Il card. Repole a Torino: san Giovanni Battista indica la strada
“Nel vangelo di Luca, Gesù entra in giorno di sabato nella sinagoga di Nazaret e lì dopo che è stata pronunciata la lettura del Profeta Isaia tiene il suo discorso programmatico: un’omelia breve ma assolutamente incisiva, che è capace di tratteggiare la novità inedita rappresentata dalla sua stessa Persona ed il fatto che in Lui e attraverso di Lui si stia realizzando la grande ed antica promessa di Dio. Nel libro degli Atti degli Apostoli, lo stesso autore, Luca, ci presenta l’apostolo Paolo che in un’altra sinagoga, quella di Antiochia di Pisidia, ancora nel giorno di sabato, compie lo stesso gesto di Gesù”: nella festività della natività di san Giovanni Battista, patrono della città di Torino, l’arcivescovo card. Roberto Repole ha sottolineato che Gesù delinea la promessa di Dio.
E’ una promessa che si compie in Gesù: “Chi ha dimestichezza con la Scrittura non può non vedere una profonda simmetria tra l’orazione del discepolo e quella del Maestro. Il contesto è il medesimo, la funzione del discorso è identica: aprire le menti e i cuori di chi ascolta a percepire la novità di Cristo, a vedere come la lunga vicenda del rapporto tra Dio e il suo popolo si compie nella Persona di Gesù di Nazaret”.
E si realizza nella Pasqua: “In particolare, nel caso di Paolo è evidente che la Pasqua di Cristo appare come il compimento di ogni intervento di Dio nella storia, come la luce divina capace di illuminare ormai ogni cosa. L’apostolo ripercorre infatti tutta la storia di liberazione e di cura con cui Dio si è fatto vicino e intimo al suo popolo, fino al momento che segna il passaggio al punto di convergenza di quella lunga storia, alla novità attesa eppure inimmaginabile che è Cristo”.
Il ‘tramite’ è il Battista: “Custode di questo momento unico è Giovanni Battista. Egli è lo spartiacque fatto uomo fra il tempo dell’attesa della visita ultima e definitiva di Dio e il tempo del compimento, quello della venuta di Cristo e della sua Pasqua”.
In questo modo san Giovanni Battista diventa ‘custode’ di Gesù: “Lo è con una parola molto semplice e con un atteggiamento preciso. La parola è quella che riconosce Colui che viene dopo di lui. E’ una parola che sa fare spazio, che è capace di riconoscere la novità, di dare fiducia a chi sta venendo dopo di lui, a colui che con la sua stessa presenza lo relativizzerà. E’ una parola che può sorgere dal cuore di una persona che non ha posizioni di rendita da difendere”.
Con questa indicazione il Battista lascia ‘spazio’ a Gesù: “Giovanni ha fatto il suo e sa che è necessario che adesso cominci il tempo di un altro. Più profondamente, il Battista è cosciente del fatto che ciò che egli ha compiuto nella sua esistenza rimarrà per sempre solo se sarà capace della libertà di chi sa cedere il passo, di chi sa fare spazio ad un altro”.
Indica la strada da seguire: “A questa parola si affianca un atteggiamento: quello di chi sa indicare la strada, di chi dà un orientamento, di chi mostra una direzione. Egli mostra che ogni valore e ogni bene stanno in Gesù. Egli addita Lui come l’unico capace di dare senso ad ogni esistenza, come il criterio per distinguere ciò che tiene e resiste da ciò che è invece effimero e non vale. E’ anche così che Giovanni Battista, patrono della nostra città, continua ad essere un faro per la nostra vita ecclesiale e civile”.
Ed anche oggi continua in questo ‘compito’: “Lo è, invitandoci ad interiorizzare la sua parola e a diventare pure noi degli adulti capaci di cedere il passo ai più giovani: a chi si affaccia alla vita, a chi è agli inizi del tempo della responsabilità, a chi ha tutto il diritto di indicare le linee del futuro, perché quel futuro è anzitutto suo, a chi ha persino il diritto di fare i suoi errori, così come è successo a noi. Credo che oggi di fronte alla rapidità dei cambiamenti del mondo, che affannano le vecchie generazioni, sia diventato davvero urgente dare voce e dare incarichi di responsabilità ai giovani”.
Una riflessione soprattutto per la Chiesa: “Offro questa mia riflessione pensando anzitutto alla Chiesa, che ha bisogno di ripensare sé stessa a partire dai giovani, che sono portatori di doni inediti, e dal desiderio autentico di farli incontrare realmente con Cristo. I nostri figli sono spesso molto preparati, molto creativi, molto ricchi di ideali: rappresentano la più grande opportunità di questo nostro tempo, non facciamoli aspettare”.
L’omelia del cardinale chiede un ripensamento sullo ‘spazio’ ai giovani: “Mi colpisce leggere che in Piemonte, nei Comuni di una certa consistenza, con popolazione superiore ai 15.000 abitanti, non esiste neanche un Sindaco di età inferiore ai 35 anni. Apprendo che l’età media dei dirigenti nelle aziende italiane si aggira attorno ai 50 anni, rispetto alla media europea di 45 anni. Leggo che nelle nostre università si diventa professori ordinari fra i 50 e i 58 anni, contro una media europea di 40-45 anni”.
Quindi è un invito a spronare i giovani alla responsabilità: “Perché abbiamo timore nel fare spazio ai giovani? Anzi, vorrei porre la domanda tutta in positivo: cosa aspettiamo a dare una spinta in avanti ai nostri giovani? A dare loro posti di responsabilità quando ne sono pronti? Non desidero semplificare; proprio a Torino da una decina di anni abbiamo Sindaci più giovani rispetto alla tradizione. Il passato ci ha regalato leaders importanti di tutte le età nella politica e nell’economia.
Credo che possiamo fare tesoro di questa bella tradizione e farlo in modo adatto ai tempi che viviamo: quest’epoca di trasformazioni così complesse, anche sul fronte tecnologico, esige che le nuove generazioni prendano molta più voce e lo facciano in fretta. Il compito di chi le ha precedute non è certo farsi da parte, ma guidare i giovani alla assunzione di responsabilità, lasciarsi affiancare e portarli a sedere nei direttivi delle diverse organizzazioni, lasciarsi indicare direzioni nuove”.
Giovani condannati e non stimolati: “Devo confessare che quest’anno ho sofferto molto di fronte alle polemiche sulla violenza dei movimenti giovanili antagonisti. Non è mai stata in dubbio la condanna dei gesti di violenza, ma le polemiche ci hanno a volte distratti rispetto ai messaggi di disagio che potevamo intercettare fra i giovani arrabbiati e al grido che sale da una grande massa di giovani pacifici. Accanto ai giovani che hanno la fortuna di studiare, ce ne sono anche tanti che stanno perdendo il treno e non fanno nulla, non lavorano e non vanno a scuola, bivaccano nelle periferie”.
Da qui l’invito a stare vicino a loro: “Anche questi nostri figli dobbiamo affrettarci a ritrovare. Così come dobbiamo ritrovare quei tanti giovani che guardano con paura al futuro, in questo mondo che a volte sembra impazzito e che appare in ogni caso sempre più complesso. Penso al dato drammatico che ci dice che, tra gli adolescenti torinesi, negli ultimi quattro anni i tentativi di suicidio sono aumentati del 249%.
Penso all’aumento spropositato di consulenze di neuropsichiatria nel nostro Regina Margherita che, secondo uno studio, sono balzate dalle 319 del 2018 alle 1.694 nel 2022, rimanendo inalterate in questi ultimi anni. E penso (è solo di alcuni giorni fa) alla notizia dell’uso fuori controllo di paracetamolo fra gli adolescenti”.
Per questo ha invitato gli adulti ad indicare una strada ai giovani: “Credo che essere adulti di fronte ai giovani, sia quando protestano, sia quando urlano la loro sofferenza, sia quando sono semplicemente giovani non possa ridursi a reprimere senza spiegare o avallare tutto senza indicare una direzione, senza indirizzare in una strada da percorrere con fiducia. Se ci limitiamo a reprimere senza spiegare o a lasciar fare, voltandoci dall’altra parte, non stiamo volendo bene davvero ai nostri figli!”
Infine un ringraziamento a coloro che educano i giovani, indicando una strada: “Guardo allora con grande riconoscenza e invito tutti a nutrire sentimenti di profonda gratitudine verso i tanti che, nella nostra città e nella nostra Regione, come Giovanni Battista si prendono la responsabilità di mostrare una via; e lo fanno sporcandosi le mani in un compito educativo tanto nascosto, quanto indispensabile all’esistenza di una città e di una società ancora umane.
Penso ai genitori, giovani anch’essi, che non solo hanno ancora il coraggio di mettere al mondo dei figli, ma si impegnano combattendo a volte contro tutto e tutti pur di mostrare loro per che cosa valga la pena di vivere. Penso ai tantissimi insegnanti di tutte le fasce di età, dal nido all’Università, che non si limitano a prendersi cura dei bisogni materiali od a fornire conoscenze asettiche, ma desiderano essere testimoni autentici di ideali alti e adulti capaci di orientare i giovani, perché interiorizzino in modo autonomo quei valori sui quali costruire l’esistenza. E penso ai tanti educatori, ai preti, ai religiosi e alle religiose, ai politici, agli uomini della cultura e dello spettacolo”.
Grazie a loro Torino è una bella città: “Sono ancora in tanti ad essere autenticamente e non superficialmente adulti in questa nostra amata città di Torino. Se Torino rimane una bella città, lo dobbiamo anche a loro; lo dobbiamo soprattutto a loro, come a molte altre donne e a molti altri uomini di buona volontà. Mentre insieme diciamo proprio a loro il nostro grazie, insieme ci diciamo che possiamo, dobbiamo accompagnare i giovani a prendere il loro posto”.


























