Mons. Lorefice: santa Rosalia invita all’impegno

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“Cominciamo da Palermo, perché, care concittadine e cari concittadini, la peste è tornata a Palermo! Ogni anno, durante questo appuntamento, abbiamo riflettuto sui problemi della nostra Città. Ma permettetemi di dire che stasera è diverso. Riemergono vecchie ferite di Palermo ma insieme alle nuove. Sono sotto gli occhi di tutti. E chiunque abbia una responsabilità (io per primo) non può girarsi dall’altra parte. Il nostro omaggio alla Santuzza sarebbe vuoto e insulso se davanti a lei, stasera, non ci impegnassimo tutti per una svolta. Sono ferite mortali per il corpo sociale della città. Penso al ritorno prepotente e asfissiante del racket. Alla trafila di intimidazioni che vogliono distogliere dal bene le brave persone.

Alla violenza diffusa e senza scrupoli. Alla recrudescenza isterica e giovanilistica della mafia che ha nella sua stupidità la maggiore pericolosità. Già la mafia è stupida e meschina, a cominciare dai suoi sedicenti vertici, come hanno dimostrato le ultime efficaci operazioni dei Carabinieri e delle forze di Polizia. A loro un sentito grazie!”: nel discorso alla città di Palermo per il festino della patrona santa Rosalia l’arcivescovo mons. Corrado Lorefice ha invitato all’impegno.

Un impegno, innanzitutto, contro la mafia, che non si sconfigge solo con la repressione: “Di fronte a tutto questo, pensare solo alla repressione non basta e rischia anzi di portarci fuori strada. Rendiamoci conto (e lo dico anzitutto alle donne e agli uomini della politica, del governo, a chi ha responsabilità civili ed ecclesiali a qualunque livello) che la vera sfida è sociale e culturale. Tutto questo accade (diciamocelo con franchezza) perché il lavoro manca drammaticamente.

Perché i licenziamenti (pensiamo in questo Festino alla vertenza dei lavoratori ex Almaviva che attendono trepidanti il completamento dell’iter burocratico regionale in vista del loro reimpiego) vanno avanti ad una velocità e con una determinazione disumana; perché la pandemia del pizzo ci stringe e le denunce sono poche; perché i giovani sono scoraggiati e scelgono di andare via o di rifugiarsi nell’alcol, nella droga, in ciò che li distrugge”.

Un attacco frontale alla mafia: “Tutto questo accade perché le dipendenze servono ad apparecchiare il lauto banchetto della mafia, che sfrutta il disorientamento, la frustrazione, la disperazione dei giovani per mangiarci su, con sprezzo totale dell’umanità e senza rispetto per la vita. Una mafia fanfarona e bambinesca volta ad attirare consenso e per questo disposta alla violenza predatoria e da assalto pur di impadronirsi dei territori, pronta a intimidire, a minacciare, a incentivare lo sporco sommerso della criminalità e della manovalanza”.

Ma al contempo è un richiamo a non dimenticare quelle persone che hanno lottato e lottano contro la mafia: “Ma sbaglieremmo (lo ripeto con forza) se addossassimo ad altri le principali responsabilità. Esse, nella nostra Isola e nelle nostre realtà locali, ricadono anzitutto su una politica che fatica a fare scelte lungimiranti. Quando non si devono addirittura registrare contiguità con ambienti e logiche mafiose.

Queste responsabilità ricadono su un’economia dello scarto e dello sfruttamento, basata sulla corruzione e sull’indifferenza. Ricadono su una Chiesa che evidentemente non ha testimoniato in maniera adeguata e luminosa la Buona Notizia del Vangelo, sull’esempio dei nostri santi, da Rosalia a Giacomo Cusmano, e dei martiri della fede, come Pino Puglisi e Rosario Livatino, e della giustizia, come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. E la lista sappiamo che sarebbe molto più lunga. Diciamolo senza mezzi termini: non abbiamo amato Palermo, se non l’abbiamo addirittura tradita!”

Quindi l’arcivescovo ha chiesto agli abitanti della città uno ‘scatto’: “Ed ora dobbiamo in fretta pentirci e rimediare, senza scusanti, senza lungaggini, senza compromessi. Alziamoci in piedi! Lo faccia tutta Palermo, facciamolo tutti, dalle donne e dagli uomini delle Istituzioni a tutte le Palermitane e i Palermitani. Chiediamoci: ma noi la amiamo davvero Palermo? Palermo ci sta a cuore come sta a cuore a Rosalia? Se guardiamo a lei non possiamo avere dubbi. Care Concittadine, Cari Concittadini, vi supplico, dal profondo del cuore: dimostriamo il nostro amore per Palermo! Agiamo con decisione e iniziamo oggi a cambiare le cose. Domani sarà troppo tardi!”

E’ stato un richiamo a ritornare alle fondamenta del Vangelo, ricordando il viaggio a Lampedusa di papa Leone XIV: “Non si tratta (come alcuni hanno voluto rilevare – di un’ingerenza politica del Santo Padre, di uno sconfinamento. Né tanto meno di buonismo.  No, mie care e miei cari, si tratta del Vangelo. E’ il Vangelo l’annuncio potente della liberazione dei prigionieri, del Regno di Dio per i poveri, della parola che dice: ‘Non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra perché uno solo è il Padre vostro che è nei cieli, e voi siete tutti fratelli’. Ogni manifestazione esterna di religiosità, ogni proclamazione dell’identità cristiana o cattolica che si faccia scudo del nome cristiano per giustificare il rifiuto del debole, del povero, del migrante, si trasforma in un insulto alla verità annunciata dal Cristo Signore”.

Il Vangelo è un invito a riconoscere l’altro: “Chi non riconosce l’altra o l’altro come sorella, come fratello, indipendentemente da ogni considerazione culturale, religiosa, razziale, geografica è fuori dal Vangelo. Lo dico forte, di nuovo, perché non ci siano equivoci. Chi la pensa così, chi difende il privilegio di alcuni rispetto ad altri, è fuori dal Vangelo. Chi sventola il vessillo della remigrazione ferisce a morte la fraternità evangelica ed umana e sfrutta l’insicurezza, la frustrazione, il risentimento della gente per individuare un capro espiatorio su cui scaricare il negativo della vita sociale e politica”.

Eppoi la guerra con i ‘danni collaterali’: “Stiamo ricominciando a considerare la guerra come una continuazione della politica. Stiamo tornando a sancire un diritto alla guerra, ovvero un diritto del più forte sul più debole. Le guerre di questi ultimi anni, il linguaggio dei potenti del nostro tempo, il dibattito politico odierno fanno sempre più riferimento alle armi e alla guerra come un dato ineliminabile, necessario. La divisione del pianeta in miliardi di poveri e in pochi milioni (o forse poche migliaia) di privilegiati pare non essere un problema, quasi che l’ingiustizia sia un destino scritto nelle stelle. Distruggere la vita altrui è ritenuto nuovamente possibile alla luce del sole, se tale atto è giustificato dall’annientamento del nemico: i bambini, le donne, gli innocenti sono, da questo punto di vista, puri ‘danni collaterali’. Siamo di fronte a una sistematica cancellazione del volto dell’altro”.

Da qui il richiamo a santa Rosalia, che ha scelto una ‘rottura’ con chi propugnava il male: “Oggi, guardando alle pesti contemporanee, il richiamo alla figura di Rosalia assume un significato nuovo, civile e spirituale insieme. La peste del 1624 era infatti un male fisico, visibile, misurabile. Le pesti odierne sono più subdole: sono pesti dell’anima, dello spirito umano. Rosalia ci aiuta a curarle. Pensiamo alla guerra, a questa forma estrema di negazione dell’altro. Invocare Rosalia significa oggi chiedere il coraggio di chi, come lei, ha rinunciato ai privilegi nobiliari e all’affermazione di sé per un’esistenza di verità. La pace non è assenza di conflitto, ma la presenza di una giustizia che la Santuzza ci insegna a cercare nel silenzio dell’ascolto. Pensiamo alla prepotenza dei grandi della terra: Rosalia ha abbandonato la corte normanna per cercare il suo sposo, Cristo, nella nudità della grotta. E’ l’eterna protesta dell’umile e del povero”.

Questo è il significato del Festino: “Insomma, amici miei, l’abbiamo capito: il Festino non deve essere una ricorrenza folkloristica. E’, nell’essenza, un esame di coscienza della nostra Città. Le reliquie della Santa che sfilano per le strade di Palermo ci ricordano che la salvezza passa attraverso la comunione, attraverso la condivisione. Chiedere a Santa Rosalia di liberarci dalle pesti attuali significa, concretamente, vigilare. Vigilare per non lasciare che il rumore delle armi copra il grido di chi soffre. Significa accogliere: riconoscere nell’altro (nel migrante, nel diverso, nello scartato) la stessa scintilla divina che la Santa ha coltivato nel suo eremitaggio. Significa resistere: opporsi alla prepotenza con la forza dolce ma inflessibile dei princìpi, proprio come fece Rosalia quando scelse il rigore della penitenza invece della sottomissione alle logiche di palazzo”.

Santa Rosalia insegna, quindi, che il cambiamento si realizza dal ‘basso’; “Con il suo esempio la Santuzza ci insegna che il cambiamento non parte mai dall’alto, ma bensì dalla terra, dalla grotta, dal basso. La peste del ’600 fu vinta quando il popolo smise di guardare solo alla propria sopravvivenza e iniziò a guardare alle proprie radici spirituali. Liberarsi dalla peste dell’ingiustizia richiede lo stesso sguardo: tornare all’umano. La preghiera a Rosalia, oggi, diventa un impegno a non essere mai spettatori della sofferenza altrui, ma a diventare, nel nostro piccolo, animatori di una processione che trasporta la speranza nelle piazze del mondo, specialmente là dove il buio della guerra e dell’odio sembrano aver preso il sopravvento”.

(Foto: Arcidiocesi di Palermo)

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