Il Regno di Dio come profezia di pace per un percorso di ricerca ecumenico

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In un tempo difficile, in cui la pace è negata da una violenza sempre più centrale nello spazio pubblico, il Gruppo Teologico del Segretariato Attività Ecumeniche, composto da Ambroise Atakpa (cattolico), Fabrizio Bosin (cattolico), Daniele Fortuna (cattolico), Donata Horak (cattolica), Vladimir Laiba (ortodosso), Simone Morandini (cattolico), Luca Maria Negro (battista), Lorenzo Raniero (cattolico), Maria Paola Rimoldi (pentecostale), Davide Romano (avventista), Piero Stefani (cattolico), Letizia Tomassone (valdese), Emanuela Valeriani (valdese), Vladimir Zelinsky (ortodosso), offre con il documento della pace un contributo di riflessione.

Il cammino che ha portato ad esso ha preso le mosse dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle violenze in Israele/Palestina, dentro un quadro di guerra sempre più pervasiva (Iran, Libano, Venezuela, Sudan, Myanmar…) che scardina ogni ordine giuridico, sia nei rapporti tra stati che al loro interno: “Teologhe e teologi, cattolici, ortodossi e protestanti di diverse denominazioni, ci siamo sentiti chiamate e chiamati a dialogare per individuare le parole con cui meglio esprimere un annuncio di pace condiviso, a partire dall’Evangelo di Gesù Cristo annunciato e tramandato nelle diverse comunità.

Il confronto, intenso e vivace, ha portato posizioni ed esperienze differenti a convergere in un testo comune. Esso esprime quindi un consenso differenziato (espressione cara al linguaggio dell’ecumenismo) in cui le parole condivise si intrecciano con differenze che non le indeboliscono, ma ne offrono declinazioni ricche, attente alle diverse esperienze confessionali ma anche a quelle delle chiese del Sud del mondo e delle teologie femministe. Indirizziamo questo testo, in primo luogo, alle nostre chiese di appartenenza, perché contribuisca all’approfondimento di un pensiero di pace, sperando che trovi risonanza anche presso altri soggetti, nello spirito di una teologia pubblica ecumenica”.

E’ un testo dedicato al pastore valdese Paolo Ricca ed a don Giovanni Cereti, scomparso recentemente: “La loro testimonianza evangelica e la forza del loro pensiero ecumenico ci hanno ispirato e continuano a farlo anche adesso che hanno raggiunto il Signore della pace”.

Ed ecco le dieci parole per la pace: “1 Noi crediamo che il nome di Dio è pace, che Egli rigetta la guerra e ogni forma di violenza e chiama la famiglia umana a vivere riconciliata sul pianeta Terra. 2 Noi crediamo che il Padre ha inviato il suo Figlio, Gesù Cristo, nostra pace, per abbattere il muro di separazione tra i popoli. 3 Noi crediamo che la pace è dono e frutto dello Spirito, da accogliere e invocare, perché risani le nostre ferite e trasformi i nostri cuori, rendendoci strumenti di riconciliazione. 4 Noi crediamo che le nostre chiese, in virtù del dono ricevuto, sono chiamate ad una conversione permanente e alla rinuncia a parole e pratiche di violenza, per una comune testimonianza di pace.

5 Ci opponiamo a qualsiasi politica di guerra e di violenza condotte nel nome di Dio. 6 Ci opponiamo a qualsiasi giustificazione della guerra fondata su riferimenti strumentali e letteralistici a testi sacri o su richiami a tradizioni religiose. 7 Ci opponiamo a strategie politico-economiche incentrate sulla guerra, che rafforzano la corsa agli armamenti, specie nucleari, sperperano risorse necessarie per la qualità della vita sociale e impattano pesantemente sull’ambiente. 8 Ci impegniamo a smascherare e denunciare l’intreccio di fattori che alimentano la guerra e la violenza, a partire da imperialismo, nazionalismo, totalitarismo (violenza sistematica di un governo contro il proprio popolo),ingiustizia economico-sociale, razzismo, antisemitismo, cristianofobia, islamofobia, asimmetrie di genere, omotransfobia …

9 Ci impegniamo a coltivare e sostenere pratiche di dialogo e mutuo riconoscimento tra le culture, le religioni e le chiese, come contributo per una riconciliazione delle memorie e per una convivenza sociale e politica più solidale e giusta. 10 Ci impegniamo a promuovere una cultura ed una prassi di cura, sia per persone e comunità (specie le più indifese e vulnerabili) sia per la casa comune in cui abitano tutte le creature. La fiduciosa attesa del compiersi del Regno di Dio nutre e sostiene ogni speranza di pace e fonda il nostro credere, le nostre denunce ed il nostro impegno”.

Per questo il documento invoca il dono della pace: “La pace non è un concetto astratto né la semplice assenza di conflitto, poiché è il modo di esistere stesso di Dio, che si rivela nella storia come comunione. La sua proclamazione risiede al cuore dell’Evangelo di Gesù Cristo, che ‘è la nostra pace’, avendo abbattuto il muro di separazione dell’inimicizia. Nei primi secoli molti credenti hanno scelto la via della pace fino al martirio, ma il costituirsi della cristianità ha condotto le chiese a relazioni non sempre limpide con i poteri di questo mondo.

Da allora la pace è scivolata nel campo dell’utopia, riducendosi a questione diplomatica od a categoria escatologica, mentre concetti ambivalenti come ‘guerra giusta’ e persino ‘guerra santa’ venivano applicati strumentalmente per giustificare conflitti sanguinosi. Nessuna tradizione cristiana può dirsi immune da tali dinamiche, benché in tutte lo Spirito abbia suscitato testimoni che hanno recuperato il valore prioritario della pace evangelica”.

Il documento si rivolge non solo alle istituzioni ecclesiastiche, ma al cuore delle chiese e di ogni essere umano che custodisce la pace come desiderio profondo, a chi rifiuta la logica dell’odio: “L’attuale impotenza storica ci costringe alla domanda radicale su quale fondamento abbiamo finora cercato di costruire la pace. Non basta una semplice etica, che prescrive il bene ma, se resta legge esteriore, non ha il potere di rendere buono l’essere umano. Cercheremo invece una visione pratica, spostando l’attenzione dal solo ‘fare pace’ al ‘modo di esistere’ che è la pace…  La riconciliazione ricorda che la pace con Dio non è un possesso ma un dono da accogliere, uno scopo da raggiungere, un cammino da percorrere; ci è già offerta, eppure dobbiamo lottare per essa”.

Ed ecco che il mistero della grazia di Dio si realizza nella definizione di Gesù Cristo come ‘la nostra pace’: “In Lui è avvenuta la creazione di ‘una sola umanità nuova’, non più contrassegnata da inimicizia, ma da reciproca accoglienza, amore fraterno e pace. Il Crocifisso risorto è il nuovo Adamo, l’Uomo escatologico nel quale tutta l’umanità cresce verso il suo compimento, e tutti noi, quali membra del suo corpo, partecipiamo della sua pienezza.

‘La nostra pace’ diventa allora una gioiosa ‘convivialità delle differenze’, secondo l’espressione di don Tonino Bello. Senza porre limiti allo Spirito, che opera ben oltre i confini della Chiesa visibile, ci sentiamo costituiti primizia e profezia del Regno, lievito per la sua crescita storica. Per questo l’azione dei discepoli per costruire la pace non nasce da un’ideologia o da una utopia, ma dall’eutopia, dal buon luogo di chi già sperimenta in Cristo le beatitudini del Regno. Un’istanza di pace così radicata rende impensabile parlare ancora di guerre giuste, come a lungo hanno fatto le nostre chiese”.

Quindi di fronte alla violenza c’è un invito a coltivare la nonviolenza: “Dovrebbe essere evidente che intraprendere azioni militari aggressive è contrario all’Evangelo, così come i gesti orientati a prepararle. Al contempo, in una storia segnata dal peccato, non si può negare la legittimità della difesa di chi è aggredito, ma di difesa si può parlare solo a fronte di un’aggressione in atto, quando sono stati tentati tutti i modi nonviolenti per arrestarla e quando vi è proporzionalità tra ciò che si difende e i danni arrecati.

Primario resta soprattutto l’impegno a coltivare la nonviolenza, che non è accettazione passiva del male ma attivo contrasto alle strutture di peccato, espressa tra l’altro nell’obiezione di coscienza al servizio militare, nei corpi di interposizione, nella solidarietà ai popoli colpiti, nel disinvestimento dalle banche che finanziano il commercio di armi”.

Ecco, quindi, l’indicazione di alcuni percorsi ecumenici, che puntano sulla diplomazia, che punta alle relazioni internazionali: “Per fare pace occorre tenere insieme giustizia e misericordia, spesso viste nelle chiese come logiche opposte in un pregiudizio dualista che tocca anche l’interpretazione della Scrittura. Bisogna andare oltre la giustizia retributiva, fondata sul calcolo delle sanzioni, verso una giustizia non solo riparativa ma generativa di futuro, che cura le ferite e apre a nuove alleanze, così come Dio stesso entra nei conflitti per ricreare la vita in pienezza. Le chiese possono sperimentare percorsi di giustizia rigenerativa attraverso la riconciliazione della memoria, la mediazione e l’accompagnamento di chi è vittima di abusi, poiché le divisioni lasciano ferite che chiedono cura e azioni creative. Per uscire dai loro conflitti, le chiese sono chiamate a proseguire il cammino di reciproco riconoscimento, generando una comunione che riconcilia le differenze e le valorizza”.

Per questo l’ecumenismo è un ‘potente’ laboratorio di pace: “Pensarlo così significa rinunciare ad una logica ecclesiocentrica e alla difesa strenua della propria identità quale unica incarnazione del messaggio di salvezza. Come ricordava Yves Congar, la diversità delle chiese non è un incidente da eliminare ma una ricchezza da trasformare in comunione, non più un’unità omologatrice bensì un segno profetico di riconciliazione in cui pace, giustizia e salvaguardia del creato vanno coltivate con cura.

Sul piano teologico l’ecumenismo rilegge le identità non come fortezze ma come spazi di incontro e conversione reciproca, luoghi di koinōnía, poiché nessuno esiste da sé ma solo ‘nell’altro e per l’altro’, e ogni chiesa particolare è se stessa solo in relazione con le altre. Tale ricerca si sviluppa su due livelli, l’uno etico-pratico, che rinuncia a usare la verità della fede come arma contro l’altro, l’altro mistico e teologico, che condivide l’unica fede in Cristo immergendosi nell’ascolto dell’esperienza credente altrui. Sul piano concreto questo significa lettura condivisa della Scrittura e preghiera, iniziative di solidarietà, impegno per la giustizia sociale, di genere e ambientale, dialogo interreligioso, così che la diversità diventi espressione di fraternità nella convivialità delle differenze”.

Infine una panoramica sul cammino interreligioso: “Resta tuttora da sciogliere il nodo di pregare per la pace di questo mondo senza pregare al contempo per i poteri statali, dato che la via diplomatica invocata per i conflitti non prescinde da essi. In tempi recenti si è iniziato a pregare per la pace anche in contesto interreligioso, come all’incontro di Assisi del 1986, la cui linea guida fu di essere insieme per pregare e non già di pregare insieme.

Sappiamo bene che la violenza e la pace coinvolgono una grande varietà di fattori e che solo alcuni hanno potuto essere affrontati in questo testo. Confidiamo però che le prospettive qui proposte contribuiscano ad una ricerca che è vitale per il nostro tempo ed alla quale rimandano le affermazioni sintetiche presentate all’inizio del testo”. Ulteriori approfondimentisi trovano nella versione più ampia di questo testo, accessibile sul sito www.saenotizie.it.

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