Giornata mondiale contro le droghe: Simone Feder invita a tenere ‘alta’ l’attenzione
Nelle scorse settimane è stato presentato dall’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe la ‘Relazione europea sulla droga 2026: tendenze e sviluppi’, in cui si evidenzia che in Italia sono oltre 105.000 le persone che fanno uso di siringhe per l’iniezione di sostanze, nessun altro Paese in Europa ha un numero così alto. Quindi un mercato delle droghe sempre più dinamico, diversificato e complesso, con crescenti rischi per la salute pubblica e la sicurezza con la disponibilità di sostanze ad alta potenza, incluse nuove droghe sintetiche, che continua ad aumentare, mentre il policonsumo rende sempre più difficili prevenzione e trattamento
Dal rapporto, presentato in occasione della Giornata mondiale contro le droghe, che si è celebrata venerdì 26 giugno, si evince che la cannabis rimane la sostanza illecita più diffusa, con indagini nazionali che mostrano che circa l’8,7% degli adulti europei (25.000.000 persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni) ne ha fatto uso nell’ultimo anno. Gli oppioidi sintetici, in particolare nitazeni e altre nuove molecole, rappresentano una minaccia e emergente e sono associati a un numero crescente di overdose e decessi.
Quindi si continuano a individuare nuove sostanze psicoattive-nps al ritmo di circa una alla settimana: nel 2025 sono state segnalate, per la prima volta in Europa, 50 nps, portando il numero totale monitorato dall’Euda a 1.050: come ha evidenziato Euda: “Tra queste, vi sono nuovi potenti oppioidi sintetici, che comportano un rischio maggiore di intossicazione potenzialmente letale. L’uso di sigarette elettroniche, che comporta il consumo di prodotti contenenti nicotina, è ormai una pratica diffusa tra gli adolescenti europei”.
Dunque il consumo di cocaina resta elevato e si osserva una diffusione crescente di crack in diverse città europee e l’uso di questa sostanza sta mettendo a dura prova i servizi di riduzione del danno e di trattamento, che devono rispondere alle esigenze di un’utenza che affronta gravi problemi di salute e sociali, come ha sottolineato Simone Feder, psicologo nella Casa del Giovane di Pavia:
“Bisogna sempre più tenere alta l’attenzione sulle nuove sostanze e monitorarle, ma quello che è più spaventoso è tutto il mondo del crack. Io lo vedo anche a Rogoredo (periferia sud-est di Milano): molte persone stanno utilizzando tanto questa sostanza. Ciò porta anche un tema di sicurezza, di pericolosità. Chi ne fa uso non è facile da gestire, non riesce a instaurare delle relazioni. Il crack porta in una dimensione di depersonalizzazione. Poi c’è tutto il mondo dei cationi e della cannabis sintetica che passa un po’ inosservato, ma ne paghiamo caro il prezzo perché slatentizzano molti giovani che sono in fase di costruzione di personalità”.
Per quale motivo l’uso delle droghe è in aumento?
“Le cause sono molteplici. Da un lato assistiamo a una crescente fragilità emotiva: ansia, solitudine, senso di inadeguatezza, paura del futuro. Dall’altro, la cultura contemporanea tende a privilegiare il benessere immediato e la soddisfazione rapida dei desideri. In questo contesto la droga viene spesso percepita non tanto come trasgressione, ma come strumento per stare meglio, per anestetizzare il dolore o per sentirsi più sicuri di sé.
Inoltre, molte sostanze sono oggi più accessibili e socialmente sempre più normalizzate rispetto al passato. Per questo il fenomeno non può essere affrontato solo sul piano repressivo: è necessario comprendere il disagio che spesso si nasconde dietro il consumo. Dovremmo imparare a porci una domanda diversa: non soltanto ‘che droga usa?’, ma soprattutto ‘perché ne ha bisogno?’ Dietro ogni dipendenza c’è una storia che chiede di essere ascoltata”.
I giovani sono consapevoli delle ricadute sulla propria salute?
“In parte sì, ma la consapevolezza razionale non sempre coincide con una reale percezione del rischio. Molti giovani conoscono i danni delle sostanze, ma tendono a considerarli lontani, improbabili o comunque gestibili. Manca spesso la percezione della gravità delle conseguenze e, nelle nuove generazioni, manca anche la memoria storica di ciò che hanno rappresentato negli anni ottanta la diffusione dell’eroina e la tragedia dell’AIDS. Più che una mancanza di informazioni, emerge spesso una difficoltà a valutare le conseguenze nel lungo periodo.
Quando una persona vive una sofferenza, una solitudine o una pressione particolarmente intensa, il beneficio immediato appare più concreto del rischio futuro. Per questo l’educazione non può limitarsi a trasmettere nozioni: deve aiutare a sviluppare capacità critica, equilibrio emotivo e fiducia in se stessi”.
La droga è legata ad esperienze forti che i giovani vogliono provare: quali esperienze proporre?
“I giovani hanno bisogno di intensità, di avventura, di sfide e di passioni autentiche. Non bisogna spegnere questo desiderio, ma orientarlo. Le esperienze più significative sono quelle che permettono di sentirsi vivi e protagonisti: lo sport, il volontariato, l’arte, la musica, i viaggi, l’impegno sociale, le esperienze comunitarie, il contatto con la natura, i percorsi di crescita personale e spirituale. La vera alternativa alla droga non è una vita più prudente, ma una vita più piena. I ragazzi cercano emozioni, ma soprattutto cercano significato. Quando incontrano qualcosa che dà senso alla loro esistenza, diminuisce il bisogno di cercare altrove forme artificiali di evasione”.
I giovani hanno bisogno di una ‘casa’: in quale modo accogliere i giovani?
“Una ‘casa’ non è soltanto un luogo fisico. E’ uno spazio in cui una persona si sente vista, ascoltata e accolta per ciò che è. I giovani hanno bisogno di adulti capaci di stare accanto senza giudicare immediatamente, di ascoltare prima di dare risposte, di creare relazioni affidabili e durature. Hanno bisogno di comunità educanti: famiglie, scuole, oratori, associazioni, gruppi sportivi e culturali che offrano appartenenza e legami autentici.
L’accoglienza non consiste nell’abbassare ogni esigenza, ma nel coniugare vicinanza e responsabilità. I ragazzi crescono quando sentono che qualcuno crede in loro e continua a farlo anche nei momenti di fragilità. Hanno bisogno di essere riconosciuti non per i loro limiti o problemi, ma per le loro risorse, i loro talenti e i loro sogni”.
A quale compito sono chiamati genitori ed adulti?
“Il primo compito degli adulti è essere presenti. In una società che corre velocemente, la presenza è forse la forma più preziosa di educazione. Non basta parlare ai giovani: occorre fare con loro, condividere tempo, esperienze, fatiche e speranze. Genitori ed educatori sono chiamati a testimoniare che una vita buona è possibile, offrendo esempi credibili più che discorsi perfetti. Devono saper porre limiti quando necessario, ma anche costruire dialogo e fiducia.
Occorre inoltre aiutare i giovani ad affrontare le inevitabili fatiche dell’esistenza. Un ragazzo che impara a confrontarsi con la frustrazione, con il fallimento e con il dolore sarà meno incline a cercare scorciatoie che promettono una fuga dalla realtà. Educare significa accompagnare, non sostituirsi; essere presenti, senza essere invadenti; indicare una strada, continuando a camminare accanto”.
In quale modo è possibile andare ‘oltre il bosco’?
“Frequentando il ‘Bosco’ di Rogoredo incontro spesso giovani che tutti vedono come tossicodipendenti, ma che prima di tutto sono persone ferite, smarrite, alla ricerca di qualcuno che non le giudichi e non le abbandoni. Il bosco è diventato il simbolo di tante solitudini e di tante fragilità che abitano il nostro tempo.
Andare ‘oltre il bosco’ significa comprendere che nessuno è identificabile con la propria dipendenza. Ogni persona è molto più grande dei suoi errori e delle sue cadute. Per questo il primo passo è tornare a guardare chi soffre non come un problema da risolvere, ma come una persona da incontrare. Dal bosco si esce attraverso relazioni vere, percorsi di cura, comunità accoglienti e adulti capaci di restare accanto anche quando tutto sembra perduto. Si esce dal bosco quando qualcuno continua a credere in te, anche quando tu non riesci più a credere in te stesso.
In occasione della Giornata mondiale contro le droghe vorrei ricordare che la risposta non può essere soltanto il contrasto alle sostanze. La vera sfida è offrire ragioni per vivere, per sperare, per costruire il futuro. Perché il contrario della dipendenza non è semplicemente l’astinenza: è la possibilità di riscoprire legami, senso e speranza. Nessuna storia è perduta per sempre. Oltre il bosco c’è sempre una strada che può riportare alla vita”.


























