Pukë rende omaggio a Renato Farina: un riconoscimento che diventa memoria dell’Albania Cristiana

Renato Farina con il Sindaco
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.07.2026 – Vik van Brantegem] – Il conferimento del titolo di Riconoscenza del Comune di Pukë al giornalista e scrittore Renato Farina non rappresenta soltanto un’onorificenza civile. È il riconoscimento di un lungo percorso umano e culturale che, attraverso il racconto della storia dell’Albania, della testimonianza di Santa Madre Teresa e della persecuzione subita dalla Chiesa durante il regime comunista, ha contribuito a rafforzare il dialogo fra il popolo albanese e quello italiano. La cerimonia, svoltasi mercoledì 15 luglio 2026 nella città di Pukë, nel Nord dell’Albania, ha inteso premiare l’impegno di Farina nella promozione dell’integrazione della comunità albanese in Italia, della libertà religiosa e della figura universale di Madre Teresa.

Farina davanti alla statua di Santa Madre Teresa

La motivazione ufficiale sottolinea il suo contributo alla vita pubblica, istituzionale, mediatica e culturale italiana e il ruolo svolto nel consolidare i rapporti di amicizia fra Albania e Italia. Un legame che affonda le proprie radici negli anni in cui Farina seguì direttamente le vicende dell’Albania, prima come osservatore internazionale e poi attraverso la pubblicazione del volume La notte della Fede, dedicato a Madre Teresa e successivamente tradotto in lingua albanese.

Ma è soprattutto il discorso pronunciato nel ricevere il riconoscimento ad assumere il valore di una vera riflessione storica, religiosa e civile.

Fin dalle prime parole Farina ribalta il significato dell’onorificenza. «La riconoscenza è la mia», afferma, spiegando come il titolo ricevuto costituisca piuttosto un debito d’amore nei confronti dell’Albania e del suo popolo. Un debito che egli riconduce idealmente a Santa Madre Teresa, la quale – racconta – lo avrebbe guidato, attraverso il suo libro, verso la scoperta di quella terra e della sua storia spirituale.

Il filo conduttore dell’intervento diventa così la memoria della persecuzione religiosa vissuta dall’Albania durante il regime di Enver Hoxha, ricordata attraverso due esperienze personali.

La prima risale al 5 ottobre 1980, quando il giovane cronista seguì ad Otranto la visita pastorale di San Giovanni Paolo II. In quell’occasione il Pontefice richiamò pubblicamente davanti al mondo la sofferenza della Chiesa albanese, allora ridotta al silenzio nello Stato che si proclamava il primo Paese ufficialmente ateo della storia. Per Farina quelle parole rappresentarono il primo segno di una vicinanza spirituale ad un popolo al quale era stato perfino proibito pregare.

Il secondo ricordo conduce invece al 25 aprile 1993, durante il viaggio apostolico di San Giovanni Paolo II nell’Albania finalmente liberata dalla dittatura. Farina rievoca l’incontro tra il Papa e Madre Teresa a Scutari e le parole con cui il Pontefice ricordò al mondo l’origine albanese della religiosa, definendola motivo d’onore per tutta la nazione. Solo oggi – osserva – comprende come proprio quel giorno sia nato il debito morale che sente di saldare ricevendo il riconoscimento di Pukë.

Ampio spazio viene dedicato ai martiri della persecuzione comunista. Farina richiama figure come Don Lazër Shantoja, Don Ndre Zadeja e Padre Gregor Lumaj, originario proprio delle montagne di Pukë, presentandoli come simboli della fedeltà alla Fede Cristiana pagata con il carcere, la tortura e la morte. Attraverso questi nomi restituisce dignità alla memoria di una Chiesa che sopravvisse nel silenzio e nel sacrificio.

Il giornalista contrappone poi l’esperienza dell’Occidente contemporaneo, spesso appiattito dal benessere, alla capacità del popolo albanese di conservare un’autentica solidarietà umana. Nelle comunità delle montagne del Nord, osserva, continua a vivere concretamente l’insegnamento paolino del «portare i pesi gli uni degli altri», trasformando il Vangelo in esperienza quotidiana.

Commovente il ricordo di Leonard Lusha, il quindicenne originario del territorio di Scutari morto tragicamente a Desio nell’aprile 2025. Farina, presente ai funerali insieme alla comunità albanese e ai compagni di scuola del ragazzo, dedica idealmente anche a lui il riconoscimento ricevuto, vedendo in quella vicenda un simbolo del legame ormai profondo tra le due comunità.

L’ultima parte del discorso assume quasi il tono di un manifesto culturale. Citando il poeta di Scutari Migjeni, Farina riconosce il dolore che ha attraversato la storia albanese, ma afferma che proprio da quella sofferenza è nata una dignità capace di edificare il presente. L’Albania, sostiene, non è una periferia dell’Europa bensì una delle sue radici Cristiane e umane più profonde, mentre gli Albanesi presenti in Italia non possono essere considerati ospiti tollerati, ma autentici costruttori della società comune.

Le parole finali ritornano ancora a Madre Teresa. Richiamando il «Ho sete» pronunciato da Cristo sulla Croce, Farina afferma di aver trovato proprio a Pukë quella sorgente spirituale capace di dissetare la sua ricerca personale. Per questo promette di custodire il riconoscimento ricevuto come un fuoco affidatogli da altri, con il dovere di mantenerlo vivo nel tempo. Più che un discorso di ringraziamento, quello pronunciato a Pukë appare così come una meditazione sulla memoria, sulla Fede e sulla responsabilità dell’Europa di non dimenticare una delle pagine più dolorose della propria storia contemporanea. Un invito a riconoscere nell’Albania non soltanto un Paese vicino all’Italia, ma una terra che, attraverso i suoi martiri, Santa Madre Teresa e la testimonianza del suo popolo, continua a ricordare al continente il valore irrinunciabile della libertà religiosa, della dignità umana e della solidarietà.

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