Giornata dei nonni e degli anziani: un colloquio con padre Carrara sull’invecchiamento sano

Condividi su...

“Cari fratelli e sorelle, per bocca del profeta Isaia il Signore promette che non si dimenticherà mai di nessuno di noi. Ci assicura che i nostri volti li porta disegnati sulle palme delle sue mani e che il suo amore è più grande di quello di una madre per suo figlio. Il profeta ci lascia intravedere un dialogo intimo e serrato nel quale Dio si rivolge a ciascuno ed al popolo stesso dandogli del ‘tu’. Anche oggi possiamo leggere queste parole riferite a ciascuno di noi, e ognuno può sentire quel ‘Non ti dimenticherò mai’ rivolto a sé. Sono parole che riempiono di consolazione e di fiducia”: così inizia il messaggio di papa Leone XIV in occasione della sesta Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, che prende spunto da una frase del libro di Isaia, ‘Io invece non ti dimenticherò mai’.

In vista di tale giornata, che si celebrerà domenica 26 luglio, abbiamo chiesto allo scienziato neuroeticista e filosofo, p. Alberto Carrara, decano della facoltà di filosofia dell’Ateneo Pontificio ‘Regina Apostolorum’, presidente dell’Istituto Internazionale di Neurobioetica (IINBE), membro della Pontificia Accademia per la Vita e leader del ‘Vatican Longevity Summit’, abbiamo chiesto di raccontare il motivo per cui oggi gli anziani sono dimenticati: “Il tema scelto da papa Leone XIV per la Sesta Giornata mondiale dei Nonni e degli Anziani richiama una delle promesse più consolanti della Sacra Scrittura: Dio non dimentica mai i suoi figli.

E’ un messaggio particolarmente attuale perché viviamo in una società che, troppo spesso, misura il valore delle persone sulla base della produttività, dell’efficienza e della velocità, com’è stato recentemente approfondito anche nella prima enciclica ‘Magnifica Humanitas’. In questa prospettiva gli anziani rischiano di essere percepiti come ‘improduttivi’, e quindi marginalizzati. Non si tratta soltanto di un problema assistenziale o economico: è anzitutto una questione antropologica ed etica. L’allungamento dell’aspettativa di vita rappresenta una delle più grandi conquiste della medicina e della sanità pubblica. Tuttavia, questa conquista non è stata sempre accompagnata da un cambiamento culturale capace di riconoscere il ruolo sociale, educativo e spirituale della persona anziana.

Il risultato è una forma di ‘povertà relazionale’: molte persone vivono più a lungo, ma spesso più sole. La solitudine cronica, come oggi dimostrano numerosi studi scientifici, costituisce un vero fattore di rischio per la salute fisica e mentale, con effetti paragonabili a quelli del fumo o della sedentarietà”.

Quindi anche papa Leone XIV denuncia un avanzamento della ‘cultura dello scarto’?

“Papa Francesco aveva denunciato con forza quella che definiva la ‘cultura dello scarto’. Nel mio libro ‘L’eredità di Francesco. Il magistero bioetico di papa Bergoglio’ di quest’anno ho cercato di mostrare come questa espressione rappresenti una categoria bioetica prima ancora che sociale. Quando una società considera alcune vite meno degne di attenzione perché fragili, anziane o malate, entra in crisi il principio fondamentale della dignità umana. Proprio questa riflessione ha ispirato anche il ‘Vatican Longevity Summit’. La longevità non può essere interpretata semplicemente come un aumento degli anni di vita. La domanda decisiva non è ‘quanto vivremo?’, ma ‘come vivremo?’ e soprattutto ‘insieme a chi vivremo?’

Una società dell’invecchiamento in salute e della longevità deve diventare una società delle relazioni. Gli anziani non custodiscono soltanto ricordi del passato: custodiscono esperienza, discernimento, memoria storica e capacità di trasmettere senso. In un’epoca caratterizzata da innovazioni rapidissime, essi rappresentano un punto di equilibrio tra tradizione e futuro. Senza memoria non esiste identità, e senza identità non esiste futuro. Per questo il titolo della Giornata assume un significato ancora più profondo: ‘Io invece non ti dimenticherò mai’ (Is. 49,15). Dio non dimentica nessuno, e la comunità cristiana è chiamata a rendere visibile questa fedeltà divina attraverso una cultura della prossimità, dell’incontro e della gratitudine verso chi ci ha preceduto”.

Un versetto che è una promessa da parte di Dio per una figliolanza eterna?

“Il versetto ‘Io invece non ti dimenticherò mai’ esprime una delle immagini più profonde della rivelazione biblica: Dio instaura con ogni persona una relazione che non viene mai meno. La nostra identità non dipende dall’età, dalla salute o dall’autonomia, ma dall’essere figli amati di Dio. E’ questa la radice della dignità umana, quella ‘dignità ontologica’ o ‘fondamentale’ che papa Leone XIV approfondisce nei numeri 52 e 53 dell’enciclica ‘Magnifica humanitas’. Questa prospettiva cambia radicalmente anche il modo di guardare all’invecchiamento. Nella cultura contemporanea il tempo viene spesso percepito come un nemico da combattere. L’invecchiamento appare come una progressiva perdita di capacità. La fede cristiana propone invece una lettura completamente diversa: il tempo non è soltanto consumo delle energie, ma maturazione della persona. Papa Francesco ha spesso ricordato che la vecchiaia è una vocazione. Non rappresenta semplicemente l’ultima fase della vita, ma un tempo particolare nel quale possono maturare la sapienza, la riconciliazione, la gratuità e la testimonianza della fede. L’anziano continua ad avere una missione nella Chiesa e nella società.

Dal punto di vista bioetico, questa visione è estremamente importante. La medicina contemporanea tende giustamente a combattere le malattie, ma non può eliminare la finitudine umana. Papa Leone XIV lo sottolinea quando afferma: ‘Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la ‘contingenza’ delle cose di questo mondo. Se da un lato è doveroso cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra costitutiva finitudine’ (‘Magnifica humanitas’ n. 118).La promessa cristiana non consiste nell’immortalità biologica, nell’immortalità hic et nunc, bensì nella vita eterna. E’ una distinzione fondamentale.

Anche il Vatican Longevity Summit ha insistito su questo punto sin dalla sua prima edizione del 24 marzo 2025 il cui racconto è stato raccolto nel recente volume ‘Inside Longevity. The Vatican Longevity Summit 1’ (2026). La ricerca scientifica sull’invecchiamento è preziosa perché cerca di ridurre le malattie croniche e aumentare gli anni vissuti in buona salute. Tuttavia, nessuna innovazione tecnologica potrà mai sostituire il significato ultimo della vita umana. La scienza può aggiungere anni alla vita; la fede aiuta ad aggiungere vita agli anni. Per questo la promessa di Dio diventa anche una responsabilità per noi. Se Dio non dimentica nessuno, allora anche la società deve costruire istituzioni, servizi e comunità capaci di custodire ogni persona lungo tutto l’arco dell’esistenza. La figliolanza divina diventa così il fondamento di una nuova cultura della longevità, nella quale ogni stagione della vita possiede un valore proprio e irripetibile”.

Allora, cosa vuol dire scoprire la tenerezza di Dio?

“La tenerezza di Dio non è un semplice sentimento, ma il modo concreto con cui Dio si prende cura dell’umanità. Nella Bibbia la tenerezza è sempre associata alla vicinanza, alla compassione e alla fedeltà. Dio non ama l’uomo in astratto: lo accompagna nella sua storia concreta, soprattutto nei momenti di fragilità. Gli anziani comprendono spesso questa dimensione con particolare profondità. L’età avanzata porta con sé esperienze di perdita, di malattia, di cambiamento e talvolta di dipendenza. Proprio in queste situazioni emerge la possibilità di riscoprire che il valore della persona non coincide con ciò che produce, ma con ciò che è.

Riprendendo le parole stesse di papa Leone XIV: ‘Il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue. Se lo sviluppo tecnologico procede senza un’adeguata maturazione etica e sociale, può accadere che aumentino i mezzi senza che cresca in pari misura l’umanità: si ‘ha di più’ ma non si ‘è di più’, e la persona rischia di essere valutata soprattutto in base alle prestazioni che garantisce’ (‘Magnifica humanitas’ n. 94).

Papa Francesco ha fatto della tenerezza una delle categorie fondamentali del suo pontificato. Nel mio lavoro sulla sua bioetica ho cercato di evidenziare come la tenerezza rappresenti anche un criterio etico. Una società autenticamente umana si riconosce dalla capacità di prendersi cura dei più fragili. Questa intuizione dialoga sorprendentemente con molte ricerche neuroscientifiche contemporanee. Oggi sappiamo che relazioni affettive stabili, sostegno sociale, partecipazione comunitaria e senso di appartenenza migliorano la salute, riducono depressione e decadimento cognitivo e favoriscono un invecchiamento più sano. La tenerezza, potremmo dire, possiede anche una dimensione biologica oltre che spirituale.

Per questo il ‘Vatican Longevity Summit’ ha insistito sul concetto di ‘salute cerebrale’ e di ‘capitale cerebrale’. La salute del cervello non dipende esclusivamente da farmaci o tecnologie, ma anche dalla qualità delle relazioni umane. L’isolamento accelera la fragilità, la vicinanza la rallenta. Scoprire la tenerezza di Dio significa allora imparare anche a diventare strumenti della sua tenerezza. Visitare un anziano, ascoltarlo, coinvolgerlo nella vita familiare e comunitaria, valorizzarne l’esperienza: sono gesti semplici che rendono visibile il volto misericordioso di Dio e costruiscono una cultura dell’incontro”.

Appunto nel ‘Vatican Longevity Summit’ è stato affrontato anche il tema dell’invecchiamento: perché c’è bisogno di un invecchiamento sano?

“Viviamo una trasformazione demografica senza precedenti. Per la prima volta nella storia milioni di persone raggiungono età molto avanzate. Questa è una straordinaria vittoria della medicina, delle condizioni igieniche, della pastorizzazione dei cibi, dello sviluppo e diffusione dei vaccini, ma pone nuove responsabilità sociali, economiche ed etiche. L’obiettivo non è semplicemente vivere più a lungo, lo abbiamo detto. Il vero traguardo è vivere meglio. Oggi gli studiosi parlano di ‘healthspan’, cioè degli anni vissuti in buona salute, autonomi e partecipi della vita sociale. E’ proprio questo uno dei cardini del ‘Vatican Longevity Summit’. L’invecchiamento sano nasce dall’integrazione di molti fattori: alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, sonno, prevenzione, stimolazione cognitiva, relazioni sociali, partecipazione culturale e spiritualità. Nessun singolo elemento è sufficiente da solo. La longevità è un fenomeno sistemico che coinvolge l’intera persona.

Il principio della cosiddetta ‘longevità integrale’ è, in effetti, il cardine della ‘Carta Etica sull’Invecchiamento in Salute e la Longevità’ presentata a conclusione della seconda edizione del ‘Vatican Longevity Summit’ lo scorso 26 maggio. Una delle novità emerse dal Summit è stata l’insistenza sulla salute cerebrale. Il cervello rappresenta il principale regolatore della salute dell’intero organismo. Proteggere il cervello significa favorire autonomia, memoria, capacità decisionali e qualità della vita. Ma esiste anche una dimensione etica.

Le nuove terapie anti-invecchiamento, la medicina rigenerativa e l’intelligenza artificiale stanno aprendo possibilità impensabili fino a pochi anni fa. Occorre però evitare che questi progressi diventino privilegi riservati a pochi. Per questo abbiamo elaborato la Carta Etica citata e il ‘Decalogo per una longevità sana e accessibile a tutti’, fondati sui principi di equità, solidarietà e accessibilità. Una società che investe nell’invecchiamento sano non migliora soltanto la salute degli anziani. Riduce i costi sanitari, rafforza il dialogo tra le generazioni, valorizza il volontariato e costruisce comunità più coese. L’invecchiamento sano è dunque un bene comune e non soltanto una questione individuale”.

Qual è il ‘limite’ della longevità?

“Il dibattito contemporaneo sulla longevità è spesso dominato da narrazioni molto ambiziose che parlano di rallentare drasticamente l’invecchiamento o addirittura di superarlo. La ricerca scientifica sta effettivamente facendo progressi straordinari, ma è importante distinguere tra ciò che è realisticamente possibile e ciò che appartiene ancora alla speculazione. Dal punto di vista biologico non conosciamo ancora quale sia il limite massimo della vita umana. Ciò che invece sappiamo con maggiore certezza è che è possibile aumentare gli anni vissuti in buona salute, prevenendo molte patologie croniche e intervenendo sui principali fattori di rischio. Il limite più importante, tuttavia, non è biologico, ma antropologico.

Se la longevità diventa un assoluto, rischia di trasformarsi in una nuova forma di idolatria della prestazione e del controllo. L’essere umano non coincide con la durata della propria esistenza terrena. La tradizione cristiana ricorda che la vita è un dono e che il suo valore non dipende dalla quantità degli anni. La medicina ha il compito di curare, prevenire e alleviare la sofferenza, non quello di promettere una sorta di immortalità terrena. Al ‘Vatican Longevity Summit’ abbiamo proposto una visione equilibrata: sostenere con decisione la ricerca scientifica, promuovere la prevenzione e l’innovazione, ma sempre all’interno di una cornice etica che mantenga al centro la dignità della persona, la giustizia sociale e il bene comune. Il vero successo della longevità non sarà avere persone semplicemente più vecchie, ma persone che possano continuare a vivere con autonomia, relazioni significative, partecipazione sociale e speranza. Questo è il limite ed, insieme, l’orizzonte della longevità autenticamente umana”.

Papa Leone XIV ha scritto un’enciclica, Magnifica humanitas, sull’intelligenza artificiale: cosa può offrire ai nonni e alle nonne?

“L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi trasformazioni del nostro tempo e può offrire opportunità molto significative anche alle persone anziane, purché venga progettata e utilizzata secondo criteri etici. L’enciclica ‘Magnifica humanitas’ richiama con forza il principio fondamentale della centralità della persona. La tecnologia deve sempre essere al servizio dell’essere umano e non viceversa. Questo vale in modo particolare per gli anziani. Pensiamo alla telemedicina, ai sistemi di monitoraggio domiciliare, agli strumenti per prevenire le cadute, ai dispositivi che aiutano a ricordare terapie e appuntamenti, ai sistemi di comunicazione che riducono l’isolamento, oppure alle applicazioni capaci di sostenere la riabilitazione cognitiva. Tutte queste tecnologie possono favorire autonomia e qualità della vita.

Esistono però anche rischi. L’Intelligenza Artificiale non può sostituire la relazione umana. Nessun algoritmo può prendere il posto dell’abbraccio di un nipote, della visita di un volontario o dell’ascolto di un familiare. La tecnologia deve facilitare le relazioni, non rimpiazzarle. Nel ‘Vatican Longevity Summit’ abbiamo più volte sottolineato che la vera innovazione consiste nell’integrare scienza, medicina, etica e umanesimo. L’Intelligenza Artificiale può diventare uno straordinario strumento di inclusione se riduce le disuguaglianze e rende più accessibili le cure, diventa, invece, problematica quando aumenta le discriminazioni o sostituisce il giudizio umano nei contesti più delicati. Il miglior contributo dell’Intelligenza Artificiale agli anziani sarà quello di permettere loro di vivere più a lungo nelle proprie case o in strutture di comunità come quelle create a Sanremo e in altre città italiane, mantenere relazioni significative, conservare autonomia e continuare a partecipare alla vita della comunità. La tecnologia migliore è quella che rende più umane le nostre relazioni”.

Cosa sono i ‘Longevity Festival’?

“I ‘Longevity Festival’ promossi dell’Istituto Internazionale di Neurobioetica (IINBE) nascono come naturale evoluzione delle due edizioni del ‘Vatican Longevity Summit’. Se il Summit rappresenta il luogo del confronto scientifico internazionale tra ricercatori, medici, filosofi, bioeticisti e decisori politici, i Festival hanno invece l’obiettivo di portare questi contenuti dentro la vita quotidiana delle persone in accordo al principio etico della democratizzazione dei cosiddetti “segreti” dell’’invecchiamento in salute e la longevità. La longevità riguarda tutti. Non è un tema riservato agli specialisti. Ogni famiglia si confronta con l’invecchiamento dei genitori, dei nonni o con il proprio futuro. Per questo abbiamo voluto creare eventi aperti al pubblico nei quali scienza, cultura, medicina, etica, sport, alimentazione, arte e spiritualità possano dialogare in modo accessibile.

Nei Festival partecipano studiosi internazionali, professionisti sanitari, amministratori pubblici, associazioni e cittadini, come è avvenuto a Capalbio lo scorso 12 giugno. L’obiettivo è costruire una vera cultura della prevenzione e dell’invecchiamento sano. Si parla di salute del cervello, nutrizione, attività fisica, medicina preventiva, nuove tecnologie, sostenibilità dei sistemi sanitari, ma anche di relazioni, solidarietà e dialogo tra generazioni. Un elemento caratteristico dei ‘Longevity Festival’ è proprio la loro dimensione interdisciplinare. La longevità non è soltanto una questione medica. Coinvolge l’economia, l’urbanistica, il diritto, la filosofia, la teologia e la spiritualità, l’educazione e la cultura. Per vivere bene più a lungo serve una società che impari a ripensare se stessa. Inoltre, i Festival intendono promuovere una longevità equa e accessibile. Le innovazioni scientifiche devono diventare un patrimonio condiviso e non il privilegio di pochi.

Questa è una delle principali eredità del ‘Vatican Longevity Summit’ e della ‘Carta Etica’ che abbiamo elaborato. In fondo, il messaggio è semplice: la longevità non riguarda soltanto gli anni che aggiungiamo alla vita, ma la vita che riusciamo ad aggiungere agli anni. Questa sfida coinvolge tutti: bambini, giovani, adulti e anziani, perché una società capace di prendersi cura dei suoi nonni costruisce un futuro migliore anche per le nuove generazioni”.

(Tratto da Aci Stampa)

151.11.48.50