lo ha fatto nel paragrafo 125, dove ha scritto: ‘Accanto a questi segni pubblici, vi è una trama più nascosta ma decisiva: le comunità religiose, che scelgono luoghi poveri e pericolosi; i martiri della fraternità e della giustizia, come san Massimiliano Maria Kolbe, sant’Oscar Romero e il beato Enrique Angelelli, insieme a testimoni che hanno incarnato, in condizioni dure e spesso disumane, la speranza del Vangelo e la dignità dell’uomo, come il venerabile Francois Xavier Nguyen Van Thuan’. Il Vangelo di pace e di giustizia, predicato da mons. Angelelli, era considerato un pericolo poiché metteva in discussione gli interessi dei potentati economici e delle grandi imprese nordamericane e perché condannava l’opera repressiva dei militari, l’uso della tortura, la pratica delle desaparición”.

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