Papa Leone XIV agli spagnoli: abbandonare le ideologie identitarie

Papa Leone XIV e Re Felipe VI
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“Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore”: papa Leone XIV al Corpo Diplomatico spagnolo ha esortato a mantenere viva la fede.

Per questo ha sottolineato il legame tra fede e popolo: “Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare”.

Un legame espressione della fede popolare: “Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. E’ un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!”

Ed ha ricordato i santi spagnoli più ‘famosi’: “A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà.

In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare…  Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore”.

Per questo la Chiesa si pone come testimone: “La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace”.

E’ stato un invito ad abbandonare le ideologie identitarie: “Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. E’ il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora.

Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi”.

Per questo la sicurezza si può raggiungere attraverso la ‘mediazione culturale’: “La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei”.

La Spagna è ‘maestra’ in questo campo: “Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza”.

Infine ha concluso con un riferimento a sant’Ignazio di Loyola: “Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle ‘cose nuove’ che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono”.

(Foto: Santa Sede)

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