Dal patriarca di Venezia un affidamento al Redentore
“Cari fratelli e sorelle, celebriamo quest’anno il 450° anniversario della Festa del Redentore che vede ancora oggi (a distanza di quattro secoli e mezzo) il popolo veneziano adempiere il voto fatto dal Senato della Repubblica, nell’anno 1575/6, per ringraziare della liberazione dal flagello della peste. Il nome dell’amore nel tempo è la fedeltà. Il pellegrinaggio al tempio costruito in onore del Santissimo Redentore dice perpetua gratitudine a Colui che perdona chi guarda a Lui”: domenica 19 luglio Venezia ha celebrato la solennità del Santissimo Redentore, festa legata alla storia della città, nata per commemorare la fine della peste del 1575-1577.
Nell’omelia il patriarca Francesco Moraglia ha sottolineato questo affidamento della città al Redentore: “Cambiano i tempi, cambiano le epoche, ma Venezia continua ad affidarsi al Santissimo Redentore per essere liberata dai suoi mali e così il Patriarca, le autorità, il popolo si recano ancora in pellegrinaggio, qui, alla Giudecca, per celebrare l’Eucaristia e affidare la città al Santissimo Redentore”.
Il pensiero del Patriarca corre al primo anno della peste: “Riflettiamo su quante situazioni geopolitiche, economiche e culturali si sono susseguite da quel 1576: la prima rivoluzione industriale, la scoperta dell’energia elettrica, la rivoluzione tecnologica e telematica che hanno cambiato la cultura della società”.
Ed al paragone di oggi: “Oggi, in cui viviamo l’era dell’intelligenza artificiale, questo pellegrinaggio continua ad esprimere l’animo del nostro popolo. L’uomo è legato al tempo ma non si identifica con il tempo, nonostante molti ‘identifichino’ l’uomo con la sua dimensione storica. L’essere, infatti, è connesso al tempo ma non si identifica con esso. Il Santissimo Redentore è Dio che entra nella storia, l’accarezza, la redime, la salva”.
Oggi come ieri il mondo è invaso da un flagello: “Il flagello della peste ha ceduto oggi il passo al flagello della guerra, anzi, alle guerre del nostro tempo; è un flagello che uccide innanzitutto le anime ed è un dramma che deflagra a tutti i livelli e lacera l’umanità dall’interno, lasciando una profonda striscia di odio che rimane anche dopo la loro conclusione”.
Davanti a tale flagello c’è bisogno di conversione: “Per il cristiano il desiderio di conversione e perdono è il frutto dell’incontro con Gesù, il Santissimo Redentore. Solo Lui può donare la pace ed è in grado di trasformare il cuore dell’uomo. In tale contesto, la Parola di Dio appena ascoltata si pone come l’unica soluzione che possa risolvere alla radice questo problema che accompagna da sempre l’umanità”.
Ecco il motivo per cui il profeta Ezechiele sottolinea che Dio ‘abita’ nel popolo: “Ezechiele ci ricorda che Dio non è un sovrano che abita lontano, un giudice distaccato, ma Colui che si china sulle ferite degli uomini e va in cerca della pecora smarrita. E’ Colui che ne fascia le ferite e cura la malata. Dio è il Pastore che conosce le sue pecore una ad una. E le ama di un amore premuroso, concreto e disponibile che mai viene meno…
Dio non ci abbandona nel deserto dei nostri peccati e delle nostre vendette. Sempre è vicino e porge la mano, qualunque cosa abbiamo fatto. Chiede solo di fidarci della sua Parola e di lasciarsi condurre (‘Non temo alcun male, perché tu sei con me’) in un cammino di vera conversione”.
Da qui l’invito a guardare le guerre con una nuova visione: “Se la preghiera è lasciar parlare Dio nella nostra vita, allora anche le guerre vengono meno perché le guerre hanno delle premesse e quella più ripetitiva (e monotona), che sta a capo di ogni guerra in ogni tempo e latitudine, è: io e i miei diritti, che poi diventano le mie pretese.
La fede ci impone di guardare alle guerre che affliggono il mondo con uno sguardo nuovo, lo sguardo di Gesù. Papa Leone ci ha ricordato più volte che ‘Dio non benedice mai la violenza’. Spesso ci sentiamo impotenti di fronte a ciò che accade nel mondo, ma sappiamo di avere un’arma potente, seppure disarmata: la preghiera e il desiderio d’incontrare l’altro”.
Una pace costruita sulla giustizia, perché nasce dal cuore: “Lo stesso Santo Padre ci ha insegnato che la vera pace è la ‘pace disarmata e disarmante’, ossia una pace non costruita sulla paura e sull’oppressione, ma sulla giustizia e sulla verità.
Qual è la fonte, il luogo originario, dove questa pace nasce e si rigenera? E’ nel cuore dell’uomo. Non ci potrà essere pace tra i popoli e non ci potrà essere tregua tra le nazioni se prima non ci sarà pace nei cuori. La guerra comincia sempre dall’egoismo, dalle chiusure, dal rancore verso il prossimo. Qui trae origine il male”.
Ma la pace inizia dalle relazioni quotidiane: “Cristo Redentore oggi ci chiede di deporre le armi dell’orgoglio. E di riscoprire il sacramento della riconciliazione. Accostandoci al perdono di Dio, lasciamo che Lui guarisca le nostre ferite interiori trasformando i nostri cuori e rendendoli capaci di accogliere, di perdonare, di amare. Attraversando il ponte votivo non possiamo portare sull’altra sponda solo una tradizione, ma l’impegno d’essere costruttori di pace nella preghiera e nel dialogo. Dove? Nel nostro ambiente di vita”.
Ed ecco che la riconciliazione diventa ‘ponte’: “Chiediamo al Santissimo Redentore la grazia delle grazie: guarire il nostro cuore e fare di noi stessi gli strumenti della sua pace perché da un cuore riconciliato con Dio si possa davvero irradiare la pace in noi, nelle nostre famiglie, nella nostra città, nel mondo.
Accostiamoci, in occasione della festa del Redentore, al sacramento della riconciliazione e riscopriamolo come vero ‘ponte’ salvifico di Gesù che entra nella nostra vita, si china sulle nostre ferite e perdonando ci trasforma in comunità riconciliata”.
E’ stato un richiamo a san Francesco d’Assisi: “Com’è noto, stiamo vivendo lo speciale Anno Giubilare Francescano in occasione degli 800 anni dalla morte di san Francesco e proprio il Santo d’Assisi ci ricorda che la pace non nasce dall’equilibrio delle forze né da un semplice desiderio umano…
Francesco guarda sempre e solo a Cristo. Ogni sua scelta, rinuncia o gesto di fraternità nasce dalla contemplazione del Crocifisso. Egli comprende che il Redentore non salva il mondo con la forza, ma con l’amore fino alla fine. Per questo diventa un uomo libero, povero e gioioso: ha scoperto che il vero tesoro è lasciarsi amare e trasformare dal Signore”.
Quindi la pace nasce dalla conversione del cuore: “Così Francesco continua ad indicarci la radice della pace: un cuore convertito a Dio. Solo chi riconosce Dio come Padre può riconoscere ogni uomo come fratello. Ecco perché il suo messaggio continua a parlare anche al nostro tempo. Il Santissimo Redentore ci ricorda che la speranza non nasce dalle nostre capacità o risorse, ma dall’amore di Cristo che redime il mondo. Francesco ci insegna a tenere lo sguardo fisso sul Signore per lasciarsi trasformare dal suo amore e diventare strumenti della sua pace”.
Da qui un richiamo per i veneziani: “Celebrare la festa del Redentore è, dunque, credere che Cristo continua a redimere la storia e Francesco dice che questa redenzione diventa credibile quando si traduce in gesti di fraternità, di cura per gli ultimi, di custodia del creato e di ricerca della pace. Il ponte votivo del Redentore diventi il simbolo del cammino interiore che ci riporta a Cristo, l’unico che riconcilia l’uomo con Dio e gli uomini tra loro. E di questo tutti abbiamo bisogno”.
Mentre nella sera precedente aveva benedetto il ponte votivo che collega la riva dello Spirito Santo alle Zattere con l’isola della Giudecca: “Ma non può sfuggirci il significato simbolico che questo gesto ha nel tempo dell’Intelligenza Artificiale e della comunicazione digitale. Oggi l’impegno è costruire ponti di ‘empatia’ fra gli uomini: questa è la priorità per costituire o ripristinare veri rapporti umani…
Qui è in gioco non la Babele dei differenti linguaggi umani, ma un’incomunicabilità più profonda, quella dei cuori. Questa è la vera Babele che potremo superare solo se saremo convinti che la fraternità viene dopo qualcosa che la precede e che è la comune figliolanza, ovvero il riconoscersi tutti figli dell’unico Padre. Se non ci impegneremo ad incontrare il comune Padre, allora non riusciremo mai a chiamarci e, soprattutto, a riconoscerci fratelli”.
(Foto: Patriarcato di Venezia)


























