Continuiamo a chiamare Artsakh per nome
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 30.05.2025 – Renato Farina] – I lettori sanno – perché da mesi, dall’estate dell’anno scorso, continuo a scriverlo — a che punto siamo. Dopo l’8 agosto si va perfezionando una pace la cui cornice fu firmata a Washington, davanti a Donald Trump, da Ilham Aliyev (Azerbaigian) e Nikol Pashinian (Armenia), e il cui contenuto, assai chiaro e devastante per il vostro Molokano e le trote guizzanti del Lago di Sevan, ha tuttora elementi inespressi. Si dà per scontato, e lo si accetta nel modo più atroce, cioè senza neppure nominarlo, che l’Artsakh sia territorio inconsutile, quasi come la tunica di Cristo, dell’Azerbaigian: come volle a suo tempo Stalin straziando la realtà di un popolo, e come confermano, in un coro sovieticamente concorde, tutte le potenze occidentali, Italia compresa, in nome del diritto internazionale.
Mi verrebbe qualche commento sarcastico, sull’unanimità della sottomissione al più forte, che del diritto è la legge non scritta ma evidentemente inderogabile. Risultato: Non viene scritto quel nome, Nagorno-Karabakh o Artsakh (in Armeno). Viene cancellato. E così i profughi della pulizia etnica, che giuridicamente sempre secondo il famoso diritto internazionale è genocidio, ma qui no, figuriamoci, non bisogna turbare le esportazioni di gas da Baku e la digestione difficile di Erdoğan.
Il fatto è, che quando una cosa non si nomina è già morta: damnatio memoriae.
L’Artsakh e la sua capitale Stepanakert sottratta al proprio popolo esistono, però. Che cosa sarà delle loro case, chiese, cimiteri, simboli, ossa sepolte? Esiste un precedente. Non una previsione, ma una prova di quel che accadrà. Si chiama Nakhichevan. Un tempo terra abitata – dai primordi – in gran parte da Armeni, quindi nel 1919 oggetto di genocidio a guerra finita da parte dei Turchi, lasciandovi vivi solo musulmani turcomanni, e divenendo così una exclave azera in terra armena: svuotata della sua essenza, torturata anche nelle sue pietre, dato che parlavano armeno, riscritta, normalizzata. Lì si può vedere che cosa accade quando la storia viene consegnata alla forza dei carnefici. Non solo un popolo è prima sterminato e poi i suoi resti espulsi, ma la sua impronta cancellata.
E ora si prepara il passo definitivo per l’amputazione: il corridoio di Zangezur, che unirà Azerbaigian e Nakhichevan, attraversando l’Armenia, lasciandone un pezzo in balia di Baku e Ankara. Un territorio lungo 34 km percorso da ferrovie e autostrade, senza controllo sovrano dell’Armenia, consentirà la congiunzione geografica da sempre sospirata dai sultani ottomani dell’intero arco turcofono, dal Mediterraneo fino alla Cina. Non è solo geopolitica. È un disegno spirituale di annientamento del segno Cristiano, della sua riduzione a un boccone accantonato dal lupo per la sua futura brama (con il consenso universale, compreso il governo attuale dell’Armenia, che però a giugno va ad elezioni).
Ma mentre si discute di corridoi e di accordi, arrivano notizie. Filtrano. Bucano il silenzio.
In Artsakh viene eliminata la fontana del teatro di Stepinakert. Un simbolo. Una cosa piccola, si dirà. Ma è così che si procede: non si distrugge solo ciò che è grande, si cancella ciò che è riconoscibile. E questo accade sistematicamente. Chiese [*], lapidi, iscrizioni, pietre. Tutto ciò che dice “qui c’erano armeni”.
Ricordate il clamore – giusto – per Palmira, quando l’Isis colpì le vestigia romane? E quando i talebani distrussero i Buddha scolpiti nella roccia? Indignazione universale: orrore, sfregiano il buddismo. Condivisi e condivido. Qui il silenzio è assoluto. Non si capisce il doppio standard. O forse si capisce troppo bene.
Ma torniamo al precedente. Nakhichevan.
Lì non si sono limitati a distruggere i cimiteri. Hanno voluto impedire che si risalisse alle radici delle radici. Non solo le diecimila croci di pietra che fioriscono profetizzando la risurrezione, ma le ossa. Estirpate. La mia lettura di quei fatti è questa: che hanno il terrore che quelle ossa possano risorgere con i loro proprietari.
Non una resurrezione simbolica, nella memoria dei posteri. Non ci basta che si ricordino i nomi. Noi crediamo – e lo diciamo senza vergogna – che quelle ossa risorgeranno davvero. Che la carne tornerà a rivestirle. Che i nostri morti vivranno. Non per vendetta. Ma per verità evangelica. Siamo Molokani, eretici, ma la risurrezione è per noi tutto ciò che ci fa resistere. La storia può cancellare le tracce. Non può cancellare la promessa.
E proprio mentre penso a questo, mi torna tra le mani un libro, un capolavoro assoluto: Sogni di pietra, prefazione di Gian Antonio Stella, editore Guerini e associati, di Akram Aylisli Uno dei più grandi scrittori Azeri. Testimone. Non nostro. Loro.
In quelle pagine c’è una città, Aylis, che è come “uno dei mille e un nome di Dio”. Dodici chiese aveva. Ne restava qualcuna al tempo in cui scriveva Aylishi. C’erano ancora due donne sopravvissute ai massacri del 1919. Poi sopravvenne, verso la fine dell’URSS, la seconda sequenza di spaventosi pogrom anti Armeni alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. E tuttavia una luce misteriosa – rosa-gialla – attraversa le fronde e sfiora le foglie dei ciliegi. Come una sorveglianza.
E poi quella scena. Un volpacchiotto nero. Bellissimo. Soffice. Innocente. Un ragazzo con gli occhi del diavolo gli spara, senza motivo. “Il sangue purpureo sgocciolava” da quel nero volpacchiotto, ma è più profondo di quel corpo profondissimo. E in quell’istante tutto cambia.
Quel volpacchiotto è l’Armenia.
Non muore. Ma sanguina.
E prima di chiudere gli occhi, il protagonista vede ancora la chiesa, il “mercato dei colombi”, la città che era. Anche i colombi dormivano tranquilli, immersi nei loro sogni.
Li distruggeranno, quei sogni.
E noi? Lasceremo fare?
Qui, dal lago di Sevan, torno alla Scrittura. Non per rifugiarmi, ma per giudicare. Apro come insegna il vostro San Francesco la Bibbia a caso. Giobbe incalza gli amici per finta: «Siete tutti consolatori molesti. Non avranno termine le parole campate in aria?» (Gb 16,1b-2).
Non vogliamo questa pace che consola e cancella.
E poi un’altra parola, che viene dal Vangelo: «Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Matteo 24,13).
Ecco, tutto si gioca qui. Non negli accordi, ma nella perseveranza.
Io non so che cosa resterà dell’Artsakh. Ma so che un popolo non può essere inghiottito se qualcuno continua a farne memoria; e se Dio continua a chiamarlo per nome. E qui, mentre il vento si alza sul Sevan e i seminaristi cantano con voci che non sembrano di questo tempo, una certezza rimane.
Le ossa non sono l’ultima parola. Dio vede.
E ciò che è stato gettato nella terra, un giorno si rialzerà. Risorgeranno, risorgeremo.
Il Molokano
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di maggio 2025 di Tempi in formato cartaceo e sulla edizione online di Tempi.it,
Foto di copertina: bandiere della Repubblica di Artsakh
La bandiera dell’Artsakh è stata adottata il 2 giugno 1992 dal Consiglio Supremo dell’autoproclamata repubblica, allora chiamata Repubblica del Nagorno Karabakh, rinominato Repubblica di Artsakh nel 2017, in seguito a un referendum.
Secondo quanto riportato dalla Costituzione della Repubblica di Artsakh del 2006, la bandiera si compone di tre fasce orizzontali di eguale misura: il colore rosso simboleggia la continua lotta del popolo armeno per l’esistenza, il Cristianesimo, l’indipendenza e la libertà; il colore blu rappresenta la volontà del popolo armeno a vivere in pace mentre il colore arancione simboleggia il potere creativo e l’impegno del popolo armeno.
A partire dall’angolo superiore destro si sviluppa un disegno bianco dentato con nove gradini (quattro superiori, quattro inferiori e uno centrale di unione) che raccorda l’ultimo terzo della bandiera e termina nell’angolo inferiore destro.
Il motivo bianco, oltre che i tappeti locali, rappresenta le montagne dell’Artsakh e forma anche una freccia che punta verso ovest per simboleggiare l’aspirazione a un’eventuale unione con l’Armenia. Questo simboleggia il patrimonio, la cultura e la popolazione armena dell’area, mentre la forma triangolare e il taglio a zig-zag rappresentano l’Artsakh come regione separata dell’Armenia, considerata come Stato madre.





























