Con Nicola Camporiondo alla scoperta dell’amicizia
Giovane missionario digitale al secondo anno della facoltà Teologica del Triveneto, che utilizza Tik Tok e Instagram per dialogare con i suoi coetanei, Nicola Camporiondo, a fine maggio, ha pubblicato il primo libro, intitolato ‘Ti chiamo amico’, che racconta la storia del dicianovenne Mattia, che vive quella stagione fragile e contraddittoria in cui tutto sembra poter cambiare improvvisamente: gli amori, le amicizie, la fiducia in se stessi, il rapporto con i genitori. L’arrivo di un altro ragazzo, Tommaso, incrina il suo rapporto con Noemi e spalanca una voragine interiore che Mattia tenta di colmare con l’isolamento, la menzogna e l’alcol. Il cuore del romanzo non è la crisi sentimentale, ma la domanda di appartenenza. Mattia cerca qualcuno che lo guardi davvero e lo accolga senza pretendere perfezione. Ed è qui che entra in scena la comunità cristiana raccontata dall’autore come una ‘famiglia stramba’ imperfetta, composta da ragazzi feriti quanto lui.
A Nicola Camporiondo, a cui è giunto anche un messaggio del segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin (‘Attraverso le tue pagine offri una preziosa testimonianza di come l’incontro con la fede e l’abbraccio della Chiesa possano trasformare le ferite in feritoie di luce, donando la forza per rialzarsi e guardare al futuro con speranza’), chiediamo di spiegarci il titolo del libro:
“Il nome del libro nasce quasi inaspettatamente e vuole essere un po’ ‘vago’… Con ‘amico’ si possono intendere molte cose, un amico vero, un amico immaginario, una nuova amicizia che nasce, una vecchia amicizia che rifiorisce, Dio.. è appositamente un termine vago, proprio perché la storia è una storia di amicizie, amicizie che vanno e alcune che rimangono, qualcuna svanisce ed altre si rafforzano. Inoltre, richiama un po’ al versetto biblico di Giovanni 15: non vi chiamo più servi, ma vi chiamo amici”.
Innanzitutto, nel libro c’è qualcosa di autobiografico?
“Sì, ma non tutto. Mi riferisco al tema della crisi personale e dello smarrimento. Non l’ho vissuta nelle modalità di Mattia, con incidenti o problemi legati all’alcol; però anch’io ho attraversato momenti che mi hanno messo in discussione”.
Una storia di amicizia ai tempi dei social: è ancora possibile?
“E’ la grande sfida ai giorni nostro soprattutto per le nuove generazioni che fin da quando nascono vengono proiettate in questo grossissimo mondo che è l’internet, un continente così vasto in cui spesso è facile perdersi. Sempre più cose che sono sempre state offline ora stanno pian piano diventando online: il lavoro, gli hobby, i passatempi, i litigi, amicizie comprese.. non ci si conosce più al bar o in oratorio, ma dietro uno schermo, da un like o da una risposta ad una storia, e così nascono anche tanti amori.
La sfida oggi è andare oltre lo schermo, e riscoprire quel valore antropologico del toccarsi, del sorridersi, dell’abbraccio fisico che rompe le barriere tecnologiche e si fonde nella vita offline che possiamo toccare con mano, ed è da esperienze come queste che si costruiscono le amicizie più vere, e soprattutto sane”.
Quali sono le fragilità dei giovani nella realtà?
“La prima fra tutte sono gli standard, gli standard che la società ti impone per via di algoritmi e necessità e ai quali ti senti obbligato a essere conforme altrimenti vieni quasi esiliato e non preso in considerazione. Da qui nascono anche tutti i problemi legati all’ansia, al disagio sociale, alla difficoltà di interagire con gli altri, ai problemi di autostima, il bullismo…
Tutto questo rende sempre più difficile anche il contatto reale; lo schermo ci dà la possibilità di migliorare ciò che di noi non è perfetto, di camuffare ciò che nella realtà non riusciremo a nascondere, è un paraurti che ci consente di difenderci ma non ci consentirà mai di migliorare finendo per chiuderci in una bolla nella quale poi è difficile il doppio uscire. Ahimè, queste dinamiche sono sempre più frequenti, soprattutto quando non si hanno gli strumenti necessari per affrontare ciò che quotidianamente la società ci porta ad affrontare, online e offline. Sono tematiche molto presenti anche nel libro!”
Tali fragilità sono tutte ‘colpa’ dei social?
“No assolutamente! Ma questi influiscono in maniera maggioritaria. Però vedo un’altra colpa nelle famiglie e nella scuola, che al giorno d’oggi smettono di essere punti di riferimento per i giovani, spesso anche a causa di situazioni non facili negli ambienti domestici che fanno sì che i ragazzi guardino altrove per cercare risposte. Questo sicuramente non aiuta le giovani generazioni che crescono sempre più spaesate e cercano di farsi strada da sole in un territorio ahimè spinoso e difficile”.
E come si esce da tali fragilità?
“Il libro affronta molto queste dinamiche e propone modi diversi di ‘soluzione’. Prima di tutto ci vuole la volontà, la volontà di capire di aver bisogno di aiuto, e successivamente di chiedere aiuto, non è una cosa scontata in una società che vede nel chiedere aiuto un sinonimo di ‘debolezza’, soprattutto tra i giovani. Questo aiuto può venire da varie sponde diverse, dal mondo degli adulti, in primis, che tende la mano ai più giovani e possono tornare ad essere punti di riferimento stabili; dalla Chiesa che deve guardare alla Chiesa del futuro e tendere la mano a chi bussa bisognoso di aiuto e di verità.
In questo, Dio può essere sicuramente un buon appiglio per superare le proprie insicurezze e fragilità e capire che ognuno di noi è speciale proprio in virtù delle proprie differenze, dei propri carismi e capacità, Dio può davvero diventare quell’amico che guida il nostro cammino e sostiene i nostri momenti di dubbio e fragilità”.
I social possono diventare luoghi di evangelizzazione?
“Sicuramente. Ne ha parlato anche papa Leone XIV, che nella sua prima enciclica ‘Magnifica Humanitas’, al punto 238 sostiene che l’ambiente digitale è come un nuovo continente da evangelizzare. I social sono luoghi abitati ogni giorno da milioni di persone e quindi anche lì si può portare un messaggio. Non si tratta di convertire a tutti i costi, ma di testimoniare qualcosa che poi ciascuno è libero di accogliere oppure no”.
Infine, quanto è importante per i giovani una comunità?
“Questo è il grande tema fondamentale del libro: dalla solitudine e dalla certezza di potercela fare da solo al chiedere aiuto e trovare una comunità che ti accoglie. Sempre di più al giorno d’oggi tendiamo a chiuderci in noi stessi e a vivere nella nostra bolla di individualismo forzato in cui l’IO ha il pieno controllo di ogni cosa, questo ci porta a perdere tutte quelle peculiarità che fanno dell’essere umano una persona nata per vivere assieme ad altre persone e con loro condividere emozioni, ansie, gioie e fatiche. Insieme si può davvero essere felici e superare tante sfide che da soli sarebbe più difficile affrontare.
Questo per i giovani è fondamentale: giovani che sono alla ricerca di autenticità e credono di trovarla in uno schermo chiusi nella propria camera da letto, giovani che troppo spesso vengono ammaliati dal successo e dalle soddisfazioni futili che l’online genera manche ben presto fa svanire. Giovani che rimangono feriti da una tecnologia ferita. Una comunità in questo senso diventa punto di riferimento per esperienze autentiche, vere, genuine, che ti portano a conoscere un amore più grande che è in grado di darti gioia vera, una gioia che non è temporanea ma che durerà per l’eternità”.
(Tratto da Aci Stampa)


























