Armida Barelli, la Beata che lottò per il voto delle donne in Italia

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“La Repubblica nacque da un corale e sincero esercizio di democrazia. Ne fu protagonista il popolo italiano che affluì con straordinaria partecipazione e compostezza ai seggi, per la scelta dell’ordinamento dello Stato e l’elezione dell’Assemblea costituente. Ne furono protagoniste, in particolare, le donne, chiamate per la prima volta alle urne nella storia d’Italia, per le elezioni amministrative nel corso di quell’anno e per le consultazioni del 2 giugno”: nel messaggio ai prefetti in occasione dell’ottantesimo anniversario della festa della Repubblica Italiana, il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha ricordato il contributo delle donne, che per la prima volta votarono, nella scelta tra Repubblica e Monarchia. Inoltre ne furono elette 21, di cui 5 hanno fatto parte della Commissione per la Costituzione per elaborare il progetto di Costituzione repubblicana.

Quindi era necessario un tributo di gratitudine per le 21 donne che hanno fatto parte dell’Assemblea Costituente, grazie al convegno ‘Donne e Costituente’ promosso martedì 9 giugno dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dall’Istituto ‘Giuseppe Toniolo di Studi Superiori’ e dal comune di Milano. Nel saluto iniziale l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha sottolineato il ‘valore’ della Carta costituzionale: “Le donne della Costituente hanno un patrimonio da consegnarci che è la Carta costituzionale e quindi le storie, le idee, le culture, le fedi che hanno generato la Costituzione migliore del mondo.

Piuttosto che la rievocazione di quell’evento e di quel tempo occorre un’interpretazione critica che consenta di assumere la responsabilità nel presente… Nelle vicende di tutte queste donne emerge l’importanza di essere associate, di appartenere a forme di impegno condivise. La distanza critica permette di apprezzare il valore irrinunciabile di questo tipo di associarsi”.

La rettrice dell’Università Cattolica, prof.ssa Elena Beccalli, ha sottolineato che tra le elette tre avevano studiato all’Università Cattolica, richiamando il ruolo svolto dalla beata Armida Barelli: “Tre aspetti emergono analizzando trasversalmente le biografie delle madri costituenti laureate in Cattolica, una bresciana, una abruzzese, una emiliana. Il primo tratto che le accomuna è il legame con i rispettivi territori di origine; inoltre, l’attenzione alle questioni educative e la collaborazione sinergica che sono riuscite a instaurare anche con altre colleghe e colleghi. Hanno basato, infatti, la loro azione quell’autentica ‘cultura del negoziato’, riprendendo l’espressione dell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, che è stata imprescindibile allora e che dovrebbe essere riscoperta anche ai nostri giorni”.

La prof.ssa Maria Bocci, docente di Storia contemporanea della stessa Università, ha sottolineato la concretezza delle elette: “Le donne costituenti, comprese quelle laureate in Università Cattolica, intervennero con richieste attente alla concretezza dei bisogni della popolazione, sottolineando il valore delle relazioni sociali e concentrandosi su temi come la famiglia, l’istruzione, l’infanzia, la maternità e il lavoro, specie femminile. L’accento cadeva sull’uguaglianza sostanziale e sulla necessità di tutelare la persona, specie se segnata da difficoltà materiali e morali”.

Infine al prof. Ernesto Preziosi, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi di Urbino ‘Carlo Bo’, è stata affidata la comunicazione centrata sulla figura di Armida Barelli: “Armida Barelli che non viene dalla militanza politica, che non è una femminista, che non farà carriera politica e che non sarà candidata né in quella consultazione né in quelle che seguiranno, fu colei che avrà un grande merito nell’aver motivato migliaia di donne alla partecipazione democratica”.

Ed ha tratteggiato l’impegno sociale della beata: “Parlarne oggi è anche un modo per saldare un debito di riconoscenza verso una donna che fin dagli anni ’20 dello scorso secolo si era impegnata a sostenere il diritto di voto delle donne e che, con fermezza e lungimiranza, anche quando, dopo il primo conflitto mondiale, questo risultato non era stato raggiunto e più ancora negli anni del totalitarismo quando la democrazia era sospesa, aveva proposto con una formula originale le ‘Settimane sociali’: una formazione civica delle giovani donne che lei guidava nella Gioventù femminile cattolica. Se parlare di Armida Barelli e della sua grande opera è un modo per rimediare a una dimenticanza della storiografia, riferirsi alla sua intensa azione formativa significa parlare dell’associazionismo e del grande ruolo avuto da quest’ultimo nell’emancipazione della condizione femminile nel nostro Paese”.

Ma come si arrivò al voto delle donne, ottant’anni fa?

“Si trattò di un lungo cammino che era iniziato già dopo la Prima Guerra Mondiale. Il percorso del voto alle donne sembra potersi accelerare all’indomani delle elezioni del 1919: Gioventù femminile e Donne Cattoliche riunite nell’UFCI (Unione Femminile Cattolica Italiana) ribadiscono il sostegno alla legge: il voto femminile costituisce la ‘esplicazione completa della sua funzione sociale in senso cristiano’. 

Una proposta di legge sul voto alle donne verrà approvata alla Camera ma la fine anticipata della legislatura (nell’aprile del 1921) al momento del passaggio al Senato ne causerà la decadenza. La prospettiva del voto alle donne è rimandata e verrà ripresa solo nel secondo dopoguerra. La Gioventù Femminile di Azione Cattolica Italiana ed Armida Barelli manterranno vivo questa finalità e lo riproporranno, per la loro parte, nell’Italia liberata”.

In questa ‘battaglia’ in quale modo contribuì la beata Armida Barelli?

“Nel gennaio 1945 verrà approvato un decreto legge, proponenti Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, che estende alle donne il diritto di voto. L’Italia raggiunge così il suffragio universale,grazie anche all’impegno della Gioventù femminile, seppur con grande ritardo: era stato un obiettivo sostenuto dalla Barelli già negli anni ’20 dello scorso secolo e che il Partito Popolare, con don Luigi Sturzo, aveva inserito nel programma fin dal 1919.

Si inaugura una nuova stagione in cui si richiede di sensibilizzare le donne alla vita politica, rispetto alla quale erano impreparate, per la lunga parentesi del fascismo, ma anche perché il voto era stato loro precluso da sempre. Non è un compito da poco per il quale può tornare di grande utilità l’organizzazione della Gioventù Femminile, il ramo dell’Azione Cattolica Italiana che esce ‘meno provato dalla guerra’. Infatti per ottenere la partecipazione delle donne al voto occorreva una grande opera di ‘alfabetizzazione democratica’, occorreva motivare, mobilitare, e qui sta un contributo davvero rilevante della Barelli e della sua Gioventù Femminile”.

Anche papa Pio XII nel 1945 in un’udienza al CIF (Centro Italiano Femminile) si dichiarò favorevole al voto alle donne ‘per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione’: un’apertura finalizzata?

“Quel discorso era stato preparato dal pontefice anche sulla scorta di un appunto che aveva chiesto alla Barelli per una dichiarazione rivolta alle donne. Mentre la guerra sta finendo l’Azione Cattolica Italiana promuove nuove firme associative tra queste il Centro italiano femminile (Cif) che muove i primi passi già nell’ottobre 1944 nelle zone liberate (la data ufficiale di nascita del Cif viene situata nei primi del1945).

In questa nuova fase democratica e costituente, si verifica l’importanza del Cif, uno strumento associativo sostenuto dall’Azione Cattolica Italiana, ma sul quale si appoggia da un lato la stessa Gioventù Femminile, dall’altro la DC (che muove i suoi primi passi nel 1943) che sul terreno socio-politico viene a disporre di una risorsa preziosa anche nella competizione con i partiti della sinistra e con l’analoga organizzazione delle donne socialiste e comuniste raccolte nell’Unione donne italiane (Udi). La matrice iniziale ha però un chiaro connotato sociale, più che partitico. Ben lo richiama Maria Federici, prima presidente dell’associazione dal 1945 al 1950, in precedenza partecipe alla Resistenza, delegata dell’Unione donne dell’Aci:

‘Il Cif vero è nato dallo spettacolo del dolore, della miseria, dalla profanazione del popolo italiano negli anni di guerra e del dopoguerra… Quando vedemmo bambini nelle strade rubare e commerciare,dediti al gioco e a tutti gli altri vizi, quando vedemmo le famiglie smembrate, separate, quando vedemmo la persecuzione degli odi politici, desiderammo buttarci in quella voragine di dolore per colmarla col nostro sacrificio’”.

Invece perché Armida Barelli era consapevole della ‘forza delle donne’?

“Da un lato per la sua fierezza di donna che poggiava sul fondamento cristiano. Dall’altro si affidava ad un semplice calcolo, dirà: Siamo una forza in Italia noi donne: su 100 voti 47 sono per gli uomini 53 per le donne: se noi siamo concordi possiamo mandare al potere coloro che difenderanno la religione e la Chiesa, la famiglia, la scuola e la patria. Unite nella preghiera e nel lavoro, nel ringraziamento e nel sacrificio, continuiamo a lavorare per l’avvento del Regno di Dio”.

Per quali motivi la beata Barelli invitava le donne ad interessarsi della ‘questione sociale’? 

“Vorrei dire che sta qui la grande modernità del contributo che porta a tutta l’Azione Cattolica ed al Movimento Cattolico : una fede che diventa vita,  che si confronta con la realtà contemporanea e, sostenuta dal magistero sociale, si orienta e opera delle scelte. Dirà in quel frangente: Tocca a noi, sorelle, lavorare per riparare i danni della guerra e per ottenere una vita tranquilla, serena, cristiana. Come? Preparandoci al voto e facendo lavoro di persuasione nell’ambiente femminile, facendo capire il dovere di votare per i candidati cristiani che daranno un governo cristiano e leggi cristiane… Questo non è fare della politica; ma fare il nostro stretto dovere di donne, di italiane, di cristiane! Dobbiamo proprio fare tutto quanto sta in noi per ottenere che tutte le donne votino, ma tutte votino per aver deputati cristiani”.

(Tratto da Aci Stampa)

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