In ascolto dei genitori con figli lgtb+
Domenica 17 maggio si è svolta la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia, la transfobia (o IDAHOBIT, acronimo di International Day Against Homophobia, Biphobia, Transphobia) , riconosciuta dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, mentre negli ultimi mesi dello scorso anno la Cei aveva approvato un testo, ‘Lievito di pace e di speranza, invitando le Chiese locali italiane a sostenere le giornate e le iniziative contro l’omofobia e la transfobia:
“L’Assemblea sinodale avanza le seguenti proposte: che la Conferenza Episcopale Italiana (Cei) sostenga con la preghiera e la riflessione le ‘giornate’ promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza e manifestare prossimità verso chi è ferito e discriminato (Giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.); che le Chiese locali e le Conferenze Episcopali Regionali formino opportunamente gli operatori pastorali e si avvalgano di esperienze formative e prassi già in atto, che si celebra dal 2004 il 17 maggio di ogni anno ed anche in molte diocesi italiane si svolgono veglie di preghiera”.
Mentre nel documento di sintesi del cammino sinodale c’è l’invito ad impegnarsi a “promuovere il riconoscimento e l’accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender, così come dei loro genitori, che già appartengono alla comunità cristiana” con la richiesta di valorizzare “le buone prassi pastorali già in atto e che coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità, anche tenendo conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, soprattutto di preadolescenti, adolescenti e giovani e dei loro educatori”.
Per questo all’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, era avvenuta la testimonianza di due coppie di genitori che hanno figli lgbt+. Essi hanno espresso gratitudine al proprio figlio “perché si è fidato così tanto di noi da consegnarci la parte più intima di sé, il suo cuore, pur temendo che avremmo potuto soffrire. Siamo consapevoli che nostro figlio è alla ricerca del proprio sé, della propria identità e, in un’ottica di fede, sta lottando contro schemi e pregiudizi, per unificare l’identità di sé omosessuale con l’identità del sé credente”.
In questo travaglio interiore, hanno raccontato di avere sperimentato una crescita nel loro rapporto sponsale: “Questa nuova sfida, come tutte, mette a dura prova, e rafforza, la promessa di sostenersi l’un l’altro in ogni situazione della vita. Il cammino di ricerca comune è stato aspro di fronte ad un progetto misterioso, difficile da decifrare, ben diverso da quanto avevano pensato. Vi era anche la sofferenza data dal timore che questi nostri figli avrebbero potuto non essere accolti nella società o nella Chiesa e che si sarebbero potuti sentirsi esclusi o giudicati.
Tuttavia, passati attraverso il dubbio e la ricerca e con la convinzione che comunque vi era un progetto d’amore per il bene nostro e di nostro figlio, abbiamo scoperto la gioia che viene dall’accogliere tutto questo. Chiedendoci: ‘Cosa vuoi Signore da noi?’ e rispondendo a questa domanda, siamo diventati sposi migliori nonché genitori due volte; ed aprendoci ad altri genitori per accompagnarli e vivere insieme queste sfide, siamo diventati tre volte genitori”.
Al termine dell’incontro a Corrado Contini, che con la moglie Michela Munarini, è tra i fondatori della Rete ‘3VolteGenitori’ e collaboratore per tanti anni con la pastorale familiare della diocesi di Parma, abbiamo chiesto di raccontarci cosa si prova ad avere un figlio lgtb+: “E’ una sorpresa, perché è una cosa imprevista che non pensavi, ma che il Signore in qualche modo ha messo sulla tua strada.
Nell’accoglienza di questa realtà che si manifesta, si realizza, a mio avviso, quello che ci è chiesto sempre come genitori: accogliere e accompagnare questo figlio così come è, come avevamo fatto per gli altri due. Volevamo e dovevamo accompagnarlo, perché potesse trovare la sua strada, quella di poter essere felice ed amato e poter vivere una vita buona. Ma per tutto questo occorreva che lui fosse capito ed accolto nella sua natura, nella sua unicità e differenza. Questa è stata la nostra esperienza”.
Quindi ha ragione Eduardo De Filippo a dire che i figli sono figli?
“Sì! I figli sono figli e sono come sono. In questo cammino che in realtà all’inizio è stato oscuro e difficile in quanto non conoscevamo questa realtà e non capivamo, ci ha aiutato molto pregare chiedendo al Signore di comprendere questo cammino e farci capire il disegno di questa realtà sia per nostro figlio che per noi.
Leggendo la Parola di Dio vi abbiamo trovato conforto, per esempio quando leggevamo nel Vangelo di san Luca il discorso di Gesù con i dottori nel Tempio e come, quando Maria e Giuseppe lo cercavano disperati, anche Gesù manifesta la volontà del Padre, che loro non avevano ancora capito. Gesù dicendo loro che aveva un disegno misterioso, impensato, del Padre su di lui, manifesta loro una realtà al di fuori di ogni schema, fa come il suo ‘coming out’. Questo brano di Vangelo ci è stato di grande aiuto e come Maria abbiamo cercato di meditare questa Parola per comprenderne il significato per noi”.
Questo percorso è inserito nella pastorale familiare della diocesi di Parma?
“Si stanno compiendo alcuni passi ed il nostro Vescovo Enrico ha voluto inserire una coppia di genitori ed un sacerdote nella pastorale famigliare che si rendessero disponibili ad accogliere ed accompagnare altri genitori credenti che vivono questa realtà. Per questo percorso è molto importante quello che è stato scritto nei documenti del Sinodo, approvati nello scorso novembre: inserire la pastorale con le persone omoaffettive e transgender nella pastorale ordinaria, ‘con’ queste persone e non ‘per’ queste persone.
Con queste persone camminare insieme facendo i passi possibili, attraverso la conoscenza reciproca; si intende riflettere, conoscere e pregare per vincere i pregiudizi legati a questa realtà, capire che non è una realtà che si è scelta o che in qualche modo si vive per capriccio, ma che è un orientamento affettivo e sessuale stabile che diventa condizione di vita.
E’ una realtà profonda, che va conosciuta, rispettata ed accolta nella sua dignità. Questa pastorale si può inserire nella pastorale della famiglia, perché hanno bisogno i figli ed hanno bisogno anche i genitori di essere accompagnati e supportati in questa dimensione che si trovano a vivere. E’ una realtà che va accolta e riconosciuta nella Chiesa affinché lo sia anche nella società, perché pensiamo che ogni figlio abbia la sua dignità ed abbia il diritto di essere visto con quello sguardo d’amore con cui è guardato dal Padre dei cieli”.
Quali passi ha compiuto la Chiesa in questo cammino?
“Ha compiuto passi importanti. Noi siamo partiti venti anni fa, quando non c’era nulla ed abbiamo cercato di costruire con chi allora iniziava un percorso. Sicuramente la Chiesa ha compiuto passi importantissimi negli ultimi cinque anni, da quando è iniziato questo cammino sinodale, in cui papa Francesco ci ha invitato ad ascoltarci gli uni gli altri per raccontarci quello che lo Spirito va compiendo nei nostri cuori.
Dal cammino sinodale è emerso nel documento finale come la realtà delle persone omoaffettive e transgender vada riconosciuta, perché riconoscere significa vedere una realtà, ma anche conoscere in profondità quello che quella realtà rappresenta. Riconoscere significa infine, camminare insieme nella pastorale ordinaria perché tutte e tutti facciamo parte della famiglia della Chiesa, del Popolo di Dio”.
Cosa è la Rete ‘3VolteGenitori’?
“Il 14 febbraio 2021 è nata la Rete nazionale di genitori credenti con figli e figlie lgbt+ che abbiamo voluto chiamare ‘3VolteGenitori’. Una Rete che è nata con il passaparola e con incontri on-line ed un Convegno nazionale in presenza nel 2023. Una Rete orizzontale, come strumento di servizio per i genitori in cerca di aiuto; come strumento di accoglienza e di sostegno alle persone e ai gruppi per favorire la comunicazione e una formazione su questi temi ampia e condivisa. Una Rete presente in 15 regioni diverse con 19 gruppi e 300 genitori singoli o in coppia con un figlio o una figlia lgbt+, uniti nella fede in un Dio che ama ogni sua creatura nella sua unicità e differenza”.


























