Un ricordo di don Antonio Mazzi, testimone di speranza

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Venerdì 31 luglio è morto don Antonio Mazzi, fondatore della Fondazione Exodus, dedicando la vita a chi rischiava di restare indietro, agli ultimi, ai tossicodipendenti. Veronese di nascita e milanese di adozione, è stato uno di quei preti che preferiscono il chiasso della strada al silenzio della sacrestia, l’azione alla preghiera. Da questa attitudine, negli anni ‘70, di fronte al dramma della droga che devastava i giovani al Parco Lambro, nasceva Exodus, una rete di comunità che sostiene migliaia di giovani fragili.

Nato a Verona il 30 novembre 1929, nel 1955 è ordinato sacerdote nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza – Opera Don Calabria e negli anni ’60 si specializza in psicologia, psicopedagogia e psicanalisi, approfondendo anche le problematiche della disabili.

Dopo alcuni incarichi direttivi e pastorali a Ferrara, nel Vicentino, a Roma e a Verona, nel 1979 diventa direttore dell’Opera don Calabria di Milano, a ridosso del Parco Lambro, all’epoca teatro di massicci spacci di droga. La presa di coscienza della gravità del fenomeno della tossicodipendenza si concretizza nell’ideazione del Progetto Exodus e nella realizzazione di percorsi alternativi al carcere per ex tossicodipendenti.

La Cascina ‘Molino Torrette’ al Parco Lambro diventa la sede madre dei Progetti Exodus (poi trasformatisi in Fondazione). Nel 1985 dà vita ad una Unità Mobile, precursore delle ‘attività di strada’. Nel 1989, presso la Stazione Centrale di Milano, apre un Sos per i disperati che vagano dentro e fuori la stazione. Nel 1998 l’avvio di una serie di iniziative chiamate ‘Tremenda Voglia di Vivere’, tra cui il diario scolastico che porta il nome di ‘Tremenda’.

Tra le altre iniziative da lui ideate, l’Associazione Ambalaki in Madagascar, a servizio dei giovani che vivono nei Paesi in via di sviluppo, una comunità per aiutare i ragazzi di strada in Patagonia ed il movimento ‘Educatori senza Frontiere’, affiancato ai ‘Medici senza Frontiere’.

L’ultimo messaggio lasciato dal fondatore di Exodus, secondo la collaboratrice Cristina Mazza, è stato un invito a sognare: “I sogni sono sempre giovani. Non dobbiamo mai smettere di sognare, che abbiamo 70 anni, che ne abbiamo 15, che ne abbiamo 80”.

Da giovanissimo religioso venne mandato a Ferrara, alla Città del Ragazzo, proprio nel tempo in cui si verificò la tremenda alluvione del Po nel novembre 1951. Quell’esperienza gli cambiò la vita, perché in mezzo a un tale disastro comprese cosa significava fare da padre per tanti ragazzi che non avevano più nulla.  Lui che non aveva avuto un padre, decise che sarebbe stato padre per i ragazzi più poveri e dimenticati, mostrando loro quel volto della paternità di Dio che è un aspetto centrale nella spiritualità di san Giovanni Calabria.

Un’altra esperienza particolarmente significativa fu al Centro Don Calabria a Verona, dove negli anni ‘70 avviò le attività rivolte alle persone con disabilità in un momento in cui in Italia erano pochissimi ad occuparsene. Nel 1979 diventò superiore della comunità dell’Opera a Milano, che si affacciava sul Parco Lambro, una delle zone peggiori per lo spaccio e il consumo di droga a quell’epoca.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il suo cordoglio per la morte del sacerdote “che ha speso interamente la sua esistenza al servizio degli ultimi e dei fragili: emarginati, poveri, disabili, tossicodipendenti. Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile, vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia. Alla sua comunità, ai suoi ragazzi, la solidarietà e la vicinanza della Repubblica”.

Sul finire degli anni ’90 dello scorso secolo lo incontrai a Tolentino ed in una breve intervista, in quanto era preso a rispondere ai giovani, disse: “Sto tentando di realizzare qualcosa per gli adolescenti, perché l’adolescenza non l’abbiamo ancora scoperta, al di là dei libri e dei centri specializzati. L’età 10-14 anni ci impone una riflessione collettiva, genitori, insegnanti, preti, politici, perché, in quel tempo sconvolgente, al mondo un po’ incantato dell’infanzia segue spesso una realtà di solitudine. A Milano stiamo cercando di prendere quelli che sono sbattuti via dalla scuola media, come faceva don Milani. Dobbiamo pensare ad una scuola che non ha le classi né le regole insignificanti; ripensare all’educazione ed alla paternità”.

Tema che è ritornato nell’ultimo editoriale, scritto per ‘Oggi’ nello scorso mercoledì 8 luglio, riguardo l’incapacità degli adulti di vivere  le difficoltà del ‘presente’: “Oggi ai nostri adolescenti mancano adulti ‘veri’, amicizia, speranza nel futuro… Sembra poco? No, è tutto quello che serve per diventare grandi. Proviamo a declinare meglio i tre aspetti. Partiamo dagli adulti: cosa c’è che non va in quelli dei nostri giorni?

Non abbiamo più adulti. Siamo diventati solo vecchi, non adulti, forse perché abbiamo dimenticato come si fa a diventarlo. L’adulto è colui che sa rendere testimonianza in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni situazione, quando le cose vanno bene e anche quando vanno male. Oggi invece non abbiamo adulti ‘veri’. Soprattutto non abbiamo genitori capaci di interpretare e di vivere le difficoltà”.

Due sono i suggerimenti per i genitori: “Il primo è il dovere di testimoniare. Testimoniare vuol dire non fermarsi alla superficie, ricordarsi che esiste una vita interiore. Certo, anche questa è una parola che va chiarita, troppo spesso usiamo parole come chiacchiere. Le parole che contano sono frutto della verità. Testimoniare vuol dire rendere concreto quello che si dice, vuol dire incarnare le parole dopo averle dette, cioè essere esempi importanti per i nostri ragazzi.

Il secondo è aiutare gli adolescenti a volersi bene. Oggi non si vogliono bene e non perché siano cattivi. Non si vogliono bene perché sono tristi, è scomparso il sorriso dai loro volti. Qualcuno dice che, dopo la pandemia, sia aumentata l’incertezza del futuro. È vero, ma non basta a spiegare questa situazione di disorientamento generale”.

Solo attraverso la testimonianza si può dare speranza ai giovani: “L’incertezza nel futuro c’è sempre stata, ma una cosa è vedere il futuro con speranza oppure vederlo con disperazione. Noi adulti dobbiamo tornare a dire ai giovani che qualcosa di bene verrà, che vale la pena scommettere sul futuro, che la speranza è tutto. Certo, per dirlo, ci vorrebbero degli adulti. Che però, non essendo cresciuti, non sono in grado di dirlo. Torniamo a testimoniare ai nostri adolescenti la bellezza del sorriso che è segno di speranza”.

(Foto: Exodus)

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