Papa Leone XIV racconta l’importanza di aiutare

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“Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e per le domande che mi ha posto; cercherò di rispondere ad alcune di esse. A quella a cui ho già risposto è che non ho mai desiderato diventare Papa, né da giovane né da anziano, ma quando il Signore chiama, bisogna dire di sì. Prima di rispondere alle domande, vorrei solo ringraziarvi di cuore per l’accoglienza e dirvi che mi sento davvero a casa qui. E grazie per tutto ciò che rappresentate”: c’è stata una comunità intera di carità ed assistenza diocesana che si è raccontata al papa nella chiesa di Sant’Agustí, conosciuta come la ‘cattedrale dei poveri’, per il legame sociale con il quartiere Raval, una delle zone più problematiche della città catalana per questioni legate a povertà, immigrazione ed esclusione sociale.

Ed ha ricordato che in questa chiesa lui c’è stato: “Potreste pensare che il motivo sia ovvio, evidente, perché si tratta della chiesa di Sant’Agostino, ma lasciatemi dire che la prima volta che sono venuto in questa chiesa (questo arcivescovo non era qui con me) era il 1984. Stavo viaggiando via terra da Roma a León e, quando sono arrivato, ho detto: guardate, c’è una chiesa di Sant’Agostino a Barcellona, ​​andiamo a visitarla. Era chiusa; oggi è aperta. Ed è meraviglioso trovare una chiesa con una comunità agostiniana e così tante persone che vivono qui, che lodano Dio, che trovano comunità, accoglienza e integrazione in questa chiesa e in questo ministero sociale. Grazie di cuore a tutti, davvero”.

E’ stato un dialogo partendo dalla passione papale per lo sport: “Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che ora gioco a tennis. Da giovane giocavo a calcio, ma a football americano, un pò più fisico. Giocavo anche a calcio con i seminaristi quando ero a Trujillo, in difesa, se proprio volete saperlo. Non ero un grande goleador, ma quando ero a Roma, dove ho vissuto il mio primo Mondiale, nel 1982, che si è tenuto qui in Spagna, ho segnato diversi gol. Poi, in Perù con i seminaristi, ho seguito da vicino le squadre locali, ma ho anche giocato con loro”.

Per questo ha consigliato di praticare lo sport: “Un pò di sport fa bene a tutti; bisogna trovare il modo di mantenersi in salute: corpo, mente e spirito. Quindi sì, ha fatto parte della mia vita. Il calcio ci aiuta anche a ricordare una cosa molto importante: che la vita non è una corsa da affrontare da soli; è uno sport di squadra e bisogna imparare a correre insieme. Quindi, in questo senso, chi magari è una stella ma non passa mai la palla, beh, non permette agli altri di partecipare al gioco e probabilmente perderà”.

Ed ha risposto anche ad una domanda di Renzo: “Mi hai chiesto se, da piccolo, volevo diventare Papa. Beh, Renzo, non pensavo. Pensavo che ci avrei pensato. Ma posso dire una cosa: fin dall’inizio ho sentito il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo come affrontare tutto, la gente comune si sarebbe presa cura del Signore. In questo momento scoprirete che Gesù ha mandato un servo per seguirlo come sacerdote, e che in questo cammino è passato attraverso la chiesa di Sant’Agostino. Ma ciò non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio”.

Poi ha sottolineato l’importanza dei nonni: “Per quanto riguarda i nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita familiare. Non dovrebbero mai essere lasciati soli. Spesso sono loro che si prendono cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e, con amore e dedizione, aiutano i bambini a imparare l’amore per Dio e per il prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni. E come dovremmo rispondere all’amore? Con amore. Questo è ciò che Gesù vuole che facciamo: prenderci cura dei nostri nonni e accompagnarli nella loro vecchiaia, proprio come loro, a suo tempo, si sono presi cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino la norma nella vita degli anziani”.

Ed anche l’importanza del perdono riprendendo il passo evangelico di san Matteo: “Con questo, Gesù intendeva dire: perdonate sempre. Ma dobbiamo comprendere cosa significhi perdonare. Perdonare non significa dire che ciò che è stato sbagliato era accettabile, né significa permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa costringere qualcuno a dimenticare, come se nulla fosse accaduto. Perdonare significa non lasciare che l’odio si impadronisca dei nostri cuori. Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali. Quando perdoniamo, imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifissero. La nostra disponibilità a perdonare è una condizione per il perdono che riceviamo da Dio”.

Tutto ciò è definito dalla carità: “La carità evangelica, fondata su Gesù Cristo e nutrita dal suo amore, plasma e definisce la vita personale e comunitaria di ogni cristiano. Pertanto, ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e guidata dallo Spirito Santo, è chiamata ad accostarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, sensibilità e perseveranza, alle ferite e ai bisogni dei più vulnerabili e indifesi, per alleviarne le sofferenze e porre rimedio alla loro povertà. Lo fa imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore nostro, pur essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, e che ci chiama anche a riconoscerlo e ad assisterlo in coloro che sono più bisognosi”.

Ed ha ribadito che la dignità della persona umana è ‘sacra’: “Vorrei sottolineare che, come cristiani, siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e donna nel tessuto concreto della storia. Il libro della Genesi ci dice che Dio creò ‘l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò’. In ciò risiede l’inalienabile dignità di ogni essere umano, che non dipende dalle sue capacità, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo supera, un dono di Dio come espressione del suo amore incrollabile”.

Ha concluso l’incontro con un incoraggiamento ad essere testimoni della speranza: “Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede”.

(Foto: Santa Sede)

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