Per non dimenticare i morti di Amendolara
Nei giorni scorsi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro giovani braccianti (tre afghani e un pakistano) sono stati uccisi in un minivan dato alle fiamme, avevano tra i 19 anni ed i 29 anni, come hanno scritto sul sito di ‘Vita non profit’ Giuseppe Cascardi, direttore della Caritas ed Angelo Palmieri, dell’Osservatorio per le povertà della diocesi della diocesi di Cassano allo Ionio: “Questi ragazzi sono morti dentro un assetto sociale che rende possibile l’impensabile: lavorare senza tutele, vivere ammassati, dipendere da intermediari per spostarsi, mangiare, dormire, ricevere o non ricevere il salario”.
Sono stati bruciati vivi per ‘punizione’ i quattro braccianti uccisi lunedì 1 giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano (per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione organizzata) hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni.
Si chiamavano Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo.
L’unico sopravvissuto è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole: “Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta”, nell’area agricola di Scanzano Jonico.
Nell’intervento su Vita Giuseppe Cascardi ed Angelo Palmieri hanno evidenziato i dati dello sfruttamento, definendolo ‘sistemico’: “Il problema non è soltanto criminale. E’ sistemico. Il VII Rapporto Agromafie e caporalato ricorda che, nel 2023, il settore agricolo italiano valeva € 73.500.000.000 e contava 872.100 occupati, di cui 472.000 dipendenti e 423.000 indipendenti. Nello stesso comparto si stimano circa 200.000 lavoratori irregolari, con un tasso di irregolarità tra i dipendenti pari al 30%, mentre le donne lavoratrici potenziali vittime di sfruttamento sono circa 55.000. Il Rapporto precisa, inoltre, che questi dati sono verosimilmente sottostimati”.
Sulla vicenda è stato intervistato da ‘Radio Onda d’Urto’ il dott. Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, autore del libro ‘Il caporalato. Una storia’: “Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e soprattutto con forme così terribili e drammatiche.
Però in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione, come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo dice il nome stesso del ‘caporale’, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche con forme estreme.
Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a controllare con i mezzi tra virgolette ‘normali’, si ricorre addirittura alla violenza”.
Il vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei, ha inviato una lettera ai fedeli ha chiesto allo Stato la presenza: “Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima: nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici. Servono controlli veri, continui, non episodici. Serve protezione per chi denuncia. Nessuno deve essere lasciato solo davanti a reti di sfruttamento, minaccia e ricatto. La politica non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore”.
Mentre alla Chiesa locale ha posto domande di presa di coscienza: “Alla comunità cristiana dico: non possiamo celebrare l’Eucaristia e restare indifferenti davanti a corpi bruciati. Non possiamo invocare il Vangelo e tollerare che i poveri vengano consumati dal fuoco dello sfruttamento, della violenza, dell’abbandono. Il Cristo che adoriamo sull’altare è lo stesso Cristo che oggi ci viene incontro nei corpi martoriati di questi fratelli.
‘Ero forestiero e mi avete accolto’: questa pagina evangelica è un giudizio storico sulle nostre comunità. E’ una domanda che brucia più del fuoco. Dove eravamo mentre questi fratelli vivevano nella vulnerabilità? Che cosa abbiamo visto e non abbiamo voluto vedere? Quali porte abbiamo chiuso? Quali silenzi abbiamo custodito? Quali abitudini abbiamo chiamato normalità mentre erano già ingiustizia?”
Per l’Azione Cattolica Italiana della diocesi di Cosenza la vita umana ‘non ha prezzo’: “La tragedia dei quattro migranti vittime del caporalato ad Amendolara non può lasciarci indifferenti. Sono tragedie che si consumano nelle nostre campagne, a pochi passi da casa nostra, sulla pelle di persone ridotte a frumenti di lavoro.
Non possiamo abituarci a queste ingiustizie e limitarci alla rabbia. Custodire la memoria di queste persone significa tradurre il dolore in impegno e la fede in scelte quotidiane. Ogni vita vale più di qualsiasi silenzio complice”.
E’ un invito alla responsabilità: “Come Azione Cattolica sentiamo la responsabilità di parlare al cuore delle coscienze. La nostra missione non è solo denunciare il male, ma educare a riconoscere il valore inviolabile di ogni persona… Chiediamo a tutti i soci, alla comunità ecclesiale e civile, di informarsi con attenzione e consapevolezza. Solo la conoscenza attenta e la riflessione responsabile possono tradursi in scelte politiche, sociali ed economiche che rispettino la dignità di chi lavora e soffre”.
Per questi è necessario l’impegno: “E’ necessario trasformare l’indignazione in impegno concreto: nella tutela dei diritti, nella solidarietà verso chi è più vulnerabile, nella costruzione diuna società che sappia vedere, riconoscere e proteggere. Non possiamo limitarci alla rabbia o allo sgomento. La preghiera è sincera quando genera azione di conversione”.
Ecco l’invito a non dimenticare: “Custodire la memoria di questi fratelli significa tradurre il dolore in impegno, la coscienza in responsabilità, la fede in scelte quotidiane che affermino la giustizia e la fraternità. Il loro volto ci interroga, la loro storia ci riguarda, la loro dignità è la nostra. Solo con coscienze educate, con comunità vigili e con cittadini responsabili, possiamo impedire che tragedie simili diventino routine e che l’indifferenza continui a prosperare”.
Per le Acli l’uccisione ad Amendolara è una ferita per la democrazia, secondo il presidente nazionale Emiliano Manfredonia: “Queste morti interrogano profondamente il Paese e chiamano in causa la responsabilità collettiva di contrastare ogni forma di sfruttamento, marginalizzazione e disumanizzazione. Quando una persona viene privata della propria dignità, quando il lavoro perde il suo valore umano e diventa terreno di abuso e sopraffazione, è l’intera comunità democratica a essere ferita. Il lavoro emancipa, vivifica ma non uccide”.
Per questo le Acli hanno ribadito l’impegno per una società fondata sull’accoglienza, sulla giustizia sociale e sulla piena tutela dei diritti umani, nella convinzione che la sicurezza, la legalità e la coesione sociale si costruiscano attraverso il riconoscimento della dignità di ogni persona e la promozione di un lavoro libero, regolare e sicuro: “Di fronte a quanto accaduto ad Amendolara, il silenzio non è possibile. E’ il momento della responsabilità, della vicinanza alle famiglie delle vittime e di una rinnovata assunzione di impegno da parte delle istituzioni, del mondo del lavoro, del terzo settore e dell’intera società civile”.
Infine le ACLI chiedono che le autorità competenti accertino rapidamente i fatti e individuino tutti i responsabili. Al tempo stesso, ritengono necessario rafforzare le politiche di prevenzione e contrasto allo sfruttamento lavorativo, al caporalato e alle reti criminali che prosperano sulla vulnerabilità di tanti lavoratori migranti.


























