Fabio Geda racconta la ‘casa dell’attesa’ del CUAMM

Condividi su...

“A Chiulo vedrai, a Chiulo non c’è niente. Niente in che senso? Niente, hanno detto. Ma fai attenzione perché potresti comunque trovare tutto. Tutto cosa? Ciò che stai cercando. E cosa sto cercando? Hanno sorriso. Se ancora non lo sai, lo scoprirai arrivato a Chiulo”: con un avvertimento all’autore del libro da parte di una dottoressa inizia ‘La casa dell’attesa’, scritto da Fabio Geda (autore anche del libro ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’, ma anche di ‘Anime scalze’, ‘Una domenica’ e ‘La scomparsa delle farfalle’) con l’immagine, appunto, della casa dell’attesa, quella accanto all’ospedale rurale di Chiulo, in Angola, sugli altopiani al confine con la Namibia, luogo in cui le donne della provincia vanno a vivere in comunità prima del parto per proteggere sé stesse e i loro figli dagli imprevisti dell’ultimo mese di gravidanza.

Quindi con questo libro Fabio Geda racconta il lavoro di un gruppo di medici italiani e le storie di donne e uomini angolani il cui destino è stato trasformato dall’incontro con quei medici e con l’organizzazione cui appartengono, Medici con l’Africa Cuamm. Ma non c’è solo la casa dell’attesa: ci sono le strade di Luanda, la capitale, abitata da oltre dieci milioni di persone, strade piene di giovani che attendono di rendere qualsiasi cosa. C’è la bellezza di un ambiente naturale, abitato da popolazioni che lottano con la siccità e la malnutrizione, causate anche da 27 anni di guerra civile.

Come nasce ‘La casa dell’attesa’?

“Nasce da un proposta dell’editore Laterza che aveva già collaborato con Medici con l’Africa – Cuamm per altri due libri. Giuseppe Laterza conosce la mia passione per tutto ciò che è al margine del campo visivo, che è lontano dall’attenzione della comunicazione mainstream e quindi della maggioranza delle persone. Purtroppo i Paesi dell’Africa subsahariana fanno parte di questa categoria. Così siamo andati insieme, Giuseppe Laterza ed io, ad incontrare don Dante Carraro, il direttore del Cuamm. Lui mi ha raccontato ciò che il Cuamm fa nei 9 Paesi in cui opera. Io ero alla ricerca di una suggestione e quella suggestione è arrivata quando mi ha parlato dell’Angola e della ‘Casa de espera’, ossia la Casa dell’attesa”.

Quindi lei è andato in Angola?

“Sono stato con il Cuamm in Angola due volte, entrambe nel 2024: la prima per un sopralluogo, la seconda per un mese e mezzo. Ho raccolto decine e decine di storie; per il libro ho approfondito quelle che diventavano fili di una tessitura che potesse raccontare la complessità di quei luoghi. Il ragazzo che fa l’autista di taxi ma sogna di aprire una fabbrica di yogurt, ad esempio, ha rappresentato per me la bellezza dell’Africa che vuole diventare altro da sé, l’Africa giovane, piena di inventiva e di sogni imprenditoriali. Ed all’ospedale rurale di Chiulo, l’infermiera Felismina, la Mary Poppins del Cunene, alta con la borsa piena di cose; vive dentro l’ospedale ed ospita a casa sua i parenti dei pazienti.

Eppoi la doppia faccia del rapporto madre-figlio: da una parte la dolce attesa delle partorienti nella ‘Casa de espera’, e più in là, separate solo da un muro, nell’ospedale, l’attesa angosciosa delle mamme: sopravvivrà il loro bambino alla malnutrizione? A distanza di venti metri, la vita e la morte. Mi ha colpito che le mamme aspettino anche due o tre mesi prima di dare un nome al figlio per essere sicure che sopravviva. Ecco ancora il concetto di attesa”.

Cosa significa fare un reportage ‘narrativo’?

“Significa, io credo, soprattutto mettersi in ascolto. Un ascolto profondo e rispettoso. Significa studiare, leggere, guardare. Significa prendere il tuo corpo e portarlo in un contesto nuovo, a temperature nuove, a contatto con una terra che non conoscevi. Significa mettere in relazione la tua vita con molte altre vite molto diverse dalla tua. Significa lasciarsi interrogare, oltre che avere il coraggio di fare domande.

E tutto ciò viene poi filtrato, quando ti metti a scrivere, dal modo in cui racconterai ciò che è emerso da quella esperienza. La lingua, le parole, la dimensione estetica del racconto, sono fondanti. Il mio modo di intendere il reportage narrativo nasce dalla giustapposizione di scrittura giornalistica, che non può essere ambigua, e scrittura letteraria, che invece si fonda sull’ambiguità. La verità giornalistica è quella dei fatti. La verità letteraria è la verità del desiderio: non è logica e non è ideologica, e soprattutto chiama in causa chi legge”.

Quale significato assume oggi il racconto di una storia collettiva?

“Quello di riconnetterci con la complessità, credo. Il mondo è un luogo complesso, le società sono complesse, e anche la vita di una ong come il Cuamm lo è, così come lo sono le relazione intessute con le popolazioni con cui lavorano. A volte capita che si fatichi a stare dentro la complessità, che si preferiscano risposte semplici, slogan, frasette e concetti buoni per le reti sociali. Ecco, credo che un racconto come quello de La casa dell’attesa sia un invito al ragionamento. O almeno lo spero”.

Quando è dura l’attesa?

“Dipende. L’attesa è declinabile in molti modi diversi: ci sono attese piacevoli e fertili e altre dolorose e sterili. Il tempo non è unico e universale, ma piuttosto un’esperienza soggettiva, una dimensione che varia in base alle condizioni in cui ci si trova. I nove mesi di attesa in vista del parto, ad esempio, possono essere un’esperienza meravigliosa per certe donne in certi luoghi della Terra oppure carica di angoscia per altre in altri luoghi. Nel libro ci sono molte forme di attesa: chi aspetta la pioggia, chi aspetta di vendere i suoi prodotti lungo le strade, e c’è anche l’attesa dei cooperanti, la caparbietà con cui presidiano territori fragili”.

Però in qualche modo attesa rimanda alla speranza: quanta speranza ha trovato in questa casa?

“La ‘Casa de espera’, che è la traduzione portoghese di Casa dell’attesa, contiene già in sé, per lo meno alle nostre orecchie italiane, un’idea di speranza. Come potrebbe, una vita che nasce, non trasmettere speranza? Ma la speranza deve essere costruita e abitata, deve essere guidata. Saranno quindi le scelte degli uomini e delle donne di questo pianeta e di ogni comunità a costruirla e a farla fiorire. Saranno le scelte di ciascuno di noi. Il Cuamm lo sa. E lo fa: sceglie”.

(Tratto da Aci Stampa)